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mercoledì 20 ottobre 2021
 
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Il Comune di Peppone e don Camillo sciolto per mafia

21/04/2016  Brescello set dei film della saga di don Camillo e Peppone viene sciolto per mafia. E riaccende l'attenzione sui fattori di rischio nei piccoli Comuni del Nord.

C’era una volta il paesello di don Camillo e Peppone, oasi felice, cui Peppone senatore e don Camillo monsignore cercavano scuse per tornare e mai più ripartire. C’era una volta il paesello il cui massimo criminale erano la minaccia rappresentata dal fucile da caccia di don Camillo (pallini piccoli da passerottini)  e la scazzottata tra il Nero e il Cagnola sul fronte tra Pc e Democrazia Cristiana, più spesso soltanto tra benessere e povertà e in cui andava sempre a finire che il prevosto e il sindaco rosso se le dicevano e se le davano di santa ragione, per arrivare a mettersi d’accordo tra loro e a far ragionare, alla fine le pecorelle più ostinate, di solito nella direzione del maggiore buonsenso, ma se richiesto senza lasciarsi intimidire dalla protervia di nessuno.

Può darsi che anche per allora la lettura bonaria di Giovannino Guareschi  (la saga è in uscita dal 21 aprile con Famiglia Cristiana) fosse un tantino edulcorata rispetto ai conflitti che risentivano della guerra mondiale vicina alle spalle e della guerra fredda a dividere il mondo. Certo è, però, che il mondo piccolo sembra lontano distanze siderali dalla notizia che arriva dello scioglimento per mafia del Comune di Brescello, set della saga celeberrima con Cervi e Fernandel e del museo che la ricorda. E’ vero che Guareschi non ha mai dato nome al paese della bassa in cui ambientava le storie, ma è anche vero che dai film in poi Brescello è per l’immaginario collettivo il paese di don Camillo e Peppone.

I guai per l’amministrazione comunale sono iniziati a gennaio 2015, quando dalle carte dell’inchiesta Aemilia (per cui è in corso un maxiprocesso con 230 imputati) erano affiorati gli appetiti della ‘ndrangheta, nel settore degli appalti pubblici e delle attività immobiliari in diversi comuni della regione, tra cui Brescello. Da qui la decisione della Prefettura di inviare specialisti della Commissione prefettizia per valutarne la situazione. Pochi mesi dopo è arrivata la proposta di scioglimento avanzata dal prefetto Raffaele Ruberto al ministro dell’Interno Angelino Alfano. La prefettura di Reggio Emilia vedeva: «Il concreto pericolo che l’attività del Comune sia stata e sia tuttora condizionata da infiltrazioni mafiose».

Il 20 aprile 2016 è arrivata la decisione del Consiglio dei ministri: il Comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose. È il primo dell’Emilia Romagna, prima erano arrivati Comuni del Piemonte, della Liguria, della Lombardia. Proprio il giorno prima, Rosi Bindi, presidente della Commissione parlamentare antimafia, in occasione di una trasferta al Nord per alcune audizioni della Commissione, sentiti il prefetto e alcuni magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Milano, aveva puntato un faro sui rischi nelle amministrazioni dei piccoli Comuni, mettendo in guardia dai pericoli di «condizionamento della politica locale», in vista di importanti «consultazioni elettorali»: un riferimento alle elezioni amministrative in programma a breve, non a Brescello però che a seguito dello scioglimento sarà commissariato.  

«Faccio appello», ha detto la Presidente della Commissione,  «alle forze politiche perché non si vince solo con un voto in più, ma con un voto pulito. Bisogna fare attenzione anche alle liste civiche che sono spesso segnale di novità, ma possono anche contenere persone a rischio». Un pericolo quello dell’ingresso dal “piccolo”, più volte sottolineato nei suoi incontri pubblici e nei suoi studi da Nando Dalla Chiesa: «La ‘ndrangheta – ripete spesso il titolare dell’insegnamento di Sociologia della criminalità organizzata alla Statatale - preferisce insediarsi in un comune di dimensione ridotte, perché lì è più facile farsi riconoscere da subito, spendere il nome, assumere la leadership tramite elezioni comunali, controllare il tessuto economico e approfittare del fatto che spesso queste piccole comunità non hanno nemmeno una stazione dei carabinieri, al massimo un  vigile urbano in consorzio con altri comuni».

Una denuncia seria che certo chiama in causa gli anticorpi della società civile, ma che implicitamente chiede anche allo Stato di esserci di più, di vigilare meglio, di provare a prevenire, a far sentire di più la propria presenza. Ovunque, a cominciare dalla rive del Grande fiume che scorrendo ne ha viste tante ma ancora non basta.  

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