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mercoledì 20 ottobre 2021
 
LA RIFLESSIONE
 

«I cristiani? Missionari e in cammino con gli altri, non navigatori solitari»

15/09/2021 

Il titolo Fraternità e missione, ispirato alla recente enciclica di papa Francesco Fratelli tutti, pone un tema di grande attualità, non solo nella prospettiva della missio ad gentes, ma anche in riferimento alla formazione dei futuri presbiteri. D’altronde, già in passato, la Optatam totius (IV, 11), la Pastores dabo vobis (V, 43) e La formazione dei presbiteri (III, 4b) avevano unanimemente sottolineato che la formazione umana risiede innanzitutto nella capacità di relazione e di relazioni, e che l’acquisizione delle cosiddette “virtù sociali” si ottiene attraverso atteggiamenti e comportamenti caratterizzati da un forte spessore di “umanità”.

A questo proposito mi sovviene, quasi istintivamente lo confesso, il pensiero del compianto don Primo Mazzolari, grande sacerdote del Novecento, il quale diceva, in uno dei suoi scritti, riguardo al significato della cosiddetta pastorale vocazionale: «Si cerca per la Chiesa un uomo capace di vivere insieme agli altri, di lavorare insieme, di piangere insieme, di ridere insieme, di amare insieme, di sognare insieme…». Si tratta, pertanto, di affermare una mentalità inclusiva, aperta al confronto con ogni genere di alterità. Ed è proprio questo l’indirizzo che papa Francesco ha impresso al suo pontifi cato, un orientamento che esige una decisa assunzione di responsabilità da parte di ogni comunità cristiana, dunque anche dei futuri presbiteri.

Questo, in sostanza, signifi ca che prima di «andare» (Chiesa in uscita) «in periferia » (locus per eccellenza della missione) ed essere così «a fianco dei poveri», occorre comprendere, con il cuore e con la mente, che la missione evangelizzatrice non può prescindere dalla fraternità. Essa rappresenta la condicio sine qua non per vivere la missione. Già nell’Evangelii gaudium il vescovo di Roma, all’inizio del suo ministero petrino, affermava: «L’intimità della Chiesa con Gesù è un’intimità itinerante, e la comunione si confi gura essenzialmente come comunione missionaria. Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno». Da rilevare che il pensiero di papa Francesco è in linea con quello del nostro episcopato, quello italiano, che già negli anni Ottanta affermava: «La missione non è opera di navigatori solitari: la comunione è la prima forma della missione».

È la stessa etimologia della parola italiana “comunione” che ci aiuta a comprendere il legame di questo vocabolo con la missione evangelizzatrice. “Comunione” deriva dal latino commune; si tratta di un vocabolo composto dal prefi sso cum- e da un derivato di munus (incarico, compito, missione…), per cui commune vuol dire letteralmente “che svolge il suo compito insieme con altri”. Da questa radice deriva, nella nostra lingua, una lunga serie di termini (ad esempio, comune, comunità, comunanza, comunicazione…), tra cui appunto comunione, che indicano complessivamente la dimensione del rendere partecipi più soggetti tra loro per conseguire un obiettivo che è la missione. Ne consegue che tutta la Chiesa, in quanto «mistero di comunione», è inviata per realizzare il Mandatum Novum affi datole dal Signore Risorto. Che tutta la Chiesa sia inviata, vuol dire che, in forza del dono dello Spirito, non c’è nessun battezzato in essa che possa ritenersi estraneo al compito di evangelizzare: è questa la cattolicità del soggetto missionario e dunque la dimensione comunionale della sua vocazione.

Rimane il fatto che quando parliamo di comunione siamo istintivamente portati a pensare che si tratti di una fraternità ad intra, tra coloro che condividono il battesimo e sono chiamati insieme, proprio come accadde ai discepoli di Emmaus, ad ascoltare la Parola e a spezzare il pane nel Suo nome. In effetti, l’indirizzo di papa Francesco nella Fratelli tutti è molto più estensivo. Richiamandosi alla testimonianza del Poverello d’Assisi, egli ci ha ricordato che san Francesco «non faceva la guerra dialettica imponendo dottrine, ma comunicava l’amore di Dio» ed «è stato un padre fecondo che ha suscitato il sogno di una società fraterna» (n. 4).

L’enciclica va ben oltre il recinto ecclesiale e mira a promuovere un’aspirazione mondiale alla fraternità e all’amicizia sociale. Il punto di partenza è la comune appartenenza alla famiglia umana, il riconoscerci fratelli perché fi gli e fi glie di un unico Creatore, tutti sulla stessa barca e dunque bisognosi di prendere coscienza che in un mondo globalizzato e interconnesso ci si può salvare solo insieme. Questa visione si spinge ben oltre il perimetro ecclesiale e risponde alla teologia del Regno di Dio. D’altronde, a pensarci bene, al centro dell’attività missionaria, che peraltro è connaturale alla Chiesa (senza missione – è bene ricordarlo – non c’è la Chiesa), si colloca proprio il Regno di Dio. E sebbene, come leggiamo nell’enciclica di Giovanni Paolo II Redemptoris missio, non si possa «disgiungere il Regno dalla Chiesa. Certo, questa non è fi ne a se stessa, essendo ordinata al Regno di Dio, di cui è germe, segno e strumento» (n. 18).

Che cosa significa? Che il Regno è già presente nel mondo, anche fuori delle nostre comunità. Esso si manifesta nella presenza di Cristo nella Storia umana (che è anche la nostra Storia!), ed è qualcosa di straordinariamente meraviglioso e avvincente per chi ha avuto il dono di farne l’esperienza come i nostri missionari e le nostre missionarie presenti nei cinque continenti. Una volta uno di loro, reduce dall’Africa, mi disse che quando era partito per la prima volta per la missione era convinto che avrebbe travasato tutti i suoi saperi (spirituali e culturali) sulle persone che la Provvidenza gli avrebbe messo di fronte. Sapete quale fu la sua sorpresa una volta giunto in Kenya? Scoprire che lo Spirito Santo lo aveva preceduto. Egli non solo si accorse che i semina verbi erano già presenti in quegli uomini e quelle donne che il Signore gli aveva posto innanzi, ma scoprì che paradossalmente stava ricevendo dagli altri molto di più di quanto avrebbe immaginato. E questa che cos’è?

 

È la cooperazione missionaria che dovremmo promuovere in tutte le Chiese, a Meridione e a Settentrione, a Oriente e a Occidente. È in questa prospettiva, davvero aperta all’universalità della missione, che è necessario leggere Fratelli tutti. Motivo ispiratore – è bene rammentarlo – è stato il Documento sulla fratellanza umana firmato da papa Francesco e dal grande imam di Al-Azhar nel febbraio 2019. La fraternità è da promuovere non solo a parole, ma nei fatti. Fatti che si concretizzano nella “politica migliore”, quella non sottomessa agli interessi della fi nanza, ma al servizio del bene comune dei popoli, in grado di porre al centro la dignità di ogni essere umano (creato a immagine e somiglianza di Dio) e di assicurare il lavoro a tutti, senza discriminazioni di sorta, affi nché ciascuno possa sviluppare le proprie capacità umane e professionali. Una politica che, lontana dai populismi o sovranismi, sappia trovare soluzioni a ciò che attenta ai diritti umani fondamentali e che punti a eliminare defi nitivamente ogni forma di esclusione sociale: inedia, pandemie, per non parlare dell’ignobile tratta di esseri umani.

Di qui deriva la condanna che il Pontefice fa della guerra, «negazione di tutti i diritti» e non più pensabile neanche in una ipotetica forma «giusta», perché ormai le armi nucleari, chimiche e biologiche hanno ricadute enormi sui civili innocenti. Forte anche il rifi uto della pena di morte, defi nita «inammissibile», e centrale il richiamo al perdono, connesso al concetto di memoria e di giustizia: perdonare non signifi ca dimenticare, scrive il Pontefi ce, né rinunciare a difendere i propri diritti per custodire la propria dignità, dono di Dio. Piuttosto signifi ca rinunciare alla forza distruttiva del male e al desiderio di vendetta. Mai dimenticare «orrori» come la Shoah, i bombardamenti atomici a Hiroshima e Nagasaki, le persecuzioni e i massacri etnici, esorta il Papa. Essi vanno ricordati sempre, nuovamente, per non anestetizzarci e mantenere viva la fi amma della coscienza collettiva. Altrettanto importante è fare memoria del bene, di chi ha scelto il perdono e la fraternità (nn. 246-252).

Al contempo, papa Francesco sottolinea che un mondo più giusto si raggiunge promuovendo la pace, che non è soltanto assenza di guerra, ma una vera e propria opera «artigianale» che coinvolge tutti. Il concetto di fondo, che si evince dall’enciclica, è che bisogna guardare comunque agli altri come fratelli e sorelle per salvare il mondo! Questa è una verità che ogni cristiano, indipendentemente dal fatto che sia vescovo, presbitero, diacono o laico, deve avere sempre a mente. Si tratta di un orizzonte più ampio di quello che abbiamo presente quando parliamo di cristianità. Da rilevare che sullo sfondo dell’enciclica c’è la pandemia da Covid-19 che – rivela papa Francesco – «ha fatto irruzione in maniera inattesa proprio mentre stavo scrivendo questa lettera». Ma l’emergenza sanitaria globale è servita a dimostrare che non solo «nessuno si salva da solo», ma che soprattutto è giunta davvero l’ora di «sognare come un’unica umanità» in cui siamo «tutti fratelli» (nn. 7-8).

Detto questo, avverto la necessità di indicare alcune linee-guida che dovrebbero non solo ispirare l’animazione missionaria in Italia, ma anche costituire un indirizzo per la formazione dei futuri presbiteri in Italia. Anzitutto occorre evitare di scadere nell’astrazione. La fraternità è una realtà che si costruisce fattivamente e faticosamente attraverso una decisa assunzione di responsabilità. Come ha commentato, presentando l’enciclica, il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, il ruolo effettivo della fraternità è dirompente poiché «si lega a concetti nuovi che sostituiscono la pace con gli operatori di pace, lo sviluppo con i cooperanti, il rispetto dei diritti con l’attenzione alle esigenze di ogni prossimo, sia esso persona, popolo o comunità». Ciò significa che, perché questo progetto del Regno di Dio possa realizzarsi, il tema vocazionale è impellente. La missione evangelizzatrice ci deve spingere fuori le mura e deve incarnarsi nella testimonianza di uomini e di donne che credono davvero in ciò che insieme fanno. Parlare di “Missione” con la “M” maiuscola senza che vi siano missionari in carne e ossa, disposti a vivere fraternamente non è possibile. Inoltre, se come Chiesa vogliamo davvero rendere intelligibile la fraternità nel mondo, dobbiamo vincere all’interno delle nostre comunità la tendenza o tentazione all’individualismo. È fin troppo facile rendersi conto di quanti nella pratica invocano e fanno prevalere in maniera pressoché esclusiva il proprio carisma e le proprie responsabilità. La pluralità dei soggetti è feconda, ma se diventa competitività o contrapposizione, specialmente nel delicato campo dell’evangelizzazione, non fa bene a nessuno, né favorisce passi in avanti al Regno di Dio. D’altra parte, se l’evangelizzazione ha come suo fi ne la comunione di tutti i popoli nell’unica famiglia di Dio, è inevitabile che la mancanza di piena ed effettiva comunione fraterna tra i protagonisti della missione faccia da impedimento a una più effi cace e credibile comunicazione del Vangelo.

È certo anche per l’unità delle “forze” missionarie che Gesù ha pregato: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato». Uno degli obiettivi fondamentali del nostro impegno, dunque, sarà quello di tentare di delineare e realizzare una comune progettualità missionaria all’interno della Chiesa italiana, nella quale sentano di poter convergere tutte le forze missionarie. “Fraternità e Missione”, infatti, non è un’equazione scontata ma – pur con un lento percorso di maturazione – è una realtà che bisogna incessantemente costruire. È innegabile che la missio ad gentes esigerà sempre una dose aggiuntiva di personalità e di inventiva. È tempo, dunque, che persone e organismi ecclesiali vincano la tentazione di rivendicare una propria esauriente capacità di analisi e azione missionaria. Insistere solamente sui propri progetti, sul proprio carisma e sulla propria metodologia di evangelizzazione ha il sapore del culto della personalità, personale o collettiva. L’esperienza di questi ultimi decenni, tra l’altro, sembrerebbe dimostrare che una simile attitudine, anche quando messa a vantaggio dell’animazione del popolo di Dio, sortisce effetti contrari. Ingenera cioè la mentalità che il lavoro missionario sia appannaggio di gruppi specializzati, delegati. Riuscendo infine a confinare ogni attività di evangelizzazione ai margini della Chiesa. E questo certo nessuno lo vuole.

D’altra parte, in nome della comunione fraterna, non possono essere ignorati i carismi specifi ci che lo Spirito dispensa nel popolo di Dio a vantaggio della costruzione del Regno. Anche in campo missionario la comunione esige diversità! Non al punto però da ignorare le necessarie interrelazioni e interdipendenze esistenti tra cura pastorale dei fedeli, nuova evangelizzazione e attività missionaria specifi ca. I confi ni di queste tre situazioni dal punto di vista dell’evangelizzazione non sono nettamente defi nibili, e non è pensabile creare tra di esse barriere o compartimenti stagni. Ciascuna infl uisce sull’altra, la stimola e la aiuta. «La missionarietà ad intra è segno credibile e stimolo di quella ad extra e viceversa». La missione rimarrà comunque pur sempre una sola, sul proprio territorio come nel mondo intero. A tale proposito è bene ricordare che tutti i seminaristi italiani che hanno avuto modo di fare un’esperienza in territorio di missione (in Africa, in America latina…) prima dell’ordinazione, non solo hanno sperimentato un impulso motivazionale a essere apostoli, ma hanno anche colto questa unitarietà dell’evangelizzazione che trova nell’ad gentes il suo paradigma. Vi è un’altra considerazione, sempre in chiave pastorale, che riguarda ciò che papa Francesco scrive nell’ottavo e ultimo capitolo dove si sofferma su “Le religioni al servizio della fraternità nel mondo” ribadendo che la violenza non trova base alcuna nelle convinzioni religiose, bensì nelle loro deformazioni, generando atti che alla prova dei fatti sono a dir poco «esecrabili».

Al contempo, il Papa sottolinea che un cammino dialogico di pace tra le religioni è possibile e che è, dunque, necessario garantire la libertà religiosa, diritto umano fondamentale per tutti i credenti (n. 279). Ma in questo contesto, qual è il ruolo della Chiesa? Essa, spiega, non relega la propria missione nel privato, non sta cioè ai margini della società e, pur non facendo politica, tuttavia non rinuncia alla dimensione politica dell’esistenza. L’attenzione al bene comune dei popoli e la preoccupazione allo sviluppo umano integrale, infatti, riguardano l’umanità e tutto ciò che è umano riguarda la Chiesa, secondo i principi evangelici (nn. 276-278). Quali sono, dunque, le implicazioni di questo ragionamento? È ormai impellente inserire a pieno titolo la dottrina sociale della Chiesa nella pastorale ordinaria delle nostre diocesi italiane. Non è ammissibile, ad esempio, che vi siano cattolici praticanti che rigettano a priori il tema della mobilità umana considerandolo ideologico o che ostentano un atteggiamento altezzoso nei confronti delle culture extra-europee del cosiddetto Sud del mondo. Alcuni di voi forse ricorderanno una pellicola, uscita nelle sale cinematografi che alcuni anni fa, che può aiutarci nel concludere questa rifl essione sul binomio fraternità-missione: Il villaggio di cartone del compianto regista Ermanno Olmi. Nel mondo cattolico alcuni lo hanno criticato, anche aspramente, altri invece lo hanno applaudito. L’obiettivo puntato su un vecchio prete, che mantiene la sua forte anima di credente, è la metafora di una realtà dei nostri giorni. Nella chiesa spogliata degli arredi sacri perché ormai non ci sono più fedeli che la frequentino, il ministro di Dio, reso fragile dalla vecchiaia e dalla malattia, si guarda intorno con gli occhi stupiti e disarmanti di un bambino.

Ora che è rimasto solo, quasi fosse un disoccupato messo in mobilità da una storia ingrata, si rivolge alle panche vuote davanti all’altare ponendo una domanda che molti credenti pensano e non hanno l’ardire di proferire ad alta voce: «Ma dove siete andati? A cosa serve una Chiesa senza fedeli?». Pensava a quei parrocchiani che nel passato, tra matrimoni e funerali, avevano reso viva la Casa del Signore! Nella notte, dal portoncino della sagrestia arriva un gruppo di immigrati clandestini, mentre fasci di luce ed elicotteri scandagliano il buio. Improvvisamente quello spazio della chiesa vuota, trasformata per una notte in un bivacco per fuggitivi senza riparo, è una metafora del nostro tempo. Se da una parte dobbiamo prendere atto che i numeri, l’aritmetica, non sono più dalla nostra parte, nel senso che i cosiddetti praticanti delle nostre parrocchie sono diminuiti (anche a seguito della pandemia), dall’altra parte rifl ettiamo sull’umanità di coloro che vengono a noi da terre lontane. Si tratta di uomini e di donne che spesso hanno sofferto pene indicibili. D’altronde non si è migranti per piacere; anche se poi essere migranti non vuol dire necessariamente essere santi: essi rappresentano l’umanità nella sua diversità, il corpo con le sue debolezze, la mente con le sue confusioni… Il messaggio del film, dopotutto, esprime quell’esigenza a volte disattesa ma che comunque ci interpella come credenti: «Quando la carità è un rischio, quello è il momento della carità… fraternamente insieme».

 
 
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