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«Rosario Livatino, un eroe del quotidiano»

21/09/2020  Il presidente della Conferenza episcopale italiana elebra Messa per i 30 anni dall'assassinio (il magistrato fu ucciso il 21 settembre 1990) e spiega la grandezza di un cristiano che ha saputo fare, con umiltà il suo lavoro di ogni giorno. Nel numero di Famiglia Cristiana in edicola fino a mercoledì ampi servizi sulla morte del giudice.

Una coscienza chiara dei doveri di un cristiano. Soprattutto di un cristiano impegnato nell’amministrare la giustizia. Il cardinale Gualtiero Bassetti, prima di cominciare il consiglio permanente che si protrarrà fino al 23 settembre, celebra messa, a Roma, nella chiesa del Sacro Cuore del Suffragio e ricorda i 30 anni dall’assassinio di  Rosario Livatino. Ricorda la sua frase, scritta con la penna rossa in una delle sue agendine (sul numero di Famiglia cristiana in edicola fino a mercoledì un ampio speciale che ricorda anche questo), in cui il giudice, il 18 luglio del 1978 sottolineava: «Ho prestato giuramento; da oggi quindi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige». Le idee erano chiare fin dal principio, dunque. Eppure possiamo ritenere che anche per lui, nella decina d’anni di esercizio della professione, la determinazione nel seguire quella che si stava sempre più prospettando come una specifica chiamata si sia fatta sempre più netta. Forse anche al giudice Livatino la via che l’avrebbe portato ad assumersi fino in fondo – fino al sacrificio estremo – le proprie responsabilità si trovò confermata a poco a poco, mentre svolgeva il suo lavoro, mentre non ricusava gli incarichi più esposti, mentre assisteva alla morte violenta di altri giudici stimati, mentre conosceva ogni giorno di più il tessuto profondo e talvolta malato di territori che a uno sguardo meno attento di quello di un magistrato o di un operatore di polizia possono sembrare tranquilli e laboriosi».

Per il giudice, ricorda ancora il cardinale, «tutto questo era questione di vita o di morte, ma prima ancora di vita vera e di fede limpida. Livatino riuscì a ritrovare una sintesi tra religione e diritto che non appare scontata, come dimostra una sua conferenza: “Cristo”, egli affermò, “non ha mai detto che soprattutto bisogna essere ‘giusti’, anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha, invece, elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano”». Non c’è giustizia senza amore, secondo il magistrato assassinato sulla strada che lo portava dalla casa che condivideva con i suoi genitori, a Canicattì, al posto di  lavoro ad Agrigento. Il presidente della Cei cita anche papa Francesco che, in più di una occasione, ha indicato il giudice siciliano come esempio da imitare. «Rosario Livatino», aveva detto ricevendo i membri del centro studi a lui intitolato, «ha lasciato a tutti noi un esempio luminoso di come la fede possa esprimersi compiutamente nel servizio alla comunità civile e alle sue leggi; e di come l’obbedienza alla Chiesa possa coniugarsi con l’obbedienza allo Stato, in particolare con il ministero, delicato e importante, di far rispettare e applicare la legge».

Coerenza di vita e di fede, dedizione al servizio, nonostante dubbi e timidezze. Un piccolo grande eroe del quotidiano di cui oggi abbiamo bisogno. «Un tempo», conclude il cardinale, «si dichiarava beato un popolo che non avesse avuto bisogno di eroi (cfr B. Brecht). E così pure di santi, di figure esemplari, di testimoni. Permettetemi di obiettare che abbiamo bisogno di tanti piccoli e grandi eroi del quotidiano, che si sentano chiamati mentre attendono al loro lavoro, che sappiano comportarsi in fedeltà alla missione ricevuta, che donino umilmente la vita giorno per giorno là dove si trovano a vivere e a operare, che abbiano il coraggio della fedeltà nonostante i limiti e le umane debolezze, che onorino il proprio mandato – qualunque esso sia – con estrema dignità. Davvero beato un popolo, un paese che ha uomini e donne così. Beate le istituzioni che sono presidiate da figure simili. Beati quei malcapitati, quei poveri, quei soggetti meno fortunati che ricorrono a una giustizia amministrata da persone simili. L’intercessione dell’apostolo ed evangelista san Matteo, peccatore perdonato, e la testimonianza luminosa di Rosario Livatino, credente e magistrato, siano di sprone al nostro cammino».

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