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Il cardinale Puljić: Il Papa aiuta la Bosnia a trovare la pace

05/06/2015  Il Paese è ancora diviso, dice il cardinale Vinko Puljić. gli accordi di dayton non sono serviti, i forti dominano sui deboli. «Questo viaggio rinsalderà i cattolici nella speranza di poter sopravvivere e rinforzerà il dialogo».

Non si stanca di predicare la pace e la convivenza tra religioni ed etnie. L’arcivescovo di Sarajevo cardinale Vinko Puljić, che Giovanni Paolo II volle primo cardinale bosniaco della storia proprio come segno di vicinanza con le popolazioni colpite dal conflitto nei Balcani, ha il coraggio delle parole chiare.
Lo aveva già fatto durante il conflitto guadagnandosi la stima internazionale, ma rischiando anche la vita per i suoi numerosi appelli in difesa dei diritti inalienabili delle persone. Ma più che parlare di quei giorni, delle ore terribili in cui fu imprigionato dai militari serbi, delle distruzioni e delle morti, il cardinale oggi parla al futuro ringraziando il Papa per «la sua coraggiosa decisione di visitare la Bosnia Erzegovina.
La sua visita sarà un impulso per raccogliere tutti noi cattolici in una comune preghiera, per rinsaldare la nostra speranza di poter sopravvivere e di godere della parità dei diritti in questo Paese; per poter stimolare i politici nazionali e internazionali a non trattare la Bosnia Erzegovina come il “buco nero” dell’Europa».

- Perché il buco nero dell’Europa?

«Perché l’Europa, purtroppo, non sa cosa fare con questa terra. Lo si è visto chiaramente con la sentenza Sejdic-Finci emessa dalla Corte di Strasburgo nel 2009, in cui si accoglieva il ricorso di un cittadino rom e di uno ebreo contro gli Accordi di Dayton, che stabiliscono che alla presidenza sia eletta una terna composta da un serbo, un croato e un bosgnacco. La Corte non ha capito che per attuare la sentenza bisogna modificare “Dayton”, e i firmatari dell’accordo non lo permettono. In questo modo, attraverso questo piccolo Paese, si rendono manifesti i “giochi” tra Europa e America».

- Il ricorso di Sejdic e Finci avrebbe dovuto aprire a una maggiore democrazia. Non è stato dunque così?

«La sentenza non è stata ancora applicata. La comunità internazionale ha stabilito questo tipo di Stato con gli Accordi di Dayton. Uno Stato così non può funzionare. Non si intravede nessuna intenzione di cambiare gli accordi, anche perché non sono riusciti a elaborare una soluzione migliore. Così, Sarajevo, capitale della Bosnia Erzegovina, è sempre più una città musulmana».

- Come sono i rapporti tra le confessioni religiose?

«Le relazioni ufficiali sono molto buone e, per esempio in occasione della visita del Papa, il leader musulmano ha offerto aiuto e sostegno per preparare al meglio il suo arrivo. Negli ultimi tempi quasi ogni musulmano che ho incontrato ha espresso gioia per questo evento. In generale, però, parlando di tutte le religioni e di tutte le etnie, vedo che c’è l’intenzione di creare tensioni, vi è restrizione e manipolazione dei sentimenti religiosi gli uni verso gli altri. La maggioranza opprime la minoranza. E questo non solo in termini di libertà di religione, ma anche con ingiustizie a tutti i livelli».

- Gli Accordi di Dayton allora non sono serviti?

«Il Paese è diviso. La pulizia etnica è stata legalizzata. Non si è concretizzato un ritorno effettivo, soprattutto nelle zone della cosiddetta Repubblica Serba, di coloro che ci vivevano prima. A Sarajevo ci sono meno della metà dei cattolici. Questa divisione si manifesta, molto evidente, nella formazione del Governo e nel processo legislativo e sempre va a discapito dei più deboli. Non è facile liberarsi dall’odio».

- L’11 luglio saranno 20 anni dal massacro di Srebrenica, quando le truppe serbo-bosniache uccisero tra gli ottomila e i diecimila bosniaci musulmani. Quanto pesa questo sul processo di riconciliazione?

«Gli eventi di Srebrenica sono la più grande vergogna del secolo scorso. Tutto ciò è accaduto davanti agli occhi del mondo, nonostante che si fosse gridato che un genocidio non doveva più ripetersi. Gli autori di questo crimine, purtroppo, lo negano. E questo negarlo provoca indignazione tra le vittime. Il pericolo è la strumentalizzazione politica che si attua sia negando il crimine sia politicizzando le vittime. Questi vent’anni, dopo questo tragico evento, hanno visto la continua creazione di nuove tensioni».

- Come si può costruire la pace?

«Innanzitutto chiamando ogni cosa col proprio nome autentico. Solo così si potrà avere un processo di verità, di giustizia e riportare un clima di fiducia. E poi, se si riuscisse a creare posti di lavoro per permettere alle persone di vivere della propria occupazione e di lavorare insieme, probabilmente il processo di riconciliazione sarebbe più celere».

- Che cosa si aspetta dalla visita di papa Francesco?

«Di essere finalmente strappati dalla dimenticanza e dall’indifferenza. Che ci sostenga a portare avanti il dialogo in un Paese come la Bosnia, dove ancora si continua a vivere la diversità in base alla religione, alla cultura e all’appartenenza etnica».

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Il Papa a Sarajevo: sono un pellegrino di pace
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