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Il “Cuore Amico” va in tre continenti

20/10/2013  Il riconoscimento (giunto alla 23ª edizione) assegnato quest'anno a Piera Tortore, suor Paola Battagliola, padre Giorgio Nonni. Tre «discepoli, apostoli e maestri di vita», come li ha definiti don Armando Nolli, presidente di Cuore Amico Fraternità onlus. Che operano in tre diversi “confini” del mondo.

Storie di solidarietà, di accoglienza, di coraggio. In una parola, di amore. Sono quelle di Piera Tortore, suor Paola Battagliola, padre Giorgio Nonni (insieme a Brescia, nella foto), i tre missionari salesiani che, questa mattina a Brescia, hanno ricevuto il premio Cuore Amico (una targa e 50 mila euro ciascuno).

Il riconoscimento, giunto quest’anno alla 23ª edizione e definito il «Nobel dei missionari», viene assegnato a religiosi e laici che si sono distinti per l’opera compiuta nei Paesi poveri. A introdurre la cerimonia di premiazione, don Armando Nolli, presidente di Cuore Amico Fraternità onlus, l’associazione fondata nel 1980 da don Mario Pasini per sostenere le necessità dei missionari, che «sono nel contempo discepoli, ovvero persone che non si stancano di imparare; apostoli, cioè “coloro che sono mandati per” e maestri di vita». Presenti varie autorità cittadine, tra cui il sindaco Emilio Del Bono, il pro vicario della diocesi, monsignor Cesare Polvara, il vice questore Emanuele Recifari.

La prima storia è quella di Piera, classe 1942, originaria di Cuneo, medico con tre specializzazioni che, un giorno di circa trent’anni fa, rinuncia a diventare primario, prepara la valigia e parte per la Repubblica Democratica del Congo. Oggi lavora come ecografista al Policlinico Don Bosco di Lumumbashi, dove è anche direttrice sanitaria. Fa molto per i malati, ma ancora di più fa per i bambini. Ne “adotta” venti, ospitandoli nella piccola casa in cui vive, un ex deposito di carbone.

Si dedica alla cura dei più piccoli anche suor Paola, religiosa delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che, nel 1988, lascia Manerbio, un paese in provincia di Brescia, per approdare a Timor Est, una piccola isola del Pacifico. Qui si occupa in particolare dell’orfanotrofio e in seguito di costruire le scuole materna, elementare, professionale, sempre con un occhio di riguardo per le ragazze, di norma relegate alle attività domestiche. «Il valore educativo va in parallelo con la promozione umana», sostiene la suora, «investire nell’educazione significa guardare al futuro».

Quando è la volta di padre Giorgio, è lui stesso a definirsi «un prete contadino». Uno che ha in testa una sola parola: carità. Classe 1953, originario di Faenza, inizia la sua opera in gioventù tra le file dell’Operazione Mato Grosso per ritrovarsi oggi in Perù, a Lamellin, una sierra vasta e poverissima. Il progetto a cui tiene di più è l’“oratorio delle Ande”, un lavoro paziente e quotidiano di catechesi rivolto a bambini e ragazzi. «Più cerchi di dare e più ti accorgi che hai dato poco, ma ricevuto molto», racconta.

Storie di gratuità, queste, che anche grazie al premio potranno continuare. E diventare altre storie. Altre scuole, altri ambulatori, altre mani tese verso chi ha bisogno.

In chiusura, il ricordo di Afra Martinelli, la missionaria bresciana uccisa in Nigeria dieci giorni fa. Purtroppo si sa che le storie, anche quelle più straordinarie, non sempre hanno un lieto fine.

 
 
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