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mercoledì 10 agosto 2022
 
 

Il Credo, roccia che ci ha generato

29/12/2012  Nel 2012 ha avuto inizio l'Anno della fede. Dal concilio di Nicea a Paolo VI: riflettiamo sulla preghiera che riassume quanto il cristianesimo professa e vive. Parla Giuliano Vigini.

L’esordio ufficiale risale al primo Concilio ecumenico della Chiesa che l’imperatore Costantino convocò nel 325 in Asia Minore, a Nicea, nell’odierna Turchia. «In quell’occasione appare il Credo», spiega il saggista Giuliano Vigini, 66 anni, autore tra l’altro di molti commenti alla Scrittura e all’opera di sant’Agostino. «Si tratta di una preghiera, al tempo stesso personale e comunitaria, in cui vengono sinteticamente ricapitolate le verità fondamentali con cui ciascuno dichiara a voce alta il mistero della fede che professa e vive».


Interessante storia, quella del Credo. «È il “simbolo” di identità comune, di mutua fedeltà e di reciproco impegno. La dichiarazione di fede di Nicea sconfigge l’eresia ariana. Con quel Credo si dice chiaramente che Padre e Figlio hanno la stessa natura (“consustanzialità”). In altre parole si nega quanto sostenuto da Ario e dai suoi seguaci, cioè che il Figlio sia stato creato dal Padre (si afferma infatti: genitum, non factum, consubstantialem Patri; generato, non creato, della stessa sostanza del Padre) e che la sua esistenza sia posteriore al Padre (et ex Patre natum ante omnia saecula; nato dal Padre prima di tutti i secoli). Inoltre, vengono ribadite l’incarnazione, la morte e la risurrezione di Cristo, in contrasto con le dottrine gnostiche che erano arrivate a negare la crocifissione».

«La formula messa a punto a Nicea», prosegue Vigini, «arricchita nel concilio di Costantinopoli del 381, diventa il Credo che recitiamo ancora oggi durante la Messa. Il testo del quarto secolo è un punto di riferimento importante, con un “prima” e un “dopo”. C’è l’eco del Sinai, del roveto ardente, del decalogo.Già nell’Antico Testamento, nel celebre comando dato dal Signore (Ascolta, Israele, Dt 6,4-9), si trova una formulazione di fede:il popolo d’Israele riconosce il suo “unico”Dio e Signore, con il quale stabilisce un rapporto che lo coinvolge totalmente (Con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze, Dt 6,5)».«Il Nuovo Testamento riprende questa professione di fede nell’“unico” Dio (Gv 5,44;17,3; 1Tm 1,17), il “Signore Onnipotente”(2Cor 6,18), il re e giudice sovrano della storia così frequentemente esaltato nell’Apocalisse, dal quale tutto proviene e al quale tutto è destinato a ricongiungersi (Da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose, Rm 11,36)», conclude Giuliano Vigini. 

«Fra le professioni di fede moderne merita un ricordo il Credo di Paolo VI, meglio conosciuto come il Credo del popolo di Dio. A conclusione dell’Anno della fede da lui indetto nel 1967 per onorare degnamente il XIX centenario del martirio degli apostoli Pietro e Paolo, il Papa aveva proposto non una nuova definizione dogmatica in senso stretto, bensì un solenne atto di fede che, nel riaffermare gli articoli del “simbolo niceno-costantinopolitano”, esortasse i credenti a riappropriarsi di una fede certa e chiara, in un’ora così “grande e benedetta”, ma anche così “delicata” per l’inquietudine spirituale e il disorientamento dottrinale che agitavano Chiesa e mondo».

 
 
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