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venerdì 07 maggio 2021
 
Non solo Erasmus
 

I nostri figli studenti all'estero, bloccati dal virus lontano da casa

13/03/2020  Sono perlopiù giovanissimi, il pericolo di un contagio grave per loro è meno evidente. Ma in queste ore sono spaventati e lo sono anche le loro famiglie, bloccati in casa in quarantena qui in Italia. Sentiamo qualcuna delle loro storie.

Il sito del progetto Erasmus ha messo online in queste ultime ore alcuni consigli che riguardano la mobilità in entrata e in uscita degli studenti italiani e stranieri a causa del coronavirus. Indicazioni di carattere burocratico e legali, che non servono certo a rassicurare le tantissime famiglie che hanno i loro ragazzi in giro per l'Europa (e aggiungiamo nel mondo nel caso si tratti di ragazzi che hanno scelto università americane o di altri Paesi non Ue). Le università a poco a poco stanno chiudendo i battenti anche all'estero a causa del moltiplicarsi del virus anche fuori dall'Italia e per questi giovani restare lontani dalle loro case non ha apparentemente più alcun senso. Ma oramai ritornare non è certo semplice. Sempre il sito di Erasmus rimanda alle linee guida del sito della Farnesina www.viaggiaresicuri.it e chiede a chi fosse in difficoltà di rivolgersi ai relativi consolati, che in realtà in questo momento poco fanno e riescono a fare per queste situazioni.Sentiamo le storie di questi ragazzi, che abbracciamo virtualmente da lontano, e che sono spaesati, preoccupati anche per i loro cari rimasti qui e che in alcuni casi stanno ipotizzando un viaggio della fortuna per ritornare tra le persone che amano.

Con affetto abbiamo raccolto alcune loro testimonianze.

BEATRICE M,, milanese, attualmente si trova in Olanda, ad Amsterdam

«Sono una ragazza di 24 anni e vivo in Olanda da un anno. Mi sono trasferita qui per un Master universitario in antropologia. Purtroppo nel mio Paese, l’Italia, non esiste una facoltà specializzata in questa materia come quella che ho trovato ad Amsterdam. Dico purtroppo, perché amo l'Italia e, benché sia una persona molto curiosa e con un grande desiderio di vedere il mondo, la scelta di lasciare la mia famiglia e la mia Milano non è stata presa a cuor leggero. 

Oggi, nell’incredibile momento storico che stiamo vivendo, ho deciso di rimanere in Olanda. Diciamo che è stato più un obbligo che una scelta, perché molti Paesi europei hanno chiuso le frontiere e preso risoluzioni così velocemente che è stato impossibile per me e la mia famiglia prevedere in tempo un mio rientro. Inoltre ora la mia università, il mio lavoro e la mia casa sono qui. Sfortunatamente però, il Paese in cui ho deciso di vivere non sta prendendo, a mio parere, le appropriate misure di sicurezza e sta sottovalutando la grave situazione sanitaria. Solamente ieri, (12 marzo 2020) il governo Olandese ha fatto una dichiarazione esponendo le nuove risoluzioni che andranno adottate fino a fine mese e che possono riassumersi velocemente in: non stringersi la mano, rimanere a casa se si ha la febbre e inoltre, primo vero passo in avanti, sono stati cancellati tutti gli eventi con più di 100 persone. Molti musei chiuderanno da oggi ad Amsterdam ma ancora ristoranti, bar, uffici, centri commerciali, cinema e scuole primarie rimangono aperti. Nel vedere la mia cara Italia in ginocchio e considerando le modeste risoluzioni olandesi, non posso che farmi prendere da un grande sconforto. Cresce in me il triste presentimento che qui, nel Paese in cui ho deciso di trasferirmi per l’ottimo stile di vita e le grandi opportunità di lavoro, i politici e la popolazione in generale stiano sottovalutano il virus e la sua trasmissibilità, e stiano anche sminuendo l’incredibile sforzo che l’Italia sta affrontando.

Le preoccupazioni di noi giovani all’estero ora sono tante: siamo in pensiero per i nostri famigliari, per i nostri amici e per la nostra meravigliosa nazione, che vediamo combattere fiera e feroce contro il diffondersi di questa pandemia e credo che l’Europa dovrebbe imparare dal caso italiano e agire di conseguenza. 

Ammetto che non è facile per me svegliarmi la mattina in un Paese dove tutti ancora considerano il virus solo una grave influenza, e leggere sui giornali italiani il grande dramma che stanno affrontando i nostri medici e i nostri ospedali. Come tanti altri italiani all’estero ora mi sento incompresa nella mia preoccupazione. Mi sento impotente. Impotente dii tornare nel mio bellissimo Paese e stare con la mia famiglie; ma anche impotente nel far capire al resto del mondo la vera gravità di questo virus. Mi sento colpevole. Colpevole di avere abbandonato la mia amata nazione e i miei cari in questo difficile momento e di non essere lì a combattere. 

Certamente l’idea di affrontare questo momento sola mi spaventa, ma le notizie di solidarietà che arrivano dall’Italia e la fierezza che sta dimostrando il nostro grande Paese mi danno anche una grande forza. Mi piacerebbe essere con tutti i miei fratelli italiani questa serale a cantare l’Inno di Mameli, e ci sarò con il cuore sicuramente. E sono sicura che presto potrò anche tornare a casa fisicamente, e quando tutto sarà finito festeggeremo come solo noi italiani sappiamo fare: con tanti amici, buon cibo e tante risate!

Chiara B. di Busto Arsizio ci ha scritto dall'Inghilterra. Anche lei spera di tornare presto a casa.
Chiara B. di Busto Arsizio ci ha scritto dall'Inghilterra. Anche lei spera di tornare presto a casa.

Paola ha 24 anni, è originaria di Foggia e si trova a Parigi per l’Erasmus, studia animazione. Era partita a settembre, ma dopo il primo semestre  si era trovata così bene che ha chiesto di restare. «Ora il coronavirus è arrivato anche qui, i voli sono bloccati e rientrare a casa avrebbe comportato un viaggio della speranza in treno, lungo e pericoloso. Così ho deciso di restare. Vivo con due amiche, non sono sola, ci sono tanti altri ragazzi che provengono da tutto il mondo che condivisione la stessa stessa situazione. Solo una mia amica norvegese è rientrata, perché il suo paese ha imposto il rientro a tutti gli studenti in Erasmus. La mia università di Urbino ci ha comunicato che se volevamo potevamo rientrare ma non era un obbligo. Ora anche qui le università hanno chiuso. Proprio oggi sono andata a prendere tutti i materiali che ci servono per poter continuare a lavorare da casa, sceglieremo  alcune case di studenti che funzioneranno da quartier generale». Le chiediamo se non ha paura e come vive questa situazione la sua famiglia: «Io ho diritto all’assistenza sanitaria quindi mi sento tranquilla. Anche i miei non sono molto preoccupati, o almeno non me lo fanno capire. Hanno preferito che rimanessi qui piuttosto che mi mettessi in viaggio»

Chiara, 26 anni, di Busto Arsizio (Varese) ci ringrazia per averle dato la possibilità di scrivere una piccola riflessione sulla sirtuazione che sta vivendo in questi giorni in Inghilterra, dove fino a pochi giorni fa frequentava l'università.

«Purtroppo, da qualche giorno l’università ha deciso di chiudere e siamo tutti a casa senza sapere esattamente, al momento, quale sarà il nostro futuro universitario. Fino alla settimana scorsa, l’università non aveva dato la giusta importanza al coronavirus e ci consigliavano solamente di lavarci bene le mani per 20 secondi. Nel fine settimana numerosi studenti, preoccupati per la decisone presa dall’università, si sono attivati, firmando una petizione, per la quale abbiamo raggiunto circa 3.000 firme, e contattando i diversi docenti per richiedere una interruzione delle lezioni in aula e conversione degli esami in online assessment. Lunedi mattino il gruppo di rischio universitario si è incontrato e, tenendo anche conto del punto di vista degli studenti, ha preso la decisione di interrompere le lezioni face-to-face e di cambiare le modalità d’esame. Una piccola vittoria.

Su whats-app sono in un gruppo di italiani qui in UK e tanta gente ha il desiderio di ritornare nella propria patria. Per tornare a casa siamo incorsi in numerose difficoltà, tra cui la cancellazione di voli da parte di Lufthansa e altre compagnie, come il primo volo che avevo deciso di prendere con scalo a Düsseldorf e la presenza di un numero limitato di “voli speciali” organizzati da Alitalia in collaborazione con la Farnesina e l’Unità di crisi. L’altro giorno una ragazza raccontava di una sua amica bloccata a Ginevra, perché avevano chiuso le frontiere ai cittadini italiani e non volevano farla partire.

L’ambasciata italiana ha una pagina Facebook sui cui è molto attiva e fornisce tutte le informazioni necessarie per un possibile rientro o su come comportarsi qui in UK. Il consolato, notando l’elevata affluenza di persone interessate al rientro in Italia, in collaborazione con Alitalia, nella mattinata di ieri ha introdotto due voli giornalieri per tutta la prossima settimana. In questi due giorni, ho avuto la possibilità di contattare il call center di Alitalia e con quasi due ore di attesa sono riuscita a modificare un biglietto e ottenere un voucher. La compagnia è molto flessibile per i cambiamenti di prenotazione o per possibili rimborsi, per cui non richiedono nessun prezzo aggiuntivo.

Attualmente mi trovo a Kingston Upon Thames e non viene data la giusta importanza al coronavirus. Tutti i negozi sono aperti, come le palestre, dove vengono fornite solo delle accortezze sulla distanza da ottenere e sul pulire gli attrezzi dopo l’utilizzo. Le poche volte che esco per andare al supermercato trovo tanta gente in giro, supermercati forniti ad eccezione di carta igienica, uova e pollo. Gli inglesi sono fissati con la carta igienica.

Martedì prossimo tornerò in Italia prendendo uno dei voli speciali organizzati da Alitalia. Non sarà un volo tranquillo, perché c’è la paura di essere infettati e di conseguenza infettare i propri cari. Nonostante ciò, c’è la voglia di tornare a casa, passare del tempo con i propri genitori e stare in una nazione dove ci si sente sicuri e si sa che il Governo sta facendo di tutto per ridurre la diffusione di questo virus.

Mi auguro che anche qua Boris Johnson prenda le giuste decisioni per ridurre la diffusione del coronavirus e che nel giro di qualche mese sia in grado di ritornare qui a Kingston e concludere il mio bellissimo percorso universitario.

Come disse Vincent Van Gogh «Che cosa sarebbe la vita se non avessimo. il coraggio di correre dei rischi?»

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