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giovedì 29 settembre 2022
 
 

Il cielo sopra Kabul/3

14/12/2010  Diario esclusivo. Alberto Cairo, del Comitato internazionale della Croce rossa, dal 1990 lavora in Afghanistan, un Paese in cui povertà, guerra e corruzione piegano la speranza.


Kabul, dicembre 2010

E adesso è arrivato l'inverno, portando altri bisogni. Mi auguro che non sia rigido come quello del 2008, quando centinaia di persone morirono. Tanti pastori, sorpresi in montagna da un freddo eccezionale, persero mani e piedi, congelati. Molti anni fa, mi colpì la frase letta in un libro. Descriveva un paese cupo, immerso nella neve: «un posto dove è sempre inverno e mai Natale».  


Natale, giorno di festa grande. Fin da bambino l'ho sempre aspettato con gioia, per convinzione religiosa e per la luce che l'accompagna. Per il messaggio di pace e di speranza che porta con sé. Nei vent'anni passati a Kabul, specie nei  momenti di scoraggiamento di fronte alle disgrazie che sembrano mai finire, mi sono chiesto tante volte se per caso fosse l'Afghanistan quel Paese. Proprio niente luce, niente speranza? No. Se una grande luce che risolva i guai del Paese non si intravede, tante piccole fiaccole brillano. Basta guardare a come le famiglie sono unite, a come trattano i vecchi. 
L'Afghanistan, infatti, non è solo il paese dell’oppio, dei signori della guerra e della corruzione. È anche il paese dove le case di riposo non esistono e gli anziani vivono con figli, nuore e nipoti, accuditi e rispettati. Posti che ospitano derelitti, malati mentali, poveri senza nessuno, naturalmente esistono, ma nessuno si sognerebbe mai di metterci padre e madre. L'Islam e le tradizioni sanciscono il ruolo dei genitori e di  chi è avanti con l'età. E i doveri dei figli. Non si discutono. Avrei mille storie da raccontare. Quella di Naim, uno dei nostri impiegati, per esempio. Da anni non dorme un'intera notte. Ultimo dei figli, restato – com'è usanza - a vivere coi genitori anche da sposato, per anni si è preso cura delle madri malate (il padre aveva tre mogli), adesso accudisce il padre paralizzato. Gli cambia posizione ogni ora per evitare i decubiti, mette e toglie padelle e pappagalli, lo lava. Sua moglie aiuta. Di giorno tocca ai nipoti, a turno. Al lavoro, Naim ogni tanto si addormenta. 

     Certo, uno può dire che in Afghanistan la struttura familiare è diversa, i figli sono numerosi, ce n’è sempre uno disponibile; esigenze e aspettative di vita sono più modeste. Vero, ma non funzionerebbe senza vero affetto, profondo rispetto.  Nelle campagne poi la solidarietà è commovente.  Nessuno muore di fame, anche chi non ha niente. Le comunità si stringono attorno al mullah e al capo villaggio che, assieme al potere, hanno il dovere di assistere e proteggere. Famiglie allargate si potrebbe definirle.

      C'è un villaggio nella piana dello Shamolì, un'ottantina di chilometri a nord di Kabul, dove vado di tanto in tanto. Immerso nel verde, irrigato da una fitta rete di canali e fossati, ci si arriva per una strada sterrata fiancheggiata da gelsi e e spinosi cespugli. Le case sono in fango e legno, hanno muri alti e finestre piccole. La moschea soltanto è in muratura, color lavanda, e ha sul tetto un altoparlante a batterie per chiamare alla preghiera. Nel villaggio vive Noor Agha, un uomo di quarant'anni, padre di quattro figli. Da dieci è in carrozzina, paralizzato. Non lavora e non ha terreni o animali. Non mi è mai successo di trovarlo solo. Ha sempre un capannello attorno a lui, sempre qualcuno del villaggio pronto a spingere la sedia a rotelle, portargli da bere, parlargli o ascoltare. E la sera, miracolo, un pasto per l'intera famiglia non manca. A turno lo portano i vicini. Vita durissima, ma l'indispensabile è provveduto. Io, che i miei vicini neppure so chi siano, mi commuovo ogni volta.

      Piccole luci, piccoli Natali nell'inverno afghano. Non disperiamo.                       

 
 
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