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I vescovi: «Dove sono i nostri Mandela e Nyerere?»

23/02/2014  «Siamo rimasti scioccati, non possiamo rimanere in silenzio», dicono i vescovi del Sud Sudan. E denunciano senza mezzi termini le responsabilità di ha portato il Paese nel caos.

(Questa e la foto di copertina sono Unicef/Crowe)
(Questa e la foto di copertina sono Unicef/Crowe)

«Siamo di fronte alla crisi più grave che abbiamo mai affrontato. La nostra visione di una nazione liberata nella quale tutti i popoli siano uguali e vivano in pace sembra essere andata in frantumi. Il sangue degli innocenti, a migliaia, grida dal suolo! Il Signore giudicherà duramente coloro che continuano a uccidere, stuprare e derubare i suoi figli innocenti, e ancora più severamente chi incita alla violenza e non frena la propria avidità di potere».

Lo affermano i vescovi del Sudan e del Sud Sudan in un’Esortazione pastorale scritta dopo un incontro straordinario che si è tenuto a Juba dal 21 al 31 gennaio. I religiosi ricorrono a toni forti per denunciare quanto accaduto: «Siamo rimasti scioccati, non possiamo rimanere in silenzio. Gesù non è venuto per condannare ma per redimere. Anche noi non condanniamo gli individui, ma il male sì. Chiediamo che i responsabili si pentano e convertano i loro cuori». Pertanto, «non ci sono scuse per non rispettare» il cessate il fuoco firmato ad Addis Abeba.

Indicano alcune questioni politiche alla base del conflitto: «Abbiamo assistito – scrivono – a un aumento delle tensioni nel partito di governo, l’Splm. Il non aver affrontato questi problemi interni ha giocato un ruolo significativo nell’inasprirsi dei contrasti prima dell’esplosione della violenza il 15 dicembre. Nell’Splm serve, con urgenza, una riforma democratica». E successivamente puntano il dito contro la corruzione, il nepotismo, la personalizzazione del potere politico, indicando al contrario la strada da percorrere: riconciliazione nazionale che deve passare attraverso «il racconto della verità», trasparenza e fine dell’impunità per i leader, riforma delle forze armate e fine dell’utilizzo dei bambini soldato, forte investimento sulla scolarizzazione per riconciliare i giovani e puntare sulla costruzione di un’identità comune.

Le Chiese e la società civile potrebbero aiutare in questo cammino. Pertanto, i vescovi hanno criticato la decisione dell’Igad di escluderli dai colloqui di pace di Addis Abeba. La recente storia sudsudanese ha mostrato quale ruolo positivo possano svolgere, come nel processo per l’indipendenza del 2011 e in precedenti mediazioni. L’ultima è stata conclusa proprio il 30 gennaio: grazie alla mediazione del Church Leaders Mediation Initiative (Clmi), un organismo presieduto da monsignor Paride Taban, vescovo emerito di Torit, è stato firmato un accordo tra il governo e il generale Yau Yau, dell’etnia minoritaria muerle, che si combattevano dal 2010.

Di fronte alla crisi umanitaria, i religiosi parlano anche al mondo: «Rivolgiamo un appello a tutti gli enti e in particolare alla nostra famiglia di Caritas Internationalis, affinché sostengano in tutti i modi possibili le comunità più vulnerabili». L’attenzione particolare è per la diocesi di Malakal, che comprende i tre Stati di Unity, Jonglei e Alto Nilo, e dove – dice l’Amministratore apostolico Mons. Roko Taban Musa – «in un mese di combattimenti sono state distrutte tutte le strutture costruite in otto anni di sacrifici».

Ma l’ultimo appello dei vescovi è rivolto ai sudsudanesi: «Ora è tempo di una nuova nazione. Dove sono i nostri Mandela e Nyerere? Dove sono gli uomini che ci porteranno a rifondare questa nuova nazione indipendente? Noi proclamiamo la nostra speranza e attesa che i sudsudanesi si rialzino da questa crisi».

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