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giovedì 18 aprile 2024
 
 

I linguaggi della scienza e della fede: quali differenze?

16/03/2023 

Osservando la bellezza del creato e pensando ai progressi della scienza, mi chiedo: perché nella Messa il sacerdote dice «È per mezzo di Lui che tutto è stato creato»? E, ancora: «Quelli che si sono addormentati nella speranza della risurrezione». Dovremmo sapere dove andremo dopo la morte. Mi stupisco che la Chiesa abbia adottato questi testi. - IVANO

 

Quando riflettiamo su alcune formule della nostra fede bisogna fare una premessa: il fine del linguaggio della fede – biblico, liturgico o di altro genere – è di trasmettere un messaggio “teo-logico”, cioè di comunicarci qualcosa di Dio e, di conseguenza, delle principali verità della nostra fede. Non ha lo scopo di spiegare in modo scientifico quanto afferma. Pertanto, non va preso alla lettera: è un linguaggio simbolico, che procede per analogie e similitudini, immagini e generi letterari diversi. Tra il piano della fede e quello della scienza non c’è separazione o contraddizione e, tuttavia, non vanno distinti. Concretamente: il libro della Genesi non ha lo scopo di spiegarci come è stato creato il mondo dal punto di vista dei processi scientifici, ma di comunicarci che all’origine della vita e di tutto quanto è creato c’è Dio, che è Lui ad aver chiamato il nulla all’esistenza.

Come ha affermato Benedetto XVI: «La Bibbia non vuole essere un manuale di scienze naturali; vuole invece far comprendere la verità autentica e profonda delle cose. La verità fondamentale che i racconti della Genesi ci svelano è che il mondo non è un insieme di forze tra loro contrastanti, ma ha la sua origine e la sua stabilità […] nella Ragione eterna di Dio, che continua a sorreggere l’universo. C’è un disegno sul mondo che nasce […] dallo Spirito creatore». Il “come” tutto questo sia avvenuto e per quali grandiosi fenomeni naturali e fisici è naturalmente materia della scienza. Ora, professare la fede nel Dio Creatore significa affermare che il mondo e l’intera creazione non sono frutto del caso, ma sono inserite in un progetto d’amore di Dio e perciò tendono a un fine ultimo, che è diventare come Cristo: avere la sua piena umanità, la comunione d’amore con Dio e con i fratelli, la vittoria definitiva sulla morte, la vita eterna. Questo significa che ci ha creati “per mezzo di Lui”: cioè a immagine del Figlio e per farci diventare come Lui. Per questo san Paolo afferma che «per mezzo di lui sono state create tutte le cose» (Colossesi 1,16) e che Dio ci ha scelti e predestinati da sempre nel «disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Efesini 1,10).

Anche quanto preghiamo durante la Messa circa la speranza della risurrezione va inteso così: è un linguaggio liturgico-teologico, che non va letteralmente inteso come “speriamo che ci sarà la risurrezione”. Sarebbe un errore di non poco conto. La risurrezione di Cristo e, in Lui anche la nostra, è una certezza fondamentale della nostra fede; tuttavia, mentre siamo su questa terra noi la speriamo, cioè la attendiamo, camminiamo protesi verso l’incontro finale con Gesù e il dono della vita eterna. Il contenuto della speranza cristiana – che, non dimentichiamolo, è una virtù teologale – è questo: mentre già fin d’ora Gesù ci è venuto incontro e lo accogliamo nella nostra vita, camminiamo nell’attesa di incontrarlo in modo definitivo e di godere la gioia eterna. Dunque, ricordiamo al Signore coloro che si sono addormentati, avendo vissuto tutta la loro vita nell’attesa di questo momento finale e dell’incontro ultimo della loro vita, cioè nella speranza della risurrezione.

 
 
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