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domenica 28 novembre 2021
 
Polemiche in Tv
 

I Medici in Tv, lo storico: «Non solo fiction, anche documentari»

25/10/2016  Andrea Gamberini, docente di Storia medievale alla Statale di Milano, risponde alle critiche del collega Franco Cardini sugli errori e sulle invenzioni della serie di Rai 1 di cui stasera va in onda la seconda puntata e a cui ha contribuito.

Da una parte gli otto milioni di spettatori, dall'altra storici illustri come Franco Cardini: i primi entusiasti della fiction "I Medici" di cui stasera andrà in onda la seconda puntata, con il suo mix di intrighi e passioni nella Firenze all'alba del Rinascimento; i secondi critici per le troppe licenze dalla verità storica che gli sceneggiatori si sarebbero presi. Ne abbiamo parlato con Andrea Gamberini, docente di storia medievale all'Università Statale di Milano, di cui la casa di produzione della serie, la Lux Vide, si è avvalsa come consulente.

Qual è stato il suo contributo alla fiction?
«Il consulente storico generalmente non interviene in fase di ideazione della serie (trama, sceneggiatura, caratterizzazione psicologica dei personaggi, ecc.). Nel mio caso, in particolare, non ho contribuito alla scelta dei costumi, degli arredi o delle quinte sceniche. Mi è stato invece chiesto di leggere le sceneggiature (nella prima stesura), e di segnalare anacronismi o elementi palesemente fuorvianti. Di alcuni suggerimenti mi fu subito detto che non era possibile tenere conto, perché ciò avrebbe significato rivedere troppo pesantemente il tessuto narrativo. Penso ad esempio alla contrapposizione tra le famiglie Medici/Albizzi nei termini di popolari contro nobili, che è stata mantenuta dalla produzione per accentuare il senso del confronto tra gli schieramenti. Per parte mia posso confermare che è un aspetto che avevo segnalato. Al tempo stesso è opportuno ricordare che in genere le esigenze narrative e artistiche proprie della fiction prevalgono su quelle dell'accuratezza storica».    

La fiction ha ottenuto grandi ascolti, accompagnati però da polemiche. In particolare il suo collega, il prof. Franco Cardini, ha rilevato molti errori e omissioni, dalle lotte tra le famiglie più potenti di Firenze alla mancanza di riferimenti al triangolo Firenze-Roma-Venezia, motore politico-militare delle lotte nel ‘400 in Italia. Luca Bernabei, produttore della Lux Vide, ha ribattuto che in molti casi gli errori sono stati dettati da esigenze drammaturgiche (lo spostamento del Concilio del 1409 da Pisa a Roma) e che comunque la fiction, per definizione, non è un documentario storico, com’è chiaramente esplicitato. Lei che ne pensa? Crede che prodotti come questo possano servire ad approfondire poi come davvero si sono svolti i fatti oppure rendono ancora più forte la nostra ignoranza? 
«Penso che Bernabei abbia fatto bene a richiamare la distinzione fondamentale fra fiction e documentario storico: sono prodotti diversi, destinati ad un pubblico diverso e con scopi diversi. Sarebbe come pretendere assoluta fedeltà' ai fatti da un romanzo storico: se voglio approfondire la conoscenza di un'epoca, ad esempio quella medievale, non leggerò un'opera di narrativa, ma il saggio di uno studioso contemporaneo. Ciò detto, se la lettura di un romanzo storico o la visione di una fiction fanno sorgere nel pubblico il desiderio di conoscenza di un'epoca o un personaggio, mi sembra comunque un risultato notevole. Sposterei dunque la questione e proverei a chiedermi perché in Italia si investe tanto poco nella realizzazione di documentari storici: il grande successo che questi hanno nel mondo anglosassone (BBC, History channel) testimonia l'esistenza di una forte domanda da parte del pubblico (e dunque di una importante nicchia di mercato) che però viene soddisfatta soprattutto con l'acquisto di prodotti stranieri, raramente centrati sulla storia italiana. E anche quando documentari vengono prodotti in Italia, essi riguardano prevalentemente il Novecento, alimentando così quell'errore prospettico che induce lo spettatore a crededere che il presente sia un prodotto esclusivamente degli ultimi cent'anni: un po' come se quello che e' accaduto prima non avesse lasciato a sua volta una impronta profonda. E' su questo terreno, ben più che su quello della fiction, che gli storici possono e devono avere un ruolo nel veicolare contenuti e interpretazioni». 

Quali sono invece secondo lei le parti che più si discostano dalla realtà?
«La morte violenta di Giovanni, il capostipite, è un accorgimento narrativo efficace, ma falso. Quanto alla contrapposizione Medici/Albizzi abbiamo già detto».   

In particolare la Chiesa viene descritta come un luogo in cui la corruzione domina assoluta. Non c’è stata a suo avviso un po’ di esagerazione?  
«Da tempo la storiografia ha messo in evidenza la natura complessa e sfaccettata della Chiesa quattrocentesca, respingendo quell'immagine di epoca nera che in maniera quasi ineluttabile sembra preludere alla Riforma. Gli episodi di riforma interna alla Chiesa prima della Riforma sono numerosi. Resta però' il fatto che taluni comportamenti - censurati già dai contemporanei, come la ricchezza e la mondanita' di spezzoni importanti della Chiesa - offrono ben piu' di un appiglio alla vena narrativa degli autori».

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