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martedì 20 ottobre 2020
 
DJ Fabo
 

La dignità della vita
è nella tenerezza
del nostro sguardo

05/04/2018  Riguardo il "fine vita", il caso Dj Fabo e la presunta libertà di scegliere come e quando morire, la riflessione di Marina Casini, neo eletta presidente del Movimento per la Vita.

Se nell’ambito della bioetica e del biodiritto c’è un tema ad alta complessità pratica e concettuale, questo è quello del cosiddetto “fine vita”. Si aggiunga che la delicatezza delle vicende umane impone garbo e rispetto. Tuttavia, anche in questo campo è necessario valutare e riflettere, giudicando non le persone ma i fatti e la cultura che vi sta dietro. Nel caso portato davanti alla Corte Costituzionale, si tratta di capire se il comportamento di un uomo che concorre attivamente a realizzare il gesto suicida diretto e volontario di un altro uomo, con la pretesa che tale gesto porti il sigillo del “diritto”, rientra nel reato di aiuto al suicidio o no. E dunque se la norma che lo punisce (art. 580 c.p.) è o no conforme alla Costituzione nella parte in cui prevede che le condotte che agevolano l’esecuzione del suicidio e che non incidono sul processo deliberativo dell’aspirante suicida, siano penalmente sanzionabili allo stesso modo delle condotte di istigazione.

Al di là del dato strettamente tecnico-giuridico, il reale obiettivo che si vuole raggiungere è chiaro: riconoscere all’individuo la “libertà di decidere quando e come morire”, pertanto “solo le azioni che pregiudicano la sua libertà di decisione possono costituire offesa al bene tutelato dalla norma in esame”. Il punto su cui va concentrata l’attenzione è quel concetto di autodeterminazione rivendicato come unico e assoluto, ultimo e decisivo parametro per decidere se restare ancora nel mondo dei vivi o andarsene – con la collaborazione doverosa di terzi - nel regno dei più.

Non è vero che l’ultima parola è quella della libera scelta individuale, il diritto di morire, a cui corrisponderebbe il dovere di assicurare la morte. Se così fosse tale diritto, con il corrispondente dovere, dovrebbe essere garantito anche per chi non è malato inguaribile o gravemente disabile. Invece, non è così.

L’elemento differenziale risiede nella valutazione che della dignità umana viene data non dal diretto interessato, ma dagli altri, dalla società. Se la vita è ritenuta ancora “piena”, dotata di forza e autosufficienza, di capacità di relazione e di vivacità delle funzioni cognitive, è ricca di dignità; se, invece, la vita è condannata alla dipendenza dagli altri, limitata nei movimenti e nella comunicazione, la dignità è in via di diminuzione fino all’azzeramento. Questo diverso atteggiamento in ordine alla dignità umana introduce quella violazione del principio di uguaglianza già incontrata tra nati e non ancora nati e distrugge la radice di ogni autentico e solidaristico legame tra gli uomini.

“Si può dimenticare il degrado del proprio corpo, se lo sguardo degli altri è pieno di tenerezza” è una frase scritta nelle pagine del diario di un hospice. Siamo tutti collegati e chiamati a questo sguardo carico di tenerezza, a “custodirci” vicendevolmente nel riconoscimento della uguale dignità della nostra vita. È il minimo comune denominatore che ci accomuna e che ci rende laicamente fratelli. Per questo la morte va accettata come inevitabile limite ed esito dell’esistenza terrena, ma non volutamente cagionata.

 

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