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lunedì 29 novembre 2021
 
 

Il cielo sopra Kabul/2

12/12/2010  Diario esclusivo. Alberto Cairo, del Comitato internazionale della Croce rossa, dal 1990 lavora in Afghanistan, un Paese in cui povertà, guerra e corruzione piegano la speranza.

Alberto Cairo nasce a Ceva, in provincia di Cuneo, nel 1952. E' un esperto fisioterapista, ma ha anche una laurea in Giurisprudenza. Nella capitale afghana dirige il Centro ortopedico del Comitato internazionale della Croce Rossa. Fotografia di Nino Leto/Famiglia Cristiana.
Alberto Cairo nasce a Ceva, in provincia di Cuneo, nel 1952. E' un esperto fisioterapista, ma ha anche una laurea in Giurisprudenza. Nella capitale afghana dirige il Centro ortopedico del Comitato internazionale della Croce Rossa. Fotografia di Nino Leto/Famiglia Cristiana.

Kabul, dicembre 2010

In Afghanistan, il divario tra ricchi e poveri è enorme. Se i ricchi veri (ricchi per la guerra per lo più) sono tanti, infinito è il numero dei poverissimi. Vado spesso nelle case dei nostri pazienti (per i midollolesi la Croce Rossa Internazionale ha un programma a domicilio). I più abitano sulle colline, spesso ben in alto, costano meno. Non hanno l'acqua, arriva in taniche a dorso d'asino, l'elettricità, se c'è, è a giorni alterni. «Abbiamo una bella vista», scherzano per scordare di essere prigionieri lassù. Le strade per arrivarci sono infatti impossibili per chi si muove con stampelle e carrozzine. Con pioggia e neve diventano impraticabili anche per persone sane. Nelle stanze non c'è nulla, alle finestre fogli di plastica al posto dei vetri, qualche volta una stufa. Termino le visite vergognandomi di avere tutto, troppo. 

Ma se nelle città segni di cambiamento sono in qualche modo visibili con strade asfaltate, case, auto a migliaia, nelle campagne si è decenni indietro. Panorami pittoreschi, certo, ma che vita grama! I rapporti delle organizzazioni che si occupano di agricoltura dicono che le comunità rurali di molte regioni diventano sempre più povere. Per la siccità, per i sistemi di irrigazione obsoleti, i raccolti mancati, gli investimenti e i piani di sviluppo insufficenti. Come stupirsi se poi le province non riconoscono l'autorità centrale? Kabul è lontana, malgrado i migliorati collegamenti. E' lontana concettualmente. Da sempre l'Afghanistan è un insieme di regioni, etnie, clan, con alleanze che si intrecciano e si disfano in un momento. Dimenticata dal centro, la periferia si arrangia da sé. Deve. Ora poi parecchie regioni sono in guerra, con l'opposizione armata (termine comprendente qualunque nemico del Governo, talebani veri e finti,  banditi, terroristi stranieri) che si batte con l'esercito afghano e con le truppe internazionali.

A tenere insieme tutti quei tasselli provvedono tradizioni e usanze, più che le leggi. Costumi rigidi, immutabili. Molti se ne lamentano, senza però pensare a liberarsene. Forse temono di perdere identità, secoli di storia. Di snaturarsi insomma.  Esempi? Prendi Feruz, maestro elementare: da mesi va in giro facendo debiti per sposare il figlio. Non per comprargli la casa o cercargli lavoro, ma per pagare il pranzo di nozze. Il padre della sposa vuole una gran festa, costo attorno ai diecimila dollari (ottomila euro). Qui rappresentano almeno tre anni di stipendio. Una cerimonia modesta a Feruz farebbe comodo, ma che disonore non accontentare i parenti, non mostrarsi grandioso. 

Oppure Naim, uno dei miei più vecchi conoscenti. Nei vent'anni in cui gli ho fatto visita a casa non mi ha mai presentato un familiare donna, neppure la nonna. Spariscono appena suono alla porta. A volte lasciano una traccia, una stoffa con filo e ago abbandonati in fretta, un ricamo interrotto. Via via, nascondersi. Come se non esistessero. Un giorno gli ho chiesto, è arrossito, ma niente è cambiato. Non può. Le donne di casa nessun estraneo le deve vedere. Sarebbe il disonore. Punto. 

Il lavoro delle organizzazioni umanitarie internazionali, piccole e grandi, resta indispensabile in ogni settore. La Croce Rossa Internazionale, la mia organizzazione, continua ad allargare le attività: assistenza agli ospedali, visita alle prigioni (afghane e americane), programmi agricoli, ripristino di acquedotti, pozzi, fogne. Il progetto per cui lavoro,  riabilitazione fisica e reinserimento sociale delle persone disabili, vede il numero degli assistiti aumentare costantemente a causa della guerra, delle malattie e della scarsa medicina preventiva. I bisogni restano enormi. 

Abbiamo aperto il settimo centro protesi nella provincia di Helmand, a Lashkar Gah, dove Nato e talebani si stanno affrontando e dove migliaia di nuove mine anti-uomo sono state piazzate. Anche quest'anno il numero di gambe artificiali fabbricate sarà record, oltre quindicimila. Altri centri in altre province sarebbero senz'altro necessari.

 
 
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