logo san paolo
martedì 30 novembre 2021
 
Celebrare il Natale nelle zone di guerra
 

Il Bambino nasce anche fra le bombe

25/12/2013  Sono più di trenta i conflitti nel mondo. Ma la festa di Natale si celebra anche in tutte quelle realtà di sofferenza e di paura. Ecco alcune testimonianze – da Camerun, Sud Sudan, Centrafrica, Siria, Palestina (foto di copertina-Reuters) – da parte di missionari che hanno scelto “di stare accanto” e di celebrare la Nascita dell’Uomo di Pace.

Oggi è Natale. Ovunque, anche nelle zone dove regna la guerra, anche nelle zone dove la pace è in equilibrio difficile.

Nell'Estremo Nord del Camerun, dove è stato rapito padre Georges Vandenbeusch, «si prega per il suo ritorno e si attende, nella speranza», dice don Maurizio Bolzon, vicentino, parroco fidei donum a Loulou, diocesi di Maroua-Mokolo, «il suo vuoto pesa». Le autorità si dicono sicure che si trovi nelle mani della setta islamica Boko Haram, ma nulla di più è dato sapere.

Intanto, la situazione è sempre più tesa. La frontiera Camerun-Nigeria è presidiata costantemente. Il che, se da una parte rende la vita più sicura, dall'altra, sta provocando un grave danno alla già misera economia locale, poiché la Nigeria è praticamente l'unico partner del poco commercio esistente. Con la chiusura delle frontiere, i mercati si stanno svuotando dei prodotti di importazione, i prezzi della produzione agricola locale cadono a picco, il bestiame fatica a trovare acquirenti. Contemporaneamente, cresce il banditismo locale, che può agire indisturbato, grazie al fatto che quasi tutte le forze dell'ordine sono dispiegate sui confini nigeriani.

«Questo Natale», dice ancora don Maurizio, «è, quanto mai, un Natale tra i poveri. Mi guardo intorno, e ne sono circondato. Tanti, dappertutto. Ma poveri veri. Gente che in queste notti fredde non sa come far venire mattina, per quanto tremano. Da che sono a Loulou, ogni anno, a Natale, si rinnova in me la convinzione di essere un privilegiato, privilegiato perché nella Notte Santa mi è dato di ripetere a questa gente: “Vi annuncio una grande gioia, un salvatore è nato per voi, Gesù!”. Sono parole la cui portata la capisce solo chi non ha che Lui. E così i poveri diventano ricchi... e io, ricco, mi scopro povero. Mistero del Natale».

Il Sud Sudan, ultimo nato tra i Paesi africani con la dichiarazione di indipendenza del 9 luglio 2011, in queste settimane vive di nuovo il conflitto, e cresce la paura di ricadere nella guerra civile.

«Quest'anno, nonostante la situazione di sofferenza, morte e divisione, presente in Sud Sudan, voglio dire a tutti che la Vita è nata di nuovo e continua a farlo ogni giorno», dice da Juba padre Daniele Moschetti, provinciale dei Comboniani. «Mettiamo di più al centro gli altri e l'Altro, per scoprire che ha un grande senso vivere, e il battersi ogni giorno per un mondo migliore, per un Regno di Dio che è già presente, anche se non ancora nella sua pienezza. Noi celebriamo il Natale per Gesù, per la Vita vera e la Felicità che ognuno cerca per tutto il cammino di vita. Le parole di papa Francesco – “Mai avere paura della Tenerezza” – sono motivo di riflessione per tutti noi cristiani sul come viviamo queste festività e anche la nostra fede. È tempo di cambiamento, tempo di convertirci a un mondo di relazioni, che sono le cose importanti. Non i soldi, la carriera, l'arrivismo, il prevaricare gli altri. Sforziamoci di cambiare, sempre ricordandoci che siamo mediatori di una Forza, di un Coraggio, di un Amore, che ci vengono donati da Qualcun Altro per condividere. Restiamo uniti in questo tempo di dolore per il popolo del Sud Sudan. Qui è davvero un momentaccio, ma non facciamoci rubare la Speranza, quella vera. Che il Principe della Pace possa portarci in dono la vera pace e la fraternità».

Nella missione di Bouar, nel nord-ovest della Repubblica Centrafricana, il Natale sarà vissuto in un clima di tensione e paura. «Siamo in tempo di guerra», dice padre Beniamino Gusmeroli, missionario dei padre Betharramiti. «Le truppe di mercenari sudanesi e ciadiane, i “seleka”, capitanati da Michel Djotodia, dopo aver preso il governo, lo scorso marzo, hanno invaso il Paese, passando da 2.500 unità a 20 mila, disperdendosi su tutto il territorio, tiranneggiando la popolazione e dettando legge. Hanno bruciato villaggi e ucciso. Come risposta, i giovani dei villaggi, denominatasi “anti-balaka”, si sono organizzati, con la complicità di molta parte dell'esercito nazionale. Il risultato è uno scontro continuo, una catena interminabile di vendette e contro vendette».

«In questo clima ci stiamo preparando al Natale», continua padre Beniamino, «con l'incertezza e la paura leggibili sul volto di tutti. Anche la messa della notte siamo costretti ad anticiparla, quando è ancora chiaro, per ragioni di sicurezza. Un mezzo Natale o un Natale particolare? Nel contrasto, si vedono le cose nella loro nitidezza. Nelle tenebre si vede meglio la luce. Dal fondo della nostra povertà e debolezza si comprende la grandezza dell'Amore di Dio. Dal profondo del nostro male, vediamo che Dio è altro e ci invita, nel suo venire tra noi, a essere diversi, a non farci prendere dai vortici della violenza, della vendetta. Ci chiede di ammirarlo e contemplarlo nella sua fragilità che ci dona e che ci porta nuove aperture di vita, di pace e di perdono. Anche qui c'è chi crede, chi ci si aggrappa, che spera, chi prega. Il dono di sé che ci fa Dio porti pace e riconciliazione. Mettiamoci in ginocchio davanti alla sua umiltà, al suo farsi uno di noi per amarci e cambiarci il cuore».

Per monsignor Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, «è difficile capire dove sta andando la Siria. Certamente la strada è molto lunga e, più che a una salita, la paragono a una difficile scalata. Mi auguro che, a livello internazionale, si trovino i mezzi per arrestare la violenza e per far sedere le parti al tavolo delle trattative, affinché non parlino più le bombe e le mitragliatrici, parlino le persone. Questo è ormai il terzo Natale che i cristiani in Siria celebrano senza pace. Manteniamo sempre viva la speranza».

«In occasione del Natale, il bambino siriano ci interpella: ho bisogno di scarpe, di un maglione, di una copertina, di latte», scrive frate Georges Sabe, dei maristi di Aleppo. «Queste sono le grida che sentiamo dalla bocca dei bambini che vengono da noi ogni giorno. Ci chiedono uno spazio di pace, di felicità, di tenerezza o, semplicemente, uno spazio per i giochi. Noi facciamo quello che possiamo, sognando per loro un mondo diverso da quello nel quale sono immersi. Per tutti, un Natale di pace e di speranza”.

Buon Natale a tutti coloro che questo giorno lo vivono nella guerra, sperando la pace.

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo