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domenica 05 dicembre 2021
 
Missioni - Albania
 

I ragazzi di suor Carmina

15/11/2015  La religiosa ha 75 anni, da 21 è missionaria in Albania. Ha attraversato un lungo tratto (e difficilissimo) della storia di questo Paese. Ha cresciuto un’intera generazione di giovani. E non ha ancora finito.

«Una Chiesa in uscita, samaritana, per incontrare Dio che abita nella città e nei poveri» è l’invito che Papa Francesco ripete spesso. In Albania, questa Chiesa ha il volto della schipetara Madre Teresa di Calcutta, venerata come eroe nazionale e simbolo della forza debole della preghiera e della carità. Ma in quello che è stato a lungo il Paese più povero d’Europa – chiamato “l’Africa sotto casa” – sono tanti i religiosi che dalla caduta della dittatura comunista nel 1991, hanno mostrato lo spirito del Buon Samaritano della Chiesa. 

Giovanni Paolo II con il cardinale Mikel Koliqi.
Giovanni Paolo II con il cardinale Mikel Koliqi.

Nel quartiere della Stazione del treno di Scutari, c’è un’altra suora, pochi centimetri più alta di Madre Teresa, che a bordo della sua bicicletta ogni giorno macina chilometri tra le strade sterrate della periferia di uno Stato periferico. Suor Carmina Schieda, 75 anni, delle Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria fondate dalla beata Eugenia Ravasco, ha cresciuto una generazione di giovani albanesi.

«Nel 1993», racconta con l’accento abruzzese di Civitaluparella (CH), «arrivammo per la prima volta in Albania con un gruppo di volontari per fare i campi estivi nelle montagne vicino a Scutari; ero già stata in Venezuela e Burundi, ma rimasi impressionata da un Paese poverissimo, fatto di case tutte grigie con finestre senza vetri e gente che girava scalza. L’anno dopo, in quattro suore italiane, ci stabilimmo a Scutari in una casa senza tetto: di notte vedevamo il cielo e quando pioveva occorrevano tanti catini per raccogliere l’acqua che pioveva anche sui letti».

Era l’abitazione dove era nato Mikel Koliqi, nominato cardinale nel 1994 all’età di 92 anni da Giovanni Paolo II, che aveva abbracciato nella storica visita del Papa a Scutari l’anno prima. Koliqi era il simbolo della Chiesa d’Albania, unico Paese europeo che aveva proclamato l’ateismo di Stato, una Chiesa che era divenuta martire ma non aveva abiurato la fede. Del resto, su 6 vescovi e 156 preti di prima della dittatura (1945), ben 65 erano stati uccisi per condanna a morte o tortura e 64 erano morti dopo essere stati in prigione o nei campi. Alla caduta del regime, sopravvivevano una trentina di preti che avevano tutti conosciuto la detenzione; al cardinal Koliqi erano toccati 38 anni di prigione e lavori forzati, era bastata l’accusa di aver ascoltato radio straniere.


Qui e in copertina: suor Carmina Schieda.
Qui e in copertina: suor Carmina Schieda.

Suor Carmina torna al 1994, l’anno in cui si stabilirono definitivamente: «Non avevamo un progetto prestabilito ma iniziammo a visitare i baraccati». Durante il regime, l’emigrazione era vietata e con la democrazia molte famiglie avevano lasciato le montagne per le periferie della città, nella speranza di migliorare la loro situazione con qualche giornata di manovalanza.

«Nella zona della Stazione del treno tanti bambini non andavano a scuola: chi doveva badare a un animale, chi raccoglieva lattine e bottigliette di plastica dalla spazzatura in cambio di qualche moneta». «Iniziai», racconta la suora, «qualche attività con loro insieme ad alcune ragazze albanesi; d’estate poi arrivavano i volontari dall’Italia per aiutarci».

In quegli anni, dal 1993 al 1996, l’Albania presentava i migliori indici di crescita tra i Paesi dell’Est postcomunista (con il Pil sempre tra il +7% e il +13%), mentre economisti e politici occidentali erano folgorati sulla via di Tirana (e parlavano di “Nuova California”, “Taiwan dell’Adriatico”, “piccola Svizzera dei Balcani”). Illusoriamente, perché l’Albania produceva solo ortaggi e chioschi di bar.

Il 1997 fu l’anno in cui svanì il sogno del denaro facile e diverse migliaia presero le barche per l’Italia. Si trattò della truffa delle Piramidi: tantissimi albanesi avevano investito i soldi delle rimesse degli emigrati, di case, animali e terreni venduti per avere contanti, in finanziarie che promettevano tassi di interesse altissimi, ma poi fallirono clamorosamente e fuggirono all’estero.

Cadde il Governo, che aveva in parte coperto il sistema; in un clima di anarchia, la gente assaltò gli uffici pubblici e le caserme, prese le armi, e ci furono alcune migliaia di morti. «Si moriva senza neanche sapere chi aveva sparato», racconta Suor Carmina. «In giro era pieno di armi, i bambini giocavano con i bossoli raccolti per terra e capitava che si ferissero in incidenti assurdi». La scuola era stata chiusa. Grazie a una benefattrice danese, la suora abruzzese acquistò alcuni carretti di tronchi d’albero, li tagliò facendo sedili per tutti. «Non c’era pericolo che le sedie si rompessero…», ricorda scherzando, «con dei fogli di cartone pressato, feci delle tavolette da appoggiare sulle gambe per scrivere comodamente. Così, per vari anni, girai le periferie e i villaggi attorno a Scutari per insegnare a leggere e scrivere, catechismo e animazione». Fu in quell’occasione che per raggiungerli tutti, «tra un po’ di paura e qualche ruzzolone», dovette imparare a pedalare in bicicletta, da cui ora non si separa mai.


Una vecchia foto di suor Carmina ai primi tempi della sua presenza in Albania.
Una vecchia foto di suor Carmina ai primi tempi della sua presenza in Albania.

Nel 2002, grazie all’appoggio del vescovo di Scutari Angelo Massafra, Suor Carmina poté accogliere i suoi bambini e ragazzi in una nuova struttura chiamata “Centro Regina della Pace”, una sorta di oratorio in cui sono cresciuti in tanti della Stazione del treno: 300 minori, divisi in otto gruppi la mattina e il pomeriggio, per corsi di aiuto scolastico, italiano, inglese, catechismo, ballo e teatro, taglio e cucito per le donne, feste, gite e anche il pranzo.

Tuttora Suor Carmina è un riferimento per le famiglie del quartiere, e le attività del centro proseguono, insieme alle altre opere avviate dalle consorelle di Ravasco: una casa famiglia per minori in difficoltà e il convitto che permette a molte ragazze dei villaggi sulle montagne fuori Scutari di frequentare le superiori e l’università.

Nel frattempo, i “ragazzi di Suor Carmina” hanno preso strade diverse: c’è chi è andato all’estero a studiare all’università (diventando ingegnere a Firenze o medico a Milano e Strasburgo), chi lavora in Germania e in Italia, e chi invece è rimasto in patria per provare, pur tra tante difficoltà, a costruire lì il futuro, in un’Albania che ora è profondamente cambiata.

Tra di loro, un gruppo di ragazzi, cresciuti con Suor Carmina, che ha dato vita alla Comunità di Sant’Egidio di Scutari.
«Da piccoli», racconta, «conobbero i volontari italiani che venivano al nostro Centro per animare le estati; ora vivono il Vangelo qui a Scutari nello spirito di Sant’Egidio, con la preghiera settimanale e il servizio ai poveri della città, gli anziani in istituto facendo giornate di festa con loro, i malati psichici dell’ospedale, e dedicandosi all’aiuto scolastico dei bambini della periferia». 


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