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mercoledì 19 gennaio 2022
 
 

I ragazzi di madre Elvira

10/10/2013  Dal primo rudere semidiroccato, 30 anni fa, è nata la Comunità Cenacolo. «Già la vedevo, la casa, così com’è oggi: ricostruita, bella e piena di giovani», dice la suora. Non era che l’inizio. Oggi ci sono 60 fraternità in 18 Paesi: migliaia e migliaia di giovani.

«Noi siamo una Comunità di poveri peccatori, di peccatori pubblici, tutti lo sanno. Abbiamo aperto la Comunità per giovani che cercano la speranza, giovani che non solo si sono drogati di sostanze tossiche ma anche di tristezza, di solitudine, giovani non contenti, non soddisfatti pur avendo tutto. Sono giovani, ragazzi e ragazze coraggiosi, perché hanno la forza di entrare in una Comunità esigente e cominciare un cammino di ricerca nel cuore, perché la speranza, la luce, la forza, l’allegria sono dentro di noi».

Bastano forse queste poche frasi per dire l'essenziale. Parla suor Elvira Petrozzi, 76 anni, madre fondatrice della Comunità Cenacolo di Saluzzo (Cuneo), un piccolo grande miracolo di accoglienza, che da 30 anni si prende cura degli ultimi, degli sbandati, dei senza speranza.

«Non è stata sicuramente una mia idea, ciò che sta accadendo, la storia che stiamo vivendo non può nascere dalle idee o dalle intuizioni di una povera donna come me», ripete continuamente, con stupore, madre Elvira. Eppure, nel tempo, questa "povera donna" ha avuto la forza di costruire un mondo, dove ogni anno vengono accolti migliaia di ragazzi e ragazze. Sì, perché dal Piemonte lo spirito della Comunità ha saputo espandersi a dismisura: oggi si contano più di 60 fraternità in 18 Paesi, dalla Croazia alla Polonia, dalla Germania all'Inghilterra, dagli Stati Uniti all'Argentina.

Era il 16 luglio 1983 quando, dopo anni di travagli e di attese, madre Elvira ricevette le chiavi della "casa". In realtà era un rudere semidiroccato, senza porte né finestre, col tetto cadente e al cui interno mancava tutto: letti, tavoli, sedie, pentole. E ovviamente, di soldi per andare avanti neanche l'ombra. Ma nonostante questo, racconta la fondatrice «“vedevo” già tutto quello che doveva succedere, “vedevo” la casa così com’è oggi: ricostruita, bella e piena di giovani».

E non era che l'inizio. Con la stessa tenacia e dolcezza, madre Elvira ha saputo prendere per mano e rimettere in piedi la vita di tanta gente. Oggi la Comunità Cenacolo è una realtà molto articolata. Ne fanno parte, ovviamente, i ragazzi che stanno vivendo il loro percorso di rinascita, ma ci sono anche giovani e famiglie che, terminato il cammino, decidono di restare, mettendosi al servizio della Comunità. Accanto a loro laici desiderosi di vivere un'esperienza forte di volontariato, oltre a uomini e donne consacrate, preziosa risorsa per il Cenacolo.

Il risultato di 30 anni di impegno è scritto nei visi e nelle parole di chi, transitato dalla Comunità (per un periodo più o meno lungo o magari per l'intera vita), ha voluto lasciare una testimonianza, un segno di sé. Storie diversissime, che pure, sorprendentemente, si somigliano nei contrasti di buio e luce. Molte incrociano l'incubo della droga, quell'inferno mascherato di bugie che «a un certo punto», dicono in tanti, «mi ha fatto toccare il fondo».

L'unica "ricetta" è la preghiera e l'attenzione totale alla persona

Poi il nuovo inizio e la scoperta di un cammino durissimo, ma possibile. Tra loro c'è Silvio, un ragazzo croato, un'adolescenza che sembrava normale e che invece nascondeva solitudini. Così le "canne", l'alcol, lo sballo «cercando qualcosa di più», e in poco tempo l'eroina, i problemi con la giustizia, l'abisso. «Arrivato in comunità, ferito dalla piazza, non credevo al bene che si respirava, non riuscivo a fidarmi. La prima cosa che mi ha toccato profondamente è stato il mio “angelo custode”, il ragazzo a cui sono stato affidato che mi ha aiutato a muovere i primi passi. Nella sua presenza di amico vero ho “visto Dio” accanto a me».

C'è Pamela, 26 anni, che dalla sua Sicilia decide di scappare in Inghilterra, tentando di sopire il dolore per la disgregazione della sua famiglia, ma incontrando solo nuove ferite: «In Comunità tutto ciò che era buio ha iniziato a prendere colore. Ho conosciuto la verità: non sapevo cosa fosse, ma quando mi è stata detta, tutte le mie maschere ed illusioni sono crollate». Ci sono Zvonka e Gregor, che dopo un percorso parallelo in comunità oggi sperimentano la gioia di essere una famiglia: «Ringraziamo madre Elvira perché ci ha insegnato a essere genitori. Concretamente ci fa vedere e ci fa capire come comportarsi con i figli, che è importante mettersi allo stesso livello, guardarli come persone uguali a noi, essere noi per primi a dare l’esempio e non chiedere a loro di fare cose che noi non facciamo».

Non c'è una ricetta miracolosa. L'unica "ricetta" del Cenacolo è curare le ferite della vita con la preghiera e con un'attenzione totale per la persona. Poi c'è il lavoro manuale, «la preghiera che si mette gli abiti del servizio», spiega madre Elvira, quel "ritmo buono" che aiuta a riacquistare la fiducia in sé, ridà il senso del quotidiano e della disciplina di vita. Con la consapevolezza di un progetto che si rinnova e non smette di dare i suoi frutti nel tempo. «Dio mi ha dato la pazienza di seguire quello che mi indicava, giorno per giorno, e pian piano l'orizzonte si è aperto e ha accolto, con le braccia spalancate che desiderano abbracciare il mondo intero, tanti e tanti giovani bisognosi di amore», conclude la fondatrice. «Ormai queste braccia non sono solo più le mie. Ci sono ora insieme a me quelle di tanti giovani che, dopo aver ricevuto l'amore di Dio, hanno deciso di fidarsi di Lui donando a chi è nel bisogno quell'amore che, gratuitamente, hanno ricevuto».  

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