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mercoledì 13 novembre 2019
 
intervista
 

«Così noi cattolici guideremo l’Etiopia verso la riconciliazione»

06/11/2019  Il cardinale di Addis Abeba Souraphiel: «Siamo sotto gli occhi del mondo per il Nobel per la Pace assegnato al primo ministro ma abbiamo la guerra in casa. Nei prossimi mesi cercheremo di preparare la gente alle elezioni. L’Europa ha smarrito la sua identità cristiana e chiude le porte ai migranti, noi no. Il Papa? Speriamo che venga presto»

Inviato ad Addis Abeba

«L’Etiopia sta vivendo una fase di contraddizione. È sotto i riflettori del mondo per il Premio Nobel per la Pace assegnato al nostro primo ministro, Abiy Ahmed, ma all’interno del Paese continuano gli scontri e le violenze che causano numerose vittime. La pace, purtroppo, è ancora lontana. Anche papa Francesco all’Angelus di domenica scorsa ha ricordato i cristiani della Chiesa Ortodossa Tewahedo e le altre vittime di violenza a causa degli scontri etnici. Ero in visita pastorale negli Stati Uniti e tutti mi chiedevano del Nobel mentre qui c’erano disordini e violenze. Mi sono un po’ vergognato». Il cardinale Berhaneyesus Demerew Souraphiel, 71 anni, arcivescovo metropolita di Addis Abeba, parla un italiano quasi perfetto. È un uomo di spirito: «Se il Papa verrà in Etiopia gli offriremo da mangiare l’enjera (il piatto tipico etiope, ndr) ma non sappiamo se potremo condirlo con il berberé perché è molto piccante. Se vede la macchina che utilizzo io dirà che è troppo grande per lui e ne chiederà una più piccola (ride, ndr)». Lo incontriamo nell’arcieparchia di Addis Abeba dove accanto c’è una delle oltre quattrocento scuole cattoliche del Paese.

Quest’uomo, creato cardinale da Francesco nel 2015, ha davanti a sé un compito delicato e impegnativo come coordinatore della neonata Commissione nazionale per la riconciliazione e la pace voluta dal primo ministro Abiy Ahmed in vista delle elezioni che dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) tenersi a maggio.

Com’è la situazione del Paese in questo momento?

«Difficile ma aperta alla speranza. Il premier Abiy pensa che l’unica soluzione per l’Etiopia non sia la legge del taglione ma quella di lavorare per la pace e la riconciliazione attraverso il dialogo tra le varie etnie. Ha scritto anche un libro in cui sottolinea che l’unità, non l’uniformità, è importante. Le diversità vanno salvaguardate. Ecco perché dà grande importanza alla riconciliazione e alla pace e ha creato questa commissione di cui io sono il presidente mentre la vice è una donna cattolica, Yetnebersh Nigussie, avvocatessa e attivista per i diritti umani, non vedente dall’età di 5 anni (nel 2017 ha vinto il prestigioso premio “Right Livelihood Award” ricevuto dinanzi al Parlamento svedese, ndr). Ha frequentato la nostra scuola cattolica per non vedenti».

Due cattolici al vertice di una commissione così delicata. Che significa?

«Il governo etiope e le altre confessioni religiose hanno fiducia nella Chiesa cattolica, perché siamo piccoli, una minoranza che non arriva neanche al 2 per cento. Quando si è piccoli non si è pericolosi. Le altre religioni sono molto più numerose: ortodossi, musulmani e protestanti, che stanno crescendo moltissimo. Per noi cattolici è una grande sfida su come lavorare per la riconciliazione in una situazione come questa, attraversata da gravi tensioni etniche nella regione dell’Oromia e non solo. Ci sono alcuni potentati finanziari che dall’esterno, in maniera subdola, cercano di destabilizzare il Paese sponsorizzando i conflitti tra le etnie e all’interno degli stessi gruppi etnici come sta accadendo tra gli oromo (l’etnia cui appartiene Abiy, ndr)».

Cosa farete nei prossimi mesi?

«Anzitutto bisogna preparare le elezioni. Con i membri della commissione parleremo con i governanti delle nove regioni del Paese e con i capi religiosi. Noi abbiamo capito che la gente vuole la pace e vuole uscire dalla condizione di povertà che la fa soffrire. Dopo aver parlato con tutti i leader, convocheremo una conferenza nazionale per la pace anche in vista delle elezioni politiche. Non si sa se si terranno a maggio o dopo ma sicuramente ci saranno. Noi siamo in pace con tutti i nostri vicini: con l’Eritrea il premier ha siglato un accordo di pace l’anno scorso e anche i rapporti con la Somalia, il Kenya, l’Uganda, il Sudan e il Sud Sudan sono buoni. Manca la pace all’interno del Paese. Questa commissione ha il compito di pregare per ottenerla e per questo motivo abbiamo pensato di proclamare una giornata nazionale di preghiera insieme ai musulmani perché la vera pace verrà solo da Dio».

Nelle manifestazioni contro il premier Abiy in Oromia e ad Addis Abeba di dieci giorni fa sono morte più di 80 persone. Cosa ne pensa?

«È molto triste quello che è accaduto. Ero a Washington in visita pastorale alla comunità etiope e tutti mi chiedevano del Nobel al nostro primo ministro. È la prima volta che l’Etiopia riceve un riconoscimento così prestigioso però il Paese non è in pace. Mi sono vergognato!».

Le elezioni, quando ci saranno, sono un punto cruciale. La gente è preparata?

«Con il Segretariato cattolico ci siamo già attivati per andare nelle parrocchie e spiegare cosa sono le elezioni. Educare le persone è fondamentale. Qui ad Addis Abeba ha sede l’Unione Africana (che raggruppa tutti gli stati del Continente, ndr), le rappresentanze delle Nazioni Unite, abbiamo numerosi ambasciatori da ogni parte del mondo. È una città internazionale e diplomatica, ci sono molti osservatori esterni che potranno seguire le elezioni. L’influsso positivo delle istituzioni internazionali ci sarà sicuramente d’aiuto».

Qual è la situazione dei profughi eritrei dopo l’accordo di pace?

«L’Etiopia ha tantissimi profughi, non solo eritrei. Quelli sudanesi sono quasi un milione. Arrivano anche dalla Somalia e persino dalla Siria. Un giorno è arrivata una famiglia siriana davanti all’arcivescovado con un cartello scritto in amarico per chiedere aiuto. La situazione dell’Eritrea non è cambiata molto anche se c’è stato l’accordo di pace. L’Eritrea si sta svuotando di giovani e lì restano solo gli anziani. Se in quel Paese non ci sarà un cambiamento politico ed economico, i profughi continueranno ad arrivare non solo qui da noi ma anche nei paesi arabi e in Europa».

Il cardinale di Addis Abeba Berhaneyesus Demerew Souraphiel, 71 anni, con il segretario generale della Conferenza episcopale etiope Teshome Fikre
Il cardinale di Addis Abeba Berhaneyesus Demerew Souraphiel, 71 anni, con il segretario generale della Conferenza episcopale etiope Teshome Fikre

Nel nostro Continente la questione dei migranti è sempre più scottante. Vista da qui, come giudica queste polemiche?

«Per la prima volta nella sua storia, l’Europa ha chiuso le porte agli immigrati  e questo atteggiamento non è evangelico e cristiano. Se un profugo bussa alla porta di un etiope, l’etiope gli apre perché lo straniero è un dono di Dio. Noi accogliamo queste persone anche se le difficoltà non ci mancano. Quando gli europei erano immigrati erano ben accetti in America e negli altri Paesi. Adesso i poveri vengono a bussare alle vostre porte e trovano chiuso. Papa Francesco è andato a Lampedusa per ricordare i morti annegati nel Mediterrano. Quale politico ha fatto questo? Il suo gesto vuole sottolineare che tutti i profughi che muoiono in mare sono uomini con la loro dignità. Questa è una sfida di fede e umanitaria per l’Europa che ha fatto la storia cristiana e ora ha paura di mettere Dio nella propria costituzione e sta negando le proprie radici cristiane. È una sfida difficile. Prego perché l’Europa rifletta seriamente sulle proprie radici cristiane e di non vergognarsene».

Quando ha incontrato papa Francesco l’ultima volta?

«A maggio in Vaticano. L’ho invitato a venire qui in Etiopia».

Cosa le ha risposto?

«Mi ha detto: “Vedremo”. Anche il primo ministro e l’Unione Africana lo hanno invitato a venire. Sarebbe un regalo meraviglioso anche se si fermasse un solo giorno. Il Corno d’Africa ha una posizione geopolitica molto importante dal punto di vista commerciale ma anche del dialogo con i Paesi arabi. La presenza del Pontefice sarebbe fondamentale non solo per l’Etiopia ma per l’intera regione. Se verrà, sono sicuro che non vorrà pranzare al palazzo nazionale ma con i poveri di Madre Teresa. Il suo stile è un monito anche per noi non solo per aiutare i poveri ma per vivere accanto a loro».

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