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Benessere

Ictus: come cogliere i segnali d’allarme in 6 domande e risposte

10/04/2017  È davvero vitale imparare a riconoscere le possibili manifestazioni della malattia cerebrovascolare sin dall’inizio. L’importante ruolo delle stroke unit nell’aiuto ai pazienti

Seppure la mortalità sia diminuita nell’ultimo decennio, oggi l’ictus è fatale per una persona su cinque. Purtroppo però, nel nostro Paese è la prima causa di invalidità con conseguenze, anche gravi: tre pazienti su quattro, infatti, convivono con qualche forma di disabilità, la metà non è più autosufficiente. Il professor Vincenzo Di Lazzaro, docente di Neurologia all’Università Campus Biomedico di Roma, ospite della trasmissione Il mio medico su Tv2000, ci spiega perché ogni minuto fa la differenza per evitare gravi conseguenze.

Professore, aumentano i casi di ictus ed è quindi vitale riconoscerne i sintomi. Quali sono?

«L’aumento degli attacchi è da interpretare soprattutto alla luce dell’età media della popolazione, perché è uno dei principali fattori di rischio non modificabili per l’ictus. È estremamente importante imparare a riconoscere le possibili manifestazioni della malattia cerebrovascolare all’esordio: si passa dal paziente asintomatico o con minimi segni neurologici a quadri clinici caratterizzati da grave disabilità o morte improvvisa. Ogni ictus è diverso dagli altri, si potrebbe dire addirittura “unico”, tuttavia ci sono una serie di manifestazioni cliniche ricorrenti: un’improvvisa asimmetria del volto, in particolare delle labbra, può essere segno di un ictus; un’improvvisa debolezza di un braccio (o di una gamba) può indicare la presenza di un ictus; l’incapacità di parlare o di comprendere il linguaggio parlato può essere un’altra manifestazione. Di fronte a questi sintomi, chiamare il 118 per un immediato soccorso. Oltre alle precedenti, altre possibili manifestazioni comprendono la comparsa improvvisa di disturbi della sensibilità (al volto, a un braccio e a una gamba, specialmente se da uno stesso lato del corpo), alterazioni del campo visivo, problemi di equilibrio, cefalea molto intensa mai presentata in passato o comunque con caratteristiche diverse da quella eventualmente già verificatasi in precedenza».

Questi sintomi, anche se transitori, sono comunque un campanello d’allarme?

«Certamente sì. In caso di ictus ischemico può succedere, in maniera imprevedibile, che l’occlusione dell’arteria e quindi la sintomatologia clinica, si risolva spontaneamente nel corso di pochi minuti o di alcune ore, apparentemente senza causare un danno permanente: si parla in questi casi di attacco ischemico transitorio o Tia. Analogamente, in alcuni casi di ictus emorragico possono verificarsi dei piccoli sanguinamenti “sentinella” che spesso precedono un’emorragia più grave. La comparsa di uno o più sintomi di cui abbiamo parlato, anche se transitoria e di breve durata, merita una valutazione medica urgente: potrebbe trattarsi del primo segnale della presenza di uno o più meccanismi patologici, capaci di scatenare in seguito un nuovo evento vascolare, con conseguenze molto più gravi e invalidanti».

Quindi, in presenza di questi sintomi è fondamentale chiamare immediatamente il 118. Non bisogna perdere un minuto di tempo…

«Esattamente. È prudente non sottovalutare i sintomi neurologici e non attribuirli a cause banali sperando che i disturbi scompaiano spontaneamente. Il tempo è il fattore critico per l’ictus, da cui dipendono le conseguenze sia a breve sia a lungo termine per il paziente. Nell’ictus ischemico esiste una finestra temporale di circa quattro ore e mezza in cui può essere somministrata, in casi selezionati, una terapia endovenosa che aiuti a riaprire i vasi occlusi. Questo intervallo di tempo si prolunga a sei ore in quei casi, ancor più selezionati, che possono essere sottoposti al trattamento intra-arterioso, qualora disponibile. In ogni caso non c’è tempo da perdere poiché esiste una differenza sostanziale in termini di efficacia nel caso di una terapia effettuata precocemente rispetto a quella effettuata allo scadere del tempo limite, poiché è stato stimato che ogni 30 minuti dall’inizio di un ictus si perdono 60 milioni di neuroni. I centri specializzati per il trattamento acuto sono noti come stroke unit o unità neurovascolari: la possibilità di accesso precoce a tali strutture in caso di ictus acuto ha conseguenze molto significative in termini di prognosi per il paziente. Infatti, anche al di là del trattamento effettuato nelle primissime ore, il ricovero nelle stroke unit è di per sé in grado di ridurre in maniera sostanziale la mortalità per ictus e anche il rischio di perdita dell’indipendenza».

Qual è la terapia più all’avanguardia utilizzata in caso dell’ictus più frequente, quello ischemico?

«La trombolisi endovenosa costituisce il trattamento di prima scelta nell’ictus ischemico acuto. Questo trattamento viene effettuato in centri specializzati e prevede la somministrazione per via endovenosa di un farmaco in grado di sciogliere il coagulo di sangue che ha occluso l’arteria. Più recentemente si sta diffondendo sempre più sul territorio nazionale il trattamento endovascolare per via intra-arteriosa. La disostruzione dell’arteria (trombectomia meccanica) va senz’altro ad affiancare e a integrare quello endovenoso di trombolisi, ma entrambi possono essere utilizzati solo dopo un’attenta valutazione del paziente. In Germania esistono le stroke unit mobili. Si tratta di un’ambulanza con neurologo e con la Tac a bordo in grado di effettuare la diagnosi già sul luogo di soccorso e di iniziare tempestivamente il trattamento con fibrinolitico quando indicato».

All’Università Campus Biomedico, state lavorando da tempo a nuove tecnologie che possono permettere un recupero sempre migliore dopo un ictus. Quali sono?

«Stiamo lavorando in collaborazione con l’area di Fisiatria e di Ingegneria biomedica su diversi progetti volti a promuovere la plasticità cerebrale, ovvero la capacità di compensare la perdita di tessuto cerebrale e di ottenere un migliore recupero funzionale. Queste modificazioni possono avvenire anche in fase cronica, cioè fino ad alcuni anni dopo un ictus, quando il danno cerebrale è apparentemente stabilizzato. I progetti sperimentali in corso riguardano soprattutto la riabilitazione per il recupero della funzionalità dell’arto superiore e prevedono l’utilizzo di tecniche di neuromodulazione cerebrale non invasiva e di protocolli di neuroriabilitazione con metodiche robotiche e connesse alla realtà virtuale. Stiamo inoltre esplorando gli effetti dell’abbinamento di queste tecniche per individuare i protocolli più efficaci per il trattamento dei pazienti con ictus».

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