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domenica 17 ottobre 2021
 
Il caso
 

"I migranti non sono un pericolo per la salute degli italiani"

06/09/2017  Intervista ad Aldo Morrone, esperto di malattie tropicali, medicina delle migrazioni e salute globale, sul caso della bambina morta a Brescia. La malaria resta una malattia grave, che ogni anno uccide nel mondo mezzo milione di persone.

“Un evento più unico che raro”, così Aldo Morrone, esperto di medicina delle migrazioni,  dirige il Servizio Salute Globale e Dermatologia Internazionale dell’Istituto di Santa Maria e San Gallicano di Roma, commenta la vicenda di Sofia, la  bambina di 4 anni morta di malaria a Brescia.

Dottor Morrone che idea si è fatto di questo caso che sta allarmando l’opinione pubblica e interrogando la comunità scientifica?

“Le analisi che si stanno facendo in queste ore ci diranno come può essere avvenuta la morte quasi incomprensibile di questa bambina. Nel reparto di pediatria dell’ospedale di Trento la bambina ha condiviso spazi con dei bambini malati di malaria, ma la malattia non si trasmette dal contatto fra le persone. Bisognerebbe catturare le zanzare che eventualmente si trovavano nell’ospedale di Trento, ma io cercherei qualche esemplare anche nella zona del Veneto dove la bambina aveva trascorso le vacanze pochi giorni fa”.

Pensa che in Italia possano esistere tipi di zanzare in grado di trasmettere la malaria?

“L’ultimo caso mortale di malaria provocato in Italia da una zanzara autoctona risale a una trentina di anni fa e fu a Grosseto. Non possiamo escludere che alcune zanzare vettori della malaria possano sopravvivere anche in zone dichiarate libere dalla malattia. L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato l’area Mediterranea libera dalla malaria, ma questo non significa che sia stata del tutto eradicata”.

Quali sono le condizioni per la trasmissione della malaria?

“Serve il vettore, cioè la zanzara. Le condizioni climatiche favorevoli, come le piogge tropicali. Il plasmodium, cioè il microrganismo che trasmette la malattia. Infine l’ospite, che può essere più o meno resistente. Ricordo che quando la malaria, circa 2.000 anni fa, si diffuse nel Mediterraneo, gli abitanti della Sardegna si difesero geneticamente con la riduzione delle dimensioni dei globuli rossi. La microcitemia divenne così una forma di difesa contro il contagio”.

Possiamo dire che in Italia si muore di malaria soprattutto quando non la si riconosce in tempo?

“Purtroppo sì. Ricordo il caso del campione di ciclismo Fausto Coppi, che alla fine di dicembre del 1959, tornò in Italia dall’Alto Volta (oggi Burkina Faso), dove aveva partecipato ad alcune gare. Fu colpito dalla febbre, mai  medici non sospettarono la malaria. Anche il  suo compagno di corse, il corridore francese Geminiani, si ammalò di malaria, ma i medici dell’Istituto Pasteur di Parigi lo capirono subito e lo curarono. Geminiani raccontò di aver telefonato in Italia per avvisare i medici di Coppi, ma ormai era troppo tardi per salvare la vita del campione”.

Quanti sono i casi di malaria nel mondo?

“Secondo i dati più recenti della Organizzazione mondiale della sanità, i casi di malaria nel mondo sono 212 milioni, con 429 mila decessi. Resta una malattia diffusa e terribilmente grave”.

La lotta contro la malaria resta complicata?

“Ci sono stati dei buoni risultati, ma le campagne di lotta alla malattia si sono concentrate soprattutto contro il plasmodium falciparum. In Etiopia, dove vado spesso in missione di lavoro, si sta diffondendo molto il plasmodio vivax, che pur non essendo mortale, provoca comunque la malattia”.

Oggi alcuni quotidiani sostengono con titoli allarmistici che la morte della bambina a Brescia dimostra a pericolosità degli immigrati per la salute pubblica. Che cosa ne pensa?

“In questa vicenda la responsabilità dei migranti non ha alcun fondamento. Anche se nello stesso ospedale della bambina morta c’erano dei bimbi africani malati di malaria ribadisco che il passaggio della malaria da persona a persona non esiste. Gli immigrati non hanno rappresentato alcun rischio per la salute degli italiani. I rischi piuttosto sono per la loro salute, quando si trovano costretti vivere in condizioni igienico sanitarie precarie. Nelle nostre città o nei campi profughi, come ho visto pochi giorni fa in Kurdistan”.

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