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Grandi vite
 

I novant'anni del cardinale Tonini: «La vita è un miracolo»

28/07/2013  «Il mio segreto? Non lo so», diceva il vescovo emerito di Ravenna, «ma l'incontro con il Signore ti cambia la vita e allora vai avanti senza paura»

Il cardinale Tonini con un'immagine della madre e di lui stesso all'età di un anno (Image).
Il cardinale Tonini con un'immagine della madre e di lui stesso all'età di un anno (Image).

Ripubblichiamo l'intervista che Giulia Cerqueti fece al cardinale Tonini in occasione del suo novantesimo compleanno.

All’Opera Santa Teresa di Ravenna ci accoglie suor Paola. «Il cardinale Tonini sta confessando», riferisce, «arriverà fra poco». Suor Paola, che gli fa da assistente e segretaria, spiega che Sua Eminenza è rientrato da Roma: ha festeggiato il suo novantesimo compleanno, il 20 luglio, partecipando a una trasmissione della Rai. «Quando il cardinale incontra le persone», dice, «non gli interessano i titoli, i meriti, cosa fanno o come sono vestite: le guarda dritto negli occhi, e questo gli basta». È vero. Quando mi viene incontro, il cardinale Tonini mi stringe forte la mano, fissa i suoi occhi nei miei e sorride. «Così, tu sei la giornalista più giovane di Famiglia Cristiana...».

Inizia, allora, la nostra conversazione: lui, l’anziano cardinale che ama parlare alle nuove generazioni anche attraverso i mezzi di comunicazione, e la sottoscritta, inviata a rappresentare il settimanale proprio in quanto la più giovane dello staff. Il cardinale parla della gioventù, dei compiti della Chiesa e delle sfide del futuro in un mondo sempre più complesso e globalizzato. «Nessuna generazione prima di voi», dice, «ha avuto una responsabilità storica così grande».

«Io ho deciso di diventare prete a sei anni. Quando ero bambino, un contadino che lavorava per mio padre un giorno mi disse: "Non vorrai mica farti sacerdote. Quelle sono favole che i preti raccontano per tirare avanti la santa bottega". Era il 1921, tempi in cui il socialismo ateo era molto forte. Quelle parole mi inflissero una ferita enorme. Ma decisi di affrontare quella sfida. La mia famiglia era poverissima. Io avevo le scarpe solo per andare a scuola e a messa la domenica. Fui l’unico nel mio paese a continuare gli studi. Mio padre mi diceva: "Studia, perché ogni conoscenza in più è una ricchezza per i poveri". Verso i 14-15 anni ho scoperto il grande amore per la filosofia, per il pensiero greco. A vent’anni, poi, mi sono dovuto mettere in discussione: ho provato a immaginare la mia vita con una moglie, una famiglia, dei figli. Ma ho capito che per me sarebbe stato come annullarmi, e che ero destinato a un amore più grande. È lì che nasce il concetto di celibato, che non è il prezzo da pagare per diventare preti, ma una scelta a priori rispetto al sacerdozio».

- E i suoi trent’anni?
«A quell’età ero già insegnante al seminario, assistente della Fuci e direttore di un settimanale cattolico. Erano i primi anni del secondo dopoguerra, periodo di grande fermento e attività, di movimenti e di forti attese. Sono stati gli anni dei primi cineforum e dei dibattiti nelle piazze e nei teatri in giro per i paesi. Anni bellissimi, molto intensi e vivaci. Io continuavo a studiare, ad aggiornarmi, perché capivo l’importanza di prepararmi ad affrontare il mio tempo con le sue sfide».

- Lei si rivolge molto spesso ai giovani. Come vede la gioventù di adesso?
«A quelli che piangono sul mondo giovanile io dico che non sanno com’era la situazione cinquant’anni fa. I giovani di adesso dispongono di possibilità prima impensabili, però non ci preoccupiamo di farglielo capire. Il problema non è semplicemente tirare su bravi ragazzi. La tua generazione avrà una grandissima responsabilità per il futuro: la gestazione dell’umanità. Voi giovani dovete prepararvi alla convivenza, a un mondo dove la monoappartenenza sarà sostituita dalla pluriappartenenza. Avete il compito di superare il passato, abituandovi a ragionare per un mondo che si dilata. Dovete sapere cosa vuol dire l’Europa, perché per voi significherà non dover combattere più. E, poi, dovete prepararvi alla grande sfida dell’ingegneria genetica: oggi l’uomo ha in mano il destino dell’uomo stesso, ha il potere di cambiare la vita e di distruggerla, operando sul suo genoma. E la Chiesa ha il compito di farvi conoscere questa responsabilità».

- In che modo la Chiesa può comunicare con i giovani, in tempi di laicismo così diffuso?
«Noi vescovi, per primi, dobbiamo allargare i nostri pensieri, non possiamo dare solo comandi. Dobbiamo insegnare ai giovani a stimarsi, ad accettare sé stessi, a rendersi conto che ognuno di noi è stato creato con uno scopo, pensato per una precisa missione. Quando avevo otto anni mia madre mi disse: "Preparati per fare del bene nella vita". Dobbiamo comunicare ai giovani il senso della responsabilità storica».

- Novant’anni portati così bene, con energia e vitalità. Ci dica, qual è il suo segreto?
«Non lo so proprio. Ma non è merito mio. L’incontro con il Signore cambia la vita. E allora si va avanti con fiducia e serenità, allo sbaraglio, senza paura. Qualcuno, vedendomi in televisione, mi ha detto: "Grazie perché lei esiste". Questo mi spaventa, ma mi dà anche gioia, perché vuol dire che i miei desideri di un tempo si vanno realizzando. Novant’anni vuol dire proprio questo: che c’è stato "qualcuno" che si è preso cura di me, che ho realizzato un disegno per il quale valeva la pena che venissi al mondo. Da mia madre ho ricevuto la capacità di stupirmi e di gioire ogni giorno della mia vita. Ancora oggi, alla mia età, quando mi sveglio al mattino, quando cammino, mi meraviglio di esistere, di essere stato creato. Perché la vita è un miracolo».

 
 
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