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giovedì 12 dicembre 2019
 
Siria - La storia
 

I polpastrelli maledetti di Walid

26/08/2015  Siriano, 27 anni, di Aleppo. Insieme al fratello Ibrahim ha provato nel 2013 la “via legale”: richiesta di visto alla Norvegia, dove Walid ha alcuni cugini. Mai avuta risposta. Nel giugno 2014 il fratello muore sotto tortura. E Walid mantiene la promessa fatta alla madre davanti al certificato di morte del fratello: raggiungere in qualsiasi modo la Norvegia. E così che inizia il secondo atto del suo calvario, perché diventa “dublinante”.

Walid guarda i polpastrelli. «Insieme alla guerra che ha ucciso mio fratello», dice, «sono la causa dei miei problemi». Walid, siriano di 27 anni, parla nel centro di accoglienza che la Comunità di Sant’Egidio ha allestito al Memoriale della Shoah di Milano, nel luogo in cui durante la Seconda guerra mondiale partivano i treni carichi di ebrei verso i lager.

Qui Walid si fermerà ancora per poche notti, a breve ripartirà verso il Nord Europa. Nonostante i polpastrelli schedati. Riproverà a sfidare il Regolamento di Dublino, l’accordo europeo che permette ai profughi di chiedere asilo politico solamente nel primo Paese in cui vengono fotosegnalati con le impronte digitali.

Quando ha deciso di scappare dalla Siria, Walid ha scelto di puntare sulla Norvegia perché lì vivevano da anni i cugini di sua madre, sapeva che avrebbero potuto aiutarlo. «Difficile arrivarci direttamente dalla Siria…», dice. O meglio, Walid ci ha provato: nell’estate del 2013, all’ambasciata norvegese in Turchia, lui e il fratello Ibrahim hanno presentato la domanda di visto per andare legalmente in Europa, ma non hanno mai ottenuto risposta.

Se mai arrivasse, Ibrahim non potrà leggerla: «Nel giugno del 2014, in un mese di particolari scontri nella nostra città di Aleppo, mio fratello è sparito. Quando abbiamo saputo che era stato arrestato dai governativi, mia mamma è andata a chiedere informazioni: all’inizio non le hanno detto nulla, poi le hanno consegnato il certificato di morte, avvenuta a causa di torture».

La sera stessa, la madre ha fatto promettere a Walid che avrebbe raggiunto i parenti in Norvegia. Del resto, per la guerra aveva già interrotto gli studi universitari di architettura.


Una via di Aleppo oggi.
Una via di Aleppo oggi.

«Il giorno più brutto dopo la morte di mio fratello»

Due le vie: la rotta balcanica passando dalla Turchia, oppure quella mediterranea partendo dalle coste del Nord Africa. Walid ha optato per la seconda. È andato in Libano, quindi ha preso un aereo fino alla Tunisia, per poi passare in pick-up in Libia.

«L’unica alternativa per l’Europa», spiega, «era affidarsi ai trafficanti. Ci siamo imbarcati in 450. Dopo 32 ore di viaggio, il motore si è rotto: abbiamo chiesto aiuto, è arrivato un elicottero italiano con una nave e ci hanno salvato».

A terra, però, arrivò quello che oggi Walid chiama «il giorno più brutto dopo la morte di mio fratello». I militari italiani gli schedano i polpastrelli con la forza, come impongono le regole europee. Il 25 settembre 2014, pochi giorni prima del suo arrivo in Italia, il ministero dell’Interno aveva emanato delle istruzioni operative in cui chiedeva di «procedere all’acquisizione delle impronte digitali, anche con l’uso della forza». Lo aveva fatto dopo le proteste dei Paesi del Nord Europa, che chiedevano di rispettare l’Accordo di Dublino e le normative comunitarie. Le stesse che il 24 agosto di quest’anno, Merkel e Hollande hanno richiesto di applicare con precisione a Italia e Grecia.

Dal 2013 ad oggi, i profughi sbarcati sulle nostre coste hanno mostrato che l’Italia è diventata un Paese di transito: la maggior parte vuole proseguire verso il Nord Europa. Secondo l’Accordo di Dublino dovrebbero invece rimanere tutti in Italia. In realtà, di fronte a questo flusso, le autorità italiane hanno alternato il rispetto delle regole europee (prendere le impronte) al rispetto della volontà dei profughi (non fotosegnalarli). La stragrande maggioranza – quasi la totalità dei siriani e degli eritrei – hanno proseguito il loro viaggio, anche se i polpastrelli erano stati schedati.

Anche Walid non si è fatto intimidire. Con il treno ha attraversato Austria, Germania, Danimarca, Svezia e finalmente è arrivato in Norvegia alla fine di ottobre 2014. «Dopo aver riabbracciato i parenti, subito ho chiesto l’asilo politico».

Dopo pochi mesi però è arrivata la doccia fredda: domanda respinta, le sue impronte risultavano già schedate nel database europeo Eurodac. Colpa dell’Accordo di Dublino, a cui anche la Norvegia e la Svizzera aderiscono, pur non essendo parte dell’Ue. Così Walid è diventato un “dublinante”, rimandato in Italia a fine luglio in base all’accordo firmato nel 1990, ma rinnovato nel 2013.


Lo stesso scorcio del mercato di Aleppo, prima della guerra e oggi.
Lo stesso scorcio del mercato di Aleppo, prima della guerra e oggi.

Una lettera della madre da Aleppo

  

Walid fa una smorfia e continua: «Mi hanno messo su un aereo e mi hanno fatto scendere a Malpensa. Ho chiesto dove potevo dormire e mi hanno risposto: “Vai dove vuoi, qui non ci sono camere da letto”». Dall’aeroporto lombardo il giovane siriano è arrivato nell’hub di smistamento della Stazione Centrale di Milano, dove era già stato nove mesi prima. Da qui infatti sono passati gli oltre 70 mila profughi accolti negli ultimi 21 mesi dal Comune in collaborazione con il Terzo settore.

Walid è stato mandato al centro della Comunità di Sant’Egidio. Ai volontari che lo hanno accolto racconta della sua città, la più popolosa della Siria, sotto assedio dal luglio 2012. «Guarda», dice mostrando un messaggio spedito dalla madre rimasta ad Aleppo. E traduce: «Hanno distrutto la casa di Mohammad, lui è solo ferito. Era un mio compagno all’università, uno dei miei migliori amici».

Intanto, Aleppo è nuovamente senz’acqua potabile, con temperature tra i 40 e i 50 gradi. Attualmente il 60% della città è controllato dalle forze governative, mentre il resto è conteso da vari gruppi in guerra tra di loro, compresi l’Isis e Jabhat al-Nusra (la branca siriana di al-Qaeda).

Una settimana dopo, Walid chiama dalla Norvegia. «So che possono rimandarmi in Italia, ora vivo nascosto», dice, «ma almeno sono con i miei parenti». L’Accordo di Dublino e i polpastrelli schedati sono in agguato.


Una famiglia di profughi eritrei a Milano.
Una famiglia di profughi eritrei a Milano.

Decine di migliaia di "dublinanti"

A Milano, qualche decina di “dublinanti” – o meglio, di rimandati –  è stata accolta in questi mesi nei centri di accoglienza: alcuni sono ripartiti per il Nord, altri hanno fatto una scelta diversa. Costretti dalle regole europee, hanno fatto domanda di asilo in Italia e iniziato il percorso per costruire qui il loro futuro.

Secondo i dati del Ministero dell’Interno, nei primi sette mesi di quest’anno, dai partner europei sono arrivate 15.454 richieste di riprendersi “dublinanti” e 746 sono state quelle effettivamente eseguite, ma il Viminale precisa che «il dato è temporaneo, in quanto diverse pratiche sono ancora in trattazione». Certi invece i numeri del 2013 e del 2014: rispettivamente l’Italia ha ricevuto 22.965 e 27.526 domande, 4.727 e 3.141 quelle portate a termine. Tra le nazionalità dei più rimandati, nel 2014 sono in testa nigeriani, eritrei, marocchini, tunisini, gambiani, somali, siriani, pakistani e afghani, mentre la Svizzera è lo Stato che più fa richieste all’Italia.

Comunque, confrontando i dati con tutti i profughi transitati per l’Italia (170 mila nel 2014), le domande di rimpatrio non sono state molte. Ci sono i tanti che sono riusciti a non farsi schedare i polpastrelli e chi, una volta giunto al Nord, è riuscito a vincere ricorsi contro l’Accordo di Dublino. Inoltre, per i siriani in fuga dalla guerra, gli Stati europei hanno avuto un occhio di riguardo rispetto alle altre nazionalità. In particolare, con una circolare del 21 agosto 2015 l’Ufficio federale tedesco per l’immigrazione e i rifugiati (Bamf) ha stabilito che il regolamento di Dublino sarà sospeso per i richiedenti asilo siriani. Una buona notizia per i profughi e per le autorità di Roma.

Eppure, se in futuro gli altri Stati europei decidessero di chiedere un’applicazione stretta dell’Accordo, potrebbe porsi un problema non da poco. Per l’Italia e per i tanti Walid a cui sono stati schedati i polpastrelli prima che raggiungessero i Paesi del Nord.

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