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I vescovi anglicani guardano già oltre la Brexit

19/12/2019  Pro Europa ma preoccupati delle divisioni della Brexit e attenti a non alimentare inutilmente le tensioni che questo tema scatena. Questa la posizione di anglicani e cattolici mentre il Regno Unito si avvia a lasciare l'Unione europea

(Nella foto: l'arcivescovo di Canterbury Justin Welby)

 

Pro Europa ma preoccupati delle divisioni che Brexit ha provocato in Gran Bretagna e attenti, quindi, a non alimentare inutilmente le tensioni che questo tema scatena. Questa la posizione dei vescovi anglicani e anche cattolici mentre il Regno Unito si avvia a lasciare la Ue.

Ci sono voluti tre anni, dal referendum con il quale il 52% dei cittadini britannici hanno scelto di lasciare l’Unione Europea, prima che la “Chiesa d’Inghilterra”, la chiesa di stato inglese, prendesse, ufficialmente, posizione su Brexit.

Tanta reticenza è dovuta al fatto che, mentre la maggior parte dei quarantadue vescovi sono pro Ue, i fedeli rimangono profondamente divisi riflettendo, cosi’, il divario che esiste nel paese. Secondo un exit poll, fatto dopo il referendum del 2016, dagli esperti Greg Smith e Linda Woodhead, il 66% degli anglicani avrebbero votato “Leave” e scelto di lasciare Bruxelles. Un percentuale significativamente più alta di quella nazionale che indica una base anglicana conservatrice che sente la Ue come lontana e vuole riportare in patria una serie di legislazioni importanti.

Proprio per non alienarsi questi fedeli pro Brexit i vescovi anglicani non hanno mai espresso con chiarezza i loro sentimenti filo europeisti.

Eppure, la scorsa estate, una ventina di loro hanno deciso di pubblicare una lettera aperta nella quale hanno avvertito dei pericoli del “no deal”, un’uscita senza accordo del Regno Unito dalla Ue.

Una prospettiva che può ancora diventare realtà dopo la maggioranza significativa di 80 deputati, conquistata dal premier Boris Johnson alle ultime elezioni, e la determinazione del premier ad andarsene dall’Europa entro il dicembre 2020.

In questa loro prima presa di posizione pubblica i vescovi anglicani parlano della “necessità di una riconciliazione nazionale” e si dicono “preoccupati per i costi potenziali di un “no deal” Brexit”.

“Come vescovi abbiamo responsabilità pastorali e riconosciamo i nostri obblighi verso gli altri paesi europei”, scrivono nella lettera, “Uscire senza un accordo dall’ Unione Europea avrebbe un impatto enorme su tutti I cittadini ed è improbabile che l’assenza di un compromesso porterà a riconciliazione e armonia in un paese cosi profondamente diviso”.

La lettera continua con il riconoscimento che “è importante andarsene nel modo giusto dalla Ue” e l’ammissione che la Chiesa è divisa sull’argomento.

Sono sempre i vescovi della “Chiesa di Inghilterra”, riecheggiando la posizione di molti opinionisti e politici, a far notare che, dal momento del referendum su Brexit del 23 giugno 2016, la qualità del linguaggio pubblico è peggiorata e le minacce dirette ai politici sono aumentate e ad avvertire del rischio di ritorno della violenza al confine nordirlandese.

Questi toni preoccupati stridono con l’approccio usato dal Primate anglicano Justin Welby, nel suo volume “Reimagining Britain”, “Immaginare di nuovo la Gran Bretagna”, nel quale la guida teologica degli anglicani britannici definisce Brexit un “nuovo positivo inizio”, pieno di potenzialità. Il libro è un appello perché si ricominci a sognare una società più giusta e un monito ai cittadini perché recuperino quei valori di cura dell’altro e solidarietà che hanno dato vita a istituzioni importanti come il servizio sanitario nazionale o il welfare state.

Anche il cardinale Vincent Nichols, Primate cattolico di Inghilterra e Galles e guida di circa cinque milioni di cattolici in Inghilterra e Galles ha parlato della Gran Bretagna del Brexit come di: “Una possibilità di ricominciare, lasciandosi alle spalle le divisioni di questi ultimi tre anni”. In un comunicato, diffuso all’indomani delle elezioni generali, che hanno visto il premier Boris Johnson vincitore, Nichols ha espresso, con queste parole, i sentimenti dei cittadini fedeli a Roma e anche di buona parte della popolazione, esasperati dalle divisioni e dal caos che ha paralizzato Westminster, a partire dal referendum del giugno 2016.

“Questo voto ci offre un nuovo inizio, ma deve essere considerato anche una possibilità da tanti punti di vista, che vanno oltre la politica”, ha scritto il cardinale.

Il leader cattolico ha parlato anche di “Tanti danni fatti negli ultimi anni” e di un “dibattito che è stato tossico, dominato dalle accuse reciproche. È ora di lasciarci tutto questo alle spalle, di guardarci negli occhi e vedere il bene che c’è nell’altro. Mentre ci avviciniamo a Natale è la nascita di Cristo, l’Incarnazione della bontà di Dio che celebriamo. È questa forza positiva, scritta dentro ogni persona, che dobbiamo vedere e riscoprire. Concentrarsi sul bene che c’è in ogni persona è il nuovo inizio che dobbiamo cercare”.

E’ stata poi la stessa conferenza episcopale di Inghilterra e Galles, guidata sempre da Nichols, a confermare che, qualsiasi forma prenda il Brexit, i vescovi continueranno a partecipare alle organizzazioni episcopali europee Ccee e Comece. Nello stesso comunicato sempre i vescovi cattolici si sono detti “preoccupati dei più poveri che rischiano di pagare il prezzo maggiore” della decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione europea. L’episcopato anglicano e quello cattolico, insomma, ha accettato suo malgrado Brexit, ma teme un’uscita drastica, senza accordo, dalla Ue che danneggerebbe le fasce più deboli della popolazione.

 

 

 

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