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I “signori dell’acqua” del Meru

03/11/2015  Due missionari e un laico: le centinaia di chilometri di tubi, le vasche, le condotte che arrivano fino ai più remoti villaggi sono opera loro. FOTO DI ALESSANDRO ROCCA

Ci sono gli acquedotti di Argese, quelli di Botta e quelli di Enrico. I primi due sono cognomi, e si riferiscono a fratel Peppino Argese, missionario della Consolata, e Andrea Botta, che il missionario (anche lui della Consolata) lo ha fatto per 20 anni, e ora si occupa di commercio equo e solidale. Gli acquedotti “di Enrico” vengono chiamati così perché Heinrich Gorfer (il suo vero nome) per i kenyani è troppo complicato. I primi due sono qui da prima che il Kenya fosse Kenya, ossia ottenesse l’indipendenza dal Regno Unito. Enrico c’è arrivato nel 1978, quando l’attuale presidente del Paese africano – Uhuru Kenyatta – era un ragazzino.

Sono i “signori dell’acqua”. A Meru e Isiolo lo sanno tutti che i bacini artificiali, le centinaia di chilometri di tubi, le vasche di depurazione, le condotte che arrivano fino ai più remoti villaggi, sono opera loro. Per decenni, con ingegno, tenacia, coinvolgimento della popolazione, hanno ascoltato le richieste della gente: «Dateci l’acqua». Lo hanno fatto in un’area dove scorrono solo tre fiumi, ridotti a un rivolo per gran parte dell’anno, dove dai pozzi esce spesso acqua salina e quella buona è sui monti Kenya e Nyambene.

Fratel Argese è salentino, Andrea Botta di Cuneo, Enrico della Val Senales («anche se ormai ci sentiamo più kenyani che italiani», dicono). Nel nostro Paese sono degli sconosciuti, ma qui sono più popolari di Del Piero per i tifosi della Juventus.

«Caro mio, sono qui dal 1957. Allora si obbediva agli inglesi e si andava a piedi», dice fratel Peppino. Lo incontriamo a Nairobi, in capitale, perché ha qualche acciacco, ma ci sta di malavoglia, perché la sua casa e la sua chiesa – l’ha progettata lui – sono sulle pendici del Monte Nyambene, a pochi tornanti dalla maggiore impresa che ha ideato: un bacino artificiale da 60 mila metri cubi d’acqua, interamente realizzato con le pale e i picconi della gente di Meru. «Perché prenderla lassù? Perché il sistema migliore è raccogliere l’acqua “per caduta”, attraverso tubature: costa poco e ha bisogno di poca manutenzione», spiega.

Andrea Botta è il suo compagno di ventura, in Kenya dal 1955. Per 20 anni è stato anche lui missionario, poi è uscito dalla Consolata ma ha continuato a lavorare nel Paese africano. Oggi esporta prodotti equo-solidali in Italia, Regno Unito, Irlanda, Germania e Giappone. È lui che ha fatto arrivare la prima volontaria dell’Lvia a Meru, Rosanna Caire, quando i cooperanti si chiamavano “missionari laici” e l’organismo di volontariato non aveva un nome: «Dovevamo registrare la sua presenza. Scrivemmo che Rosanna lavorava per la Lay volunteers international association, Associazione internazionale di volontari laici. Così è nata la sigla Lvia, un acronimo inglese».

Enrico Gorfer è arrivato a Meru nel 1978. Doveva restarci qualche anno. Invece, qui si è sposato e ci ha cresciuto tre figli. Nel bar dove è solito bersi una birra a fine giornata c’è un suo ritratto con sotto la scritta “Water for life”, acqua per la vita. Quando gli chiediamo un bilancio di una vita spesa per dare acqua alla gente, risponde così: «Sono preoccupato. I cambiamenti climatici sono davvero un problema: fra cinque anni, i ghiacciai e le riserve del Monte Kenya rischiano di esaurirsi. Qui occorre catturare e trattenere ogni singola goccia, se vogliamo farcela. C’è ancora tanto lavoro da fare».

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