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mercoledì 10 agosto 2022
 
 

Il caso Pistorius, sempre più giallo

07/03/2013  Chi è Jackie Selebi? E Hilton Botha? Chi erano gli Scorpions? E Glenn Agliotti? Alcuni retroscena svelano che la vicenda sarebbe anche una trappola per il pubblico ministero Gerry Nel.

Come un romanzo di Le Carré.

  

Ci vuole un po’ di pazienza, ma alla fine il disegno del puzzle potrebbe avere un senso. Le udienze dei giorni scorsi per l’omicidio di Reeva Steenkamp, che hanno visto Oscar Pistorius accusato di omicidio premeditato (che comporta l’ergastolo), hanno fatto cadere clamorosamente il castello di prove contro di lui. Restano labili indizi, e finalmente si comincia, se non a capire, almeno a sospettare che ci sia qualcosa dietro una vicenda che ha portato il caso in prima pagina dei media dell’intero pianeta.

 

In Tribunale molti elementi dell’accusa si sono dimostrati inconsistenti, altri palesemente falsi. Emerge una nuova verità. Ecco cosa effettivamente risulta, fino a questo momento, accertato.

  

  

 

 

È vero che…

  

Oscar Pistorius, biamputato, atleta olimpico e paraolimpico, entrato nella storia come il primo atleta svantaggiato a competere con normodotati, un simbolo per milioni di persone, ha sparato, e i suoi proiettili hanno ucciso. È morta la sua fidanzata Reeva Steenkamp, nota modella di 30 anni. L’atleta non è fuggito né ha compiuto alcuna azione per sottrarsi al giudizio. La sua ricostruzione degli avvenimenti è che ha sparato non per uccidere la donna, ma cercando di colpire quello che credeva fosse un intruso nascosto dietro la porta del bagno di casa. Un’azione in ogni caso insensata, ma – sempre secondo le sue dichiarazioni – dettata dal panico, in un Paese, popolato quanto l’Italia, dove 50 persone vengono uccise ogni giorno in azioni criminali e altre 50 vengono ferite. circa 36.000 all’anno, dice, una vera guerra, che giustifica la paura di un’aggressione. Finora, nessuno gli ha creduto.


L'accusa sostiene invece che Pistorius ha programmato il delitto nelle ore precedenti e ha ucciso volontariamente la ragazza. All’udienza per la concessione della libertà su cauzione (ottenuta dall’atleta) le prove dell’accusa non reggono e non convincono, ma Pistorius resta indagato per omicidio premeditato perché «la sua versione non è attendibile».

 

  

 

L'accusa

  

A sostenere l’accusa è il pubblico ministero più famoso del Sud Africa, Gerry Nel, punta di diamante della Npa, la Procura Nazionale sudafricana. Perché è stato incaricato di seguire il caso proprio questo prestigioso pubblico ministero? Per il fatto che da un lato Pistorius è una star mondiale e dall’altro perché, durante le indagini, fonti investigative (della polizia) hanno “soffiato” alla stampa nazionale, e poi di tutto il mondo, dettagli e particolari scabrosi che hanno scatenato indignazione, aperta condanna e diffusa ostilità nei confronti dell’accusato.

 

Un’attività estesa e continuata al punto che un eventuale rilascio su cauzione (l’oggetto delle udienze dei giorni scorsi) avrebbe potuto accendere un caso politico (com’è avvenuto), e addirittura proteste e incidenti di piazza. Sulla tragedia di Oscar e Reeva, sia che si tratti di un incidente sia che ci si trovi di fronte a un delitto volontario e premeditato, pare essersi innestato un regolamento di conti all’interno del sistema giudiziario sudafricano, con connotati politici tali da stritolare, più di quanto non possano esserlo in base ai fatti, i protagonisti.

Ma andiamo con ordine.

 

  

Le notizie “amministrate” alla stampa

  

La notte del 14 febbraio si consuma la tragedia. Per ore viene solleticata ad arte la curiosità della stampa mondiale.  Si comunica che una donna è stata uccisa, a un certo indirizzo di Pretoria, e che un uomo di 26 anni è stato fermato. Non vengono fatti i nomi né di Pistorius né della Steenkamp, ma l’indirizzo è arcinoto, è quello dello sportivo, che ha appunto 26 anni.

 

Non viene data nessuna conferma per ore col risultato di amplificare la portata mediatica del caso al massimo livello possibile. Una manipolazione dei media? Si moltiplicano gli interrogativi. L’attesa di conferme ufficiali, col passare delle ore, diventa febbrile. C’è la corsa a chi darà per primo la notizia per certa. La conferma arriva, col risultato di “duplicare la notizia”: prima le indiscrezioni e le supposizioni, gli interrogativi, poi il dato sicuro: si tratta proprio di lui.

Un’operazione di news management da manuale?  In questo modo nel giro di poche ore il caso Pistorius è diventato da prima pagina in tutto il mondo.

Dettagli falsi e devastanti


“Fonti investigative”, nei giorni immediatamente successivi, snocciolano ai media dettagli che dipingono un Pistorius mostro, senza scampo giudiziario e morale. Una feroce campagna di stampa: altro che errore, altro che panico, «Pistorius è un mostro, un violento con le donne», «è alcolista», «usa steroidi anabolizzanti che scatenano l’aggessività»,  «la mazza da cricket è insanguinata» perché l’ha usata per «sfondare il cranio della ragazza e poi spararle in testa e nascondere così le tracce dell’aggressione». C’è stata una lite: «Urla infinite e poi gli spari». Pistorius, «è un falso, ha imbrogliato nella carriera sportiva, è dopato, deve restituire le medaglie». E ancora: «Trovati aghi, siringhe e ormoni proibiti in casa dell’atleta»; «Ha precedenti per violenza»; «Trovata una pistola calibro 38 illegale in casa sua». Pistorius «ha iniziato a sparare in camera da letto e ha, poi, inseguito fino nel bagno la ragazza ferita per finirla col colpo di grazia».

 

  

Tutto falso

  

Queste notizie campeggiano nelle aperture di giornali e telegiornali di tutto il mondo per diversi giorni fino al momento dell’udienza per la concessione della libertà provvisoria su cauzione. La pressione dell’opinione pubblica naturalmente è fortissima, al punto che, nel caso vengano concessi gli arresti domiciliari all’atleta, si paventano scontri di piazza. Il movimento femminile dell’Anc, l’African National congress, il partito al potere in Sud Africa, chiede una severità esemplare contro Pistorius, collegando il delitto alla violenza contro le donne (diffusissima in Sud Africa), e minacciando uno scandalo politico se ci saranno dei favoritismi dovuti alla notorietà dell’imputato.

 

È naturale, perciò, che in udienza, la Procura nazionale sia rappresentata dal pubblico ministero più famoso del Paese, Gerry Nel (il Falcone sud africano).

 

Nel Paese le cose non stanno come in Italia: i magistrati non controllano le indagini della polizia, che a livello investigativo è autonoma e dipende dal governo.


L’inchiesta Pistorius è stata condotta da Hilton Botha, da 25 anni nella Polizia Nazionale sudafricana. Gli elementi forniti dalla polizia al pubblico ministero sembrano inattaccabili e quindi Gerry Nel presenta un’imputazione di omicidio premeditato che non prevede il rilascio su cauzione. La Polizia sud africana, nonostante Botha non sia il responsabile dell’inchiesta ma sottoposto a più qualificati superiori (come sarà poi sottolineato dal giudice Desmond Nair che lo qualificherà «soltanto come il primo ufficiale di polizia giunto sul luogo») lo designa a testimoniare in aula.

 

È a questo punto che le accuse, soffiate alla stampa nei giorni precedenti – forse allo scopo di gonfiare e connotare il caso – si rivelano false. In modo disarmante una a una vengono smontate dalla difesa. Botha, incalzato dalle domande dell’avvocato di Pistorius, si trova costretto a una serie di gravi ammissioni, fino al punto di confermare che nell’indagine non esiste alcun elemento che contrasti con la versione di Pistorius e di aver inquinato la scena del crimine.

 

Viene a cadere persino l’ultimo ostacolo che impedisce la concessione della libertà provvisoria: il pericolo di fuga. Pistorius – sostiene l’accusa – ha una casa in Italia, fuggirebbe là. Botha, però, ammette di saperlo solo per averlo letto su un giornale. Alla prima pausa dell’udienza uno degli assistenti di Nel confida a un giornalista inglese: «Siamo in un mare di guai».

 
 
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