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venerdì 07 agosto 2020
 
Emergenza profughi
 

I rifugiati e la solitudine dei prefetti

22/07/2015  Chiusi tra lo scaricabarile del Governo e i muri alzati da vari sindaci e amministratori locali populisti, il ruolo di questi rappresentanti dello Stato si fa sempre più delicato e complesso. Non sempre all'altezza della situazione.

(Nella foto: il prefetto Mario Morcone)

Le tensioni intorno alla macchina dell'accoglienza chiamata a gestire l'accoglienza dei profughi nel nostro Paese si stanno scaricando sui prefetti. I rappresentanti del Governo si dicono
"stanchi di fare la parte dei capri espiatori" e si sentono "circondati da enorme ostilità", oltre che "bersaglio di frasi indegne da parte di esponenti istituzionali e noti politici".

Che il compito di questi funzionari dello Stato sia difficile e complicato e innegabile. Se la macchina dell'accoglienza ha retto, lo si deve anche a loro. Così come è innegabile che alcuni di esso lo stiano assolvendo nel migliore dei modi, a  cominciare dal prefetto del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione Mario Morcone, che ha parlato di "solitudine". Ma da quando sindaci, assessori e governatori hanno alzato il muro dell'accoglienza, soprattutto in Veneto, Lombardia e Liguria, questi funzionari chiamati a gestire l'emergenza trovano sempre più ostacoli e sempre meno collaborazione e soluzioni condivise, schiacciati tra lo scaricabarile del Governo e la strumentalizzazione politica.


Ecco che spesso ci si trova di fronte a scelte discutibili. Lasciamo perdere il caso del povero prefetto di Treviso Maria Augusta Marrosu, "scaricata" dal ministro degli Interni e fin troppo facile "capro espiatorio", con le sue "perle" infilate nel giro di pochi mesi: prima i profughi lasciati 24 ore in pullman mentre per la strada sfilava il Carnevale, poi la scelta di farne dormire alcuni nei giardini pubblici, quindi la riapertura della caserma «Salsa», chiusa nel giro di 48 ore, il «parcheggio» dei rifugiati alla stazione, infine il caso Quinto con la rivolta popolare degli abitanti di quartiere e il ricorso ad un altro sito militare. Ma tra i 101 prefetti ci sono stati innegabili soluzioni sbagliate, forse frutto dell'inesperienza e dell'emergenza. Ma se si concentrano decine di profughi dentro lo stesso stabile, anziché favorire l'integrazione, è chiaro che sorgono i problemi e arrivano i guai.

 La via da seguire è quella indicata da Morcone: in un clima teso di denunce e di scontri politici, questo rappresentante sul territorio della macchina dello Stato deve  rimanere insensibile al contesto politico, continuare nel suo impegno organizzativo e umanitario e tirare dritto per la sua strada, garantendo assistenza logistica, sicurezza, cura e sistemazione per chi gode dello status di rifugiato previsto anche dall'articolo 10 della Costituzione, collaborando con i corpi intermedi della società, a cominciare dalle strutture ecclesiali e del volontariato. L'ammuina politica e la demagogia la lascino agli amministratori locali, che prima o poi pagheranno lo scotto di certe politiche volte solo a non risolvere i problemi.

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