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venerdì 23 ottobre 2020
 
il viaggio in lituania
 

«Il cristiano non chiede privilegi rispetto agli altri»

23/09/2018  Papa Francesco celebra la Messa a Kaunas e spiega che la sofferenza delle deportazioni e delle persecuzioni devono insegnare che l'unico antidoto alle lotte di potere che generano sopraffazione e violenza è mettere al centro i più poveri e dimenticati

Le parole delle Letture sulle persecuzioni cadono su una folla che le ha sperimentate in prima persona. I più anziani ricordano e raccontano. Hanno impresso nella loro memoria e nei loro corpi «il tempo dell’occupazione, l’angoscia di quelli che venivano deportati, l’incertezza per quelli che non tornavano, la vergogna della delazione, del tradimento». Papa Francesco, nell’omelia che pronuncia a Kaunas, seconda città della Lituania, spiega il brano del Libro della Sapienza e il Vangelo di Marco,  parla «del giusto perseguitato, di colui che subisce oltraggi e tormenti per il solo fatto di essere buono» e ricorda la storia del Paese. «Quanti di voi hanno visto anche vacillare la loro fede perché non è apparso Dio per difendervi; perché il fatto di rimanere fedeli non è bastato perché Egli intervenisse nella vostra storia. Kaunas conosce questa realtà; la Lituania intera lo può testimoniare con un brivido al solo nominare la Siberia, o i ghetti di Vilnius e di Kaunas, tra gli altri; e può dire all’unisono con l’apostolo Giacomo, nel brano della sua Lettera che abbiamo ascoltato: bramano, uccidono, invidiano, combattono e fanno guerra».

Una storia che può ripetersi se torna il desiderio di «potere e gloria», se non ci si impegna nel presente, se si «rinuncia a coinvolgersi nella costruzione del presente perdendo il contatto con la realtà sofferta del nostro popolo fedele». E quasi rispondendo alle critiche e agli attacchi che non mancano contro il suo Pontificato Francesco dice chiaramente a tutti: «Non possiamo essere come quegli “esperti” spirituali, che giudicano solo dall’esterno e passano tutto il tempo a parlare di “quello che si dovrebbe fare”». Non possiamo fare come i discepoli che «non volevano che Gesù parlasse loro di dolore e di croce; che non vogliono sapere nulla di prove e di angosce. E San Marco ricorda che erano interessati ad altre cose, che tornavano a casa discutendo su chi fosse il più grande. Fratelli, il desiderio di potere e di gloria è il modo più comune di comportarsi di coloro che non riescono a guarire la memoria della loro storia e, forse proprio per questo, non accettano nemmeno di impegnarsi nel lavoro del presente. E allora si discute su chi ha brillato di più, chi è stato più puro nel passato, chi ha più diritto ad avere privilegi rispetto agli altri. E così neghiamo la nostra storia».

L’antidoto a tutto questo, alle lotte di potere, alle violenze, alle ingiustizie, non è la sterile polemica, ma il sacrificio fino alla croce, mettendo al centro i più piccoli. L’insegnamento lo dà Gesù che chiama i discepoli e mette al centro i piccoli, «un ragazzino che di solito si guadagnava gli spiccioli facendo le commissioni che nessuno voleva fare». E oggi, chiede il Papa, Gesù chi metterà in mezzo a noi? «Chi saranno i più piccoli, i più poveri tra noi, che dobbiamo accogliere a cent’anni della nostra indipendenza? Chi è che non ha nulla per ricambiarci, per rendere gratificanti i nostri sforzi e le nostre rinunce? Forse sono le minoranze etniche della nostra città, o quei disoccupati che sono costretti a emigrare. Forse sono gli anziani soli, o i giovani che non trovano un senso nella vita perché hanno perso le loro radici. “In mezzo” significa equidistante, in modo che nessuno possa fingere di non vedere, nessuno possa sostenere che “è responsabilità di altri”, perché “io non ho visto” o “sono troppo lontano”».

Papa Francesco ricorda anche qui che la Chiesa deve essere in uscita, senza aver paura di spendersi «anche quando sembra che ci dissolviamo, di perderci dietro i più piccoli, i dimenticati, quelli che vivono nelle periferie esistenziali. Ma sapendo che quell’uscire comporterà anche in certi casi un fermare il passo, mettere da parte le ansie e le urgenze, per saper guardare negli occhi, ascoltare e accompagnare chi è rimasto sul bordo della strada. A volte bisognerà comportarsi come il padre del figlio prodigo, che rimane sulla porta aspettando il suo ritorno, per aprirgli appena arriva; oppure come i discepoli, che devono imparare che, quando si accoglie un piccolo, è lo stesso Gesù che si accoglie».

Occorre fare memoria del passato e lavorare nel presente sapendo, dice Francesco citando il Concilio, che «non c’è nulla di veramente umano che non abbia risonanza nel cuore dei discepoli di Cristo, e così sentiamo come nostre le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini del nostro tempo, soprattutto dei poveri e dei sofferenti». Un messaggio che Francesco consegna a Kaunas, alla Lituania e la mondo intero.

 

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