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martedì 05 luglio 2022
 
La polemica sul burkini
 

Il burkini è un impietoso fardello, ma non vietiamolo per legge

18/08/2016  Nel criticare certi costumi (in tutti i sensi) dobbiamo sempre rispettare la libertà che viene dalle tradizioni e dai riti, a patto che queste tradizioni non confliggano con la libertà altrui. Altrimenti dovremmo vietare in certe circostanze l’abbigliamento di un rabbino, di un sacerdote ortodosso, e anche certe discutibili scelte estetiche. Avremmo dovuto, ad esempio, impedire all’onorevole Daniela Santanché, strenua avversaria del velo islamico, di entrare alla Scala travestita da Arbre Magique.

Una donna in "burkini" sulla spiaggia di Cannes.
Una donna in "burkini" sulla spiaggia di Cannes.

Non ho mai visto dal vivo una donna in “burkini” ma ho visto come tutti le foto e i video diffusi da tv, giornali, siti e "social"  in questi giorni e francamente provo quello che prova qualsiasi uomo occidentale o musulmano di buon senso: penso che siano un inutile e impietoso fardello che impedisce a una donna di esercitare un giusto rapporto del suo corpo con la natura e la bellezza del mare e del sole. Una volta,a  ferragosto, molti anni fa, mi buttarono vestito in acqua  e provai cosa significa camminare sul bagnasciuga coi vestiti infraciditi e appesantiti. Una situazione per nulla piacevole. Vorrei che il “burkini” se lo mettessero i mariti delle donne che lo indossano per andare in spiaggia.

Ma se ripercorro il mio passato vacanziero ricordo di aver visto, da ragazzo, alcune suore che accompagnavano i bambini della colonia vestiti in modo non molto diverso. Ricordo di aver pensato: povere donne, ma perché devono vestirsi in quel modo, coprendosi persino la testa, e fare il bagno in quella maniera, rimboccandosi la gonna mentre si immergono fino alle ginocchia? Più che un bagno, pareva il suicidio di Virginia Woolf, che si lasciò annegare nel fiume Ouse dopo aver riempito la gonna di sassi. Perché non possono mettersi un costume intero e una cuffia coi fioroni (allora si usavano cuffie di plastica grosse come boe per non rovinarsi le acconciature gonfie di lacca) come mia madre e mia zia? Eppure a nessuno sarebbe venuto in mente di vietare a una suora di fare il bagno vestite. Perché non è con i divieti che si devono cambiare certe attitudini, bensì attraverso le battaglie culturali e sociali, quelle stesse battaglie culturali e sociali che hanno fatto fare grandi passi avanti sul piano dell'emancipazione femminile. Battaglie vinte con il confronto pubblico e privato, con l'esempio, il dibattito, il coraggio, la ribellione sociale.

Nel criticare certi costumi (in tutti i sensi) dobbiamo sempre rispettare la libertà che viene dalle tradizioni e dai riti, a patto che queste tradizioni non configgano con la libertà altrui. Altrimenti dovremmo vietare in certe circostanze l’abbigliamento di un rabbino, di un sacerdote ortodosso, e seguendo  all’estremo questo ragionamento anche certe discutibili scelte estetiche. Avremmo dovuto ad esempio impedire all’onorevole Daniela Santanché, strenua avversaria del velo islamico, di entrare alla Scala travestita da Arbre Magique. Se il burkini è inaccettabile per una donna, qualsiasi donna, scriviamolo sui giornali, sui social network, gridiamolo alla televisione, diciamolo sulle spiagge, magari avendo il coraggio di dirlo in faccia ai mariti e ai padri delle sventurate. Ma lasciamo perdere le leggi. 

L'onorevole Daniela Santanché alla prima della Scala.
L'onorevole Daniela Santanché alla prima della Scala.

Tanto è vero che sia il ministro Alfano che il premier Valls, pur criticando questa pessima attitudine, nemmeno si sognano di predisporre una legge nazionale. Le leggi sul costume si riempiono di significato solo quando sono condivise e giungono alla fine di un percorso di maturazione storica e culturale. Saranno prima le stesse donne islamiche a togliersi quel fardello inzuppato: imporglielo servirà solo a tenerle segregate in casa mentre i loro mariti se la godono sulla battigia in costume da bagno.

 
 
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