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giovedì 18 agosto 2022
 
 

«I miei mi portarono in ospedale ma io scappai via»

01/02/2014  La testimonianza di Angela (nome di fantasia): «Ricordo perfettamente le parole di un'infermiera: "Se i tuoi hanno deciso così devi abortire". In ospedale era tutto pronto per l'intervento ma arrivò la polizia e io scappai. Ora sono madre di uno splendido figlio»

Ecco una delle testimonianze raccolte dal Servizio Maternità Difficile e Vita della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Sono passati quasi quattro anni e molte cose sono cambiate da quel giorno. Avevo poco più di quindici anni, un'adolescente in piena evoluzione! Ricordo perfettamente il giorno del primo test di gravidanza e le settimane successive; frequentavo il liceo e cercavo sempre per un motivo o un altro di non svolgere educazione fisica le prime due ore del lunedì, non passai un periodo facile ma la scuola in quel momento era il mio unico rifugio oltre le mura di casa.

Per fortuna la mia professoressa di storia mi aiutò molto fu l'unica tra tutti i miei tredici professori ad accorgersi che non stavo bene e fu lei a mettermi in contatto con la presidente del Centro di Aiuto per la Vita (CAV), con la quale all'inizio parlai soprattutto dei miei diritti. I miei la presero nel modo più sbagliato possibile, volevano obbligarmi ad abortire a rinunciare a qualsiasi mio diritto e soprattutto ammazzare mio figlio, io non volevo. Mi fecero fare tutte le analisi per l'aborto in ospedale tramite un ginecologo privato e prenotarono naturalmente l'intervento.

Arrivai in ospedale anche la mattina per l'interruzione con i miei genitori, mio fratello e il mio fidanzato che mi aspettava lì per fargli cambiare idea; ma fu tutto inutile loro erano irremovibili, allora sia la presidente del CAV sia il mio fidanzato cominciarono a chiamare la polizia. Ricordo perfettamente la parole di un'infermiera: «Se i tuoi hanno deciso così devi farlo». Dopo un po' arrivò la polizia, per fortuna il mio doveva essere il secondo intervento, portarono i miei, mio fratello e la mamma del mio fidanzato in una stanza in modo da capire la situazione, io nel frattempo ero già col pigiama e pantofole e appena non vidi più nessuno cominciai a correre e scappare da una scelta imposta e sbagliata.
Sotto mi aspettava il mio fidanzato e per caso il presidente del CAV, che mi portò dall'avvocato dell'associazione con il quale decisero di affidarmi ad una famiglia per i prossimi quindici giorni fino allo scadere del terzo mese di gravidanza. Loro furono la mia salvezza, una famiglia che mi fece passare quelle settimane nel miglior modo possibile, eseguii tutte le analisi da fare nei primi tre mesi e ripresi a frequentare scuola.

Intanto i miei genitori li vidi solo due volte tramite gli assistenti sociali che passati i tre mesi di gravidanza, ascoltarono la mia richiesta e mi fecero tornare a casa... Da lì è iniziata una nuova vita sia per me che per loro. Il 15 giugno 2008 è nato mio figlio! Non finirò mai di ringraziare Dio per avermi dato fede e forza e naturalmente ringrazio tutte le persone che mi hanno aiutata! Vorrei lanciare un messaggio a tutte le ragazze che si dovessero trovare nella mia situazione: "Non mollate! La forza, il coraggio e la fede vi aiuteranno sempre a superare ogni ostacolo".

 
 
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