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sabato 31 luglio 2021
 
l'intervista
 

Il ’68 di don Rigoldi: «Ero un ribelle, in seminario mi dissero che non ero adatto a fare il prete»

21/06/2018  Lo storico cappellano del Beccaria di Milano si racconta: «In seminario dormivo in canottiera e mi rimproverano. Il rettore mi disse che ero poco spirituale e mi permettevo di criticare pure il Papa. La Chiesa di quel periodo era povera di sogno, giusto scuoterla. All’epoca si volevano “abbattere” i padri, oggi ne abbiamo un bisogno disperato»

Un giovane don Gino Rigoldi durante un convegno
Un giovane don Gino Rigoldi durante un convegno

Se c’è un cattolico che, a suo modo, ha fatto il Sessantotto, questo è sicuramente don Gino Rigoldi, lo storico cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano. Viene ordinato prete nel 1967 in una Chiesa già alle prese con le prime avvisaglie della tempesta: a Milano, gli studenti occupano l’Università Cattolica; a Rimini si discute della fine dell’unità politica dei cattolici; la parola “divorzio” entra ufficialmente negli atti parlamentari della Camera dei deputati che stabilisce con i voti contrari di Dc e Msi che può essere introdotto in Italia per legge ordinaria e non è contrario alla Costituzione.

Lei era un ribelle, don Gino?

«Facevo molta fatica a stare in seminario. Mi infastidivano le cerimonie pompose, gli orpelli, le liturgie piene di lamenti. Una sera mi scoprirono a dormire in canottiera e mi rimproverarono che ero troppo scoperto. Dopo aver letto l’Humanae Vitae di Paolo VI dissi, in pubblico, che sarebbe stato meglio chiamarla Pillulorum regressio perché affrontava il tema del sesso con troppo moralismo».

Non la cacciarono via?

«Un giorno il rettore del seminario mi chiamò e mi disse: “tu non sei adatto a fare il prete, sei troppo laico, poco spirituale, critichi pure il Papa”. Per darmi l’ultima chance mi mandò nel Collegio arcivescovile De Filippi di Varese».

A far cosa?

«A occuparmi dei ragazzi. Il rettore del Collegio vide che ci sapevo fare con i giovani e disse: “questo deve diventare subito prete e restare qui”. Ci rimasi per quattro anni, fino al 1971, poi mi mandarono come viceparroco a San Donato Milanese e ne combinai un bel po’».

Racconti.

«Nell’oratorio c’erano alcuni militanti della Rete Antimperialista e di Autonomia Operaia. Ricordo che c’era una specie di capannone e io misi Gesù Cristo accanto alle foto di Freud, Gandhi, Martin Luther King e Marx. Il parroco si arrabbiò, soprattutto per Marx».

E lei come si giustificò?

«Erano persone che avevano grandi idealità e le avevano messe al servizio dell’umanità».

Era più ribelle a quell’epoca o adesso?

«Quando partecipo a certi incontri di preti molto più giovani di me che si parlano addosso mi sento un alieno. Menomale che c’è papa Francesco. È straordinario, un rivoluzionario, dovrebbe nascere altre tre volte o campare fino a 120 anni».

Aveva ragione chi in quel periodo contestava la Chiesa?

«In parte sì. Nella Chiesa di allora, come pure per certi versi in quella di oggi, c’erano tanti formalismi. Per non parlare di alcune liturgie tristi e malinconiche tutte incentrate sull’auto fustigazione: “per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa”. Siamo figli di Dio, Gesù ha detto: “Vi chiamo amici”. Ma lo sa che ci sono preti che si confessano tutte le mattine? Io mi chiedo: ma cos’è che hanno commesso durante la notte?».

Che Chiesa era quella del Sessantotto?

«Autoreferenziale, poco di servizio, piena di moralismi e povera di sogno. Della serie: “Io ho la verità, vi dico come si fa e voi seguitemi”. Ma il mondo aveva e ha tante facce, tante povertà, tante miserie. E poi era una Chiesa troppo autoritaria. Quando discutevo col mio parroco, lui rispondeva: “Tu, quando parli con me, stai in silenzio” (ride, ndr)».

Don Gino in uno scatto degli anni Settanta
Don Gino in uno scatto degli anni Settanta

Il Sessantotto è figlio del Concilio? .

«È stato un reciproco influenzarsi. Il mondo stava cambiando, c’era un clima positivo di rinnovamento e ci accorgemmo che la Chiesa aveva voglia di essere in sintonia con questo slancio. Il mondo cercava spazi diversi di sogno, di creatività, di relazioni e questa ricerca incrociò lo spirito cristiano che camminava anch’esso legato a un desiderio di rinnovamento».

Lei riusciva a dialogare con i contestatori?

«Al quartiere di Baggio, dove si spacciava di tutto, aprimmo un centro giovanile per aggregare i ragazzi. Quelli di Autonomia Operaia volevano fare propaganda nel centro, io ero contrario e loro mi minacciavano. Era gente che aveva le P38 ma non m’importava nulla, li mandavo a quel paese lo stesso. Poi con De Capitani e lo psichiatra Musatti mettemmo su un trio per difendere i diritti dei detenuti e anche dei terroristi. Eravamo un po’ matti ma capirono che eravamo già dalla parte della protesta e della rivendicazione dei diritti per tutti. Senza violenza, però».

Tra i sessantottini molti hanno fatto carriera, tranne i cattolici. Curioso, no?

«Mario Capanna è finito in Parlamento. Diciamo che il desiderio di cambiamento non era puro e integerrimo per tutti. Dopo la grande contestazione, qualcuno ha cominciato a cercare un posto al caldo».

“Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola”, diceva Leo Longanesi.

«Qualcuno s’è fatto prendere dall’appetito. E sa perché?».

No.

«Quando si protesta su qualche argomento, bisogna avere il piano B, la proposta alternativa. Chi si è accomodato e ha fatto carriera non aveva il piano B».

Il filosofo Salvatore Natoli ha detto che il Sessantotto è stato per i cattolici l’inizio della perdita della trascendenza. È d’accordo?

«Sì, anche perché questo desiderio di cambiamento ha finito per oscurare la preghiera e la spiritualità. Faccio un esempio: a Milano c’erano decine di scuola di preghiera, oggi non è rimasta nessuna. Io, quando mi ritiro, vorrei fondarne una nella chiesa del Beccaria. Il trascendente per noi è Gesù Cristo, il suo volto, i suoi comportamenti e insegnamenti. Oggi si potrebbe dire: Gesù Cristo, questo sconosciuto. Come si fa a dire che bisogna essere fratelli se noi, uomini di Chiesa, non siamo testimoni? Quando il cardinale Tettamanzi difendeva i poveri e gli stranieri in nome del Vangelo lo bollarono come un imam. Al Papa oggi danno del comunista. Gesù Cristo, figlio di Dio, è stato un grande eroe dell’umanità. Aveva un sogno e l’ha pagato caro perché l’hanno messo in Croce».

Il Sessantotto voleva “uccidere” i padri: in famiglia, nelle istituzioni, nella politica.

«Oggi abbiamo il problema opposto. Il dramma dei giovani è che manca il padre, non sanno dove cercarlo. Hanno un gran bisogno di paternità. Io non ho mai ricevuto tante proposte di affettività come negli ultimi dieci anni. Oggi i padri sono più incasinati dei figli. E sono lo specchio della società di oggi: individualisti, opportunisti e legati al successo economico».

A cosa ci si dovrebbe ribellare oggi?

«Agli idoli del potere e del denaro. Il denaro deve essere uno strumento, non l’obiettivo».

Ci vorrebbe un altro Sessantotto?

«Ci vorrebbero profeti, gente che propone modalità alternative di vivere la fede. E bisogna cambiare il metodo educativo».

Il suo qual è?

«Sta nel Vangelo e nell’articolo 3 della Costituzione. Non sono un missionario ma un prete di settantotto anni che ogni mattina legge un libro dove c’è scritto che Dio è amore e poi si butta nel lavoro».

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