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domenica 11 aprile 2021
 
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Il “capitale umano” di Amref

02/03/2014  I nostri inviati volano a Maridi, una zona non toccata dalla guerra civile, dove l'Ong però sta investendo sul futuro del giovane Paese africano: hanno già formato 400 assistenti medici nell'Istituto di Formazione sanitaria che hanno creato, col sostegno della Cooperazione Italiana e dell'8 per mille della Chiesa Valdese.

Juba, Sud Sudan, domenica 2 marzo

Accanto all’aeroporto di Juba è stato allestito dalle Nazioni Unite un campo di raccolta per gli sfollati della guerra civile
. Accoglie 27 mila persone, ma in tutto il Sud Sudan gli sfollati sono quasi 900 mila (fra loro, secondo le stime dell’Unicef, ci sono 400 mila bambini).

Alle 9 del mattino fa già molto caldo e nel campo l’aria è soffocante e maleodorante. Ci sono un sacco di bambini, che corrono da tutte le parti, si inseguono, ridono, si mettono in posa davanti all’obiettivo di Paolo Siccardi e di Bapstiste, il fotografo di Paris Match che viaggia con noi. La gente, nonostante il disagio, il sovraffollamento e l’incertezza del futuro, si è adattata inventandosi delle attività.

Un uomo sistema gli abiti con una vecchia macchina da cucire, alcuni chioschi improvvisati vendono farina, tè, riso. Un banchetto vende medicinali. Una musica a tutto volume annuncia un chiosco dove si vende materiale elettrico, radio, batterie per i cellulari. Al punto di distribuzione dell’acqua c’è un grande affollamento. Donne e bambini riempiono le taniche gialle.

Il portavoce dell’Onu ci spiega che oggi in Sud Sudan i campi per gli sfollati sono sette. I Caschi blu dell’Onu sono 7 mila, ma ne devono arrivare altri 5 mila per rafforzare il contingente. In questi ultimi giorni si sono aggiunti 320 militari nepalesi. Lasciamo il campo e raggiungiamo l’ospedale di Juba, dove ci aspetta il ministro della Sanità Riek Gai Kok. Il ministro elogia il lavoro di Amref in Sud Sudan: «Fanno la cosa giusta. Non ci mettono il pesce nel piatto, ma ci insegnano a pescare. È quello che serve per lo sviluppo del nostro Paese». Un giornalista della televisione di Stato mi fa una intervista, poi raggiungiamo la pista dell’aeroporto di Juba, dove ci aspetta James, il nostro bravo e simpatico pilota dell’aereo di Amref.

Tommy Simmons, direttore generale di Amref. Nell'immagine di copertina: uno dei medical officer formati alla scuola di Amref mentre effettua una visita - Le foto sono di Paolo Siccardi.
Tommy Simmons, direttore generale di Amref. Nell'immagine di copertina: uno dei medical officer formati alla scuola di Amref mentre effettua una visita - Le foto sono di Paolo Siccardi.

Decolliamo verso Maridi, nello stato del Western Equatoria, una delle regioni del Sud Sudan non toccate dalla violenza degli ultimi due mesi e mezzo. Sorvoliamo una fitta boscaglia e dopo 50 minuti James plana sulla pista in terra battuta.

Scendiamo dall’aereo e nel nulla che ci circonda vediamo un piccolo capannone sovrastato dalla scritta pretenziosa: Maridi Passenger Terminal. Dentro il capannone sgarruppato non c’è assolutamente nulla, solo tre ragazzi che ci guardano impassibili. Una scena surreale. Facciamo poche decine di metri a piedi e raggiungiamo il compound di Amref, dove ciascuno di noi alloggia all’interno di un tukul. Fa meno caldo di Juba, il posto è molto tranquillo e gettando lo sguardo oltre il recinto vediamo il nostro aereo parcheggiato fuori.

Il nostro villaggetto di tukul dista poche centinaia di metri dall’Istituto Nazionale di Formazione Sanitaria di Maridi. Per il Sud Sudan questo è un centro di eccellenza, perché grazie ad Amref, che lavora in partnership con il Governo centrale, sono stati istituiti dei corsi per la formazione di assistenti medici. In inglese sono chiamati medical officers, una via di mezzo fra gli infermieri e i medici. Questi giovani potranno trattare le malattie più diffuse (come la malaria), somministrare i vaccini, fare visite a domicilio, eseguire interventi chirurgici non complessi.

«Finora, con i nostri corsi triennali, ne abbiamo formati già 400. Ciascuno di loro potrà coprire un bacino di circa 20 mila persone», dice Tommy Simmons, direttore di Amref Italia. Gli edifici della scuola sono disposti attorno a una grande prato. Ci sono le aule, la biblioteca, le postazioni per i computer (c’è la rete wifi), i dormitori per gli studenti.

È consolante vedere decine di giovani dietro i banchi, nelle aule, oppure all’aperto, intenti a studiare all’ombra dei grossi manghi carichi di frutti ancora acerbi. «Quello che noi sosteniamo è un investimento e un progetto a lungo termine», dice Simmons, «che stiamo realizzando grazie al supporto del Ministero degli Affari Esteri italiano, attraverso la Cooperazione, e ai fondi dell’8 per mille della Chiesa Valdese. Ma per noi è fondamentale il coinvolgimento della popolazione locale. Qui a Maridi facciamo crescere quel capitale umano necessario per lo sviluppo sanitario del più giovane stato africano.

Roberto Zichittella

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Sud Sudan, dove non c'è la guerra il Paese cresce
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