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martedì 28 maggio 2024
 
LA POLEMICA
 

Il cristianesimo radice malata dei femminicidi? Basta con calunnie e sciocchezze

29/09/2021  Una lettera pubblicata da un blog di Repubblica spinge il teologo don Pino Lorizio, della Pontificia Università Lateranense, a mettere i punti sulle "i". Primo: la fede cristiana nasce inglobando e valorizzando le donne (lo riconoscono, in ultimo, i laici Fabrizio De Andrè e Massimo Cacciari). Secondo: liberiamoci dall'analfabetismo religioso. Terzo: "Caro amico, all'inizio del cattolicesimo c'è Gesù di Nazareth e non Paolo di Tarso"

Sopra, Pie donne al sepolcro di Gesù, di Annibale Carracci (1560-1609). In alto e in copertina: Le Marie al sepolcro e la discesa al limbo, di Duccio da Buoninsegna  (1255-1318 o 1319).
Sopra, Pie donne al sepolcro di Gesù, di Annibale Carracci (1560-1609). In alto e in copertina: Le Marie al sepolcro e la discesa al limbo, di Duccio da Buoninsegna (1255-1318 o 1319).

Fa riflettere, se non indignare, quanto leggiamo oggi 29 settembre sul blog del quotidiano La Repubblica, nella sezione delle lettere curata da Concita De Gregorio (https://invececoncita.blogautore.repubblica.it/lettere/2021/09/29/maschilismo-e-religione/?ref=RHTP-BC-I270682881-P16-S3-T2). Un lettore scrive: «Si fa un gran dibattere di femminicidi – purtroppo a ragion veduta – ma quando si parla delle cause remote di atteggiamenti che portano a essi non si ha mai il coraggio di dire che la responsabilità di un maschilismo determinante va fatta risalire (nel mondo cristiano non solo, ma per noi in particolare) alla religione». La responsabilità di una cultura misogina e quindi violenta nei confronti delle donne, nel contesto occidentale-cristiano, sarebbe di Paolo di Tarso, colui cioè che avrebbe “posto le basi” del cristianesimo. Il grande filosofo Baruch Spinoza invitava a non ridere, non piangere e non indignarsi di fronte alle azioni e diremmo anche alle convinzioni degli altri, ma a cercare di comprenderle (intelligere). Il che ci porta a prendere atto dell’analfabetismo religioso dilagante nella cultura diffusa, la cui responsabilità non è tanto di chi lo vive, ma piuttosto di quanti avrebbero dovuto informare ed educare, perché, piuttosto che pregiudizi gratuiti, vengano formulati giudizi consapevoli e documentati.

A chi scrive alla De Gregorio avrei da sottoporre tre considerazioni. La prima di metodo: l’interpretazione delle Scritture, come anche delle vicende storiche della Chiesa e delle dottrine che le hanno accompagnate, tende sempre più a distinguere il messaggio dalle incrostazioni culturali, sociali e politiche del tempo in cui i testi sono stati redatti e le dottrine formulate. Viceversa, o altrimenti, cadremmo in letture letteralistiche dei testi sacri, le quali rischiano di veicolare posizioni fondamentaliste, sia nell’ambito credente, che in quello laicista. Certo tutto ciò costa fatica e richiede studio e informazione corretta e non pregiudiziale, che non tutti sono disposti a mettere in atto.

La seconda considerazione sta nel fatto, ormai decisamente acquisito, che non è Paolo il fondatore del cristianesimo, come affermava F. Nietzsche, onde trovare appigli per liberarsi della fede e di tutto quanto essa comporta. Il riferimento è Gesù di Nazareth, le sue parole e i suoi gesti, ai quali sempre e comunque dobbiamo riferirci se vogliamo continuare a dirci cristiani e che non possiamo rifiutare senza comprendere ed essere certi di aver ben compreso il messaggio che dalla vicenda del Nazareno giunge fino a noi, grazie, e a volte nonostante, la Chiesa.

Infine, proprio in riferimento alle parole e ai gesti di Gesù, mi sembra ormai acquisito il carattere rivoluzionario del suo rapportarsi al femminile anche in contrapposizione con la sfera religiosa propria del suo tempo e luogo, riconosciuto con estrema onestà intellettuale da un poeta-cantautore, non credente o comunque diversamente credente, come Fabrizio De André, che così si esprimeva guardando alle donne che seguivano Gesù verso il calvario: «Si muovono curve le vedove in testa, per loro non è un pomeriggio di festa; si serran le vesti sugli occhi e sul cuore ma filtra dai veli il dolore:  fedeli umiliate da un credo inumano che le volle schiave già prima di Abramo, con riconoscenza ora soffron la pena di chi perdonò a Maddalena,  di chi con un gesto soltanto fraterno una nuova indulgenza insegnò al Padreterno, e guardano in alto, trafitti dal sole,  gli spasimi d'un redentore» (Via della croce, dall’album La buona Novella).

Quanto alla Vergine Madre, cui la lettera fa riferimento, pur riconoscendo che certe espressioni e rappresentazioni edulcorate non le rendono affatto un buon servizio, mi limito a rimandare al bel testo del filosofo Massimo Cacciari, intitolato, Generare Dio (il Mulino, Bologna 2017), dove si mostra in maniera laica e disincantata il carattere rivoluzionario del dogma di Efeso (“Maria madre di Dio”), nel quale esplode con tutta la sua forza innovatrice il paradosso cristiano, che supera ogni logica umana, troppo umana.

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