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venerdì 26 febbraio 2021
 
 

Dallas, il ritorno. Ma è subito flop

19/10/2012  Dopo ventun anni di successi e record, il telefilm non convince più il pubblico italiano: cattiverie gratuite, intrighi esasperati, cattivi troppo cattivi. E l'audience crolla.

Una scena della nuova stagione di "Dallas" (Ansa).
Una scena della nuova stagione di "Dallas" (Ansa).

«Il sangue non sarà acqua ma il petrolio vale più di entrambi…». J.R Ewing pronuncia questa frase profetica nel 347° episodio di Dallas, il telefilm, ma ormai lo si può anche definire soap opera, che torna dopo ventun anni dall’ultima puntata trasmessa in Italia sugli schermi di Canale 5. Ed è subito flop.

Certo a Mediaset non pensavano a una simile debacle,
anche se su Raiuno c’era la partita di qualificazione ai mondiali di calcio tra Italia e Danimarca (più di 10 milioni di tifosi davanti al video). Ma l’audience del telefilm, vero e proprio cult televisivo, ha detto che il mondo è cambiato e Dallas non incanta più. Così, mentre le prime puntate della nuova serie in Usa hanno raccolto oltre 6 milioni e seicento mila fedelissimi, da noi l’hanno seguito due milioni e mezzo di persone, ma già tra il primo e il secondo episodio hanno gettato la spugna oltre trecentomila delusi. Delusi a ragione: questo nuovo Dallas è decisamente brutto, i cattivi sono troppi e troppo cattivi, gli intrecci e le congiure, i tradimenti e le infamie qui sono stati esasperati. Tutti contro tutti, con marchingegni persino difficili da capire.  Insomma la terza generazione degli Ewing dimostra di avere imparato e addirittura perfezionato il comportamento dei loro padri.

Quando Dallas arrivò in Italia, il 4 febbraio 1981 su Raiuno, quelli della Rai credevano di aver fatto “bingo”: l’America dell’edonismo reaganiano arrivava nell’Italia della “Milano da bere”. Peccato che chi aveva acquistato i dodici episodi li avesse scelti a caso e quindi mandati in onda non in sequenza.

Impossibile capire le storie che si intrecciavano, così già il 28 aprile l’amore tra la Rai e Dallas si interruppe bruscamente e Berlusconi comprò subito l’intero pacchetto e proprio grazie a J.R. (per comodità si usavano le iniziali del nome del patriarca John Ross, interpretato da Larry Hagman) Mediaset spiccò il volo e per la prima volta si tolse la soddisfazione di superare in ascolti la Rai e per di più la sua rete ammiraglia. Probabilmente senza la leggerezza del responsabile acquisti di Viale Mazzini, su Raiuno l’evento sarebbe stato anche più clamoroso.

Dallas fu trasmesso in 90 nazioni, tradotto in 67 lingue
e una puntata, quella che riprendeva una stagione che si era conclusa con un attentato a J.R. e dove si rivelava chi gli aveva sparato, venne seguita da novanta milioni di persone. Ora la saga degli Ewing ha ripreso a raccontare la sua storia di parenti serpenti. Negli Stati Uniti le dieci puntate (ma ne seguiranno altre dodici) hanno uno zoccolo duro di oltre sei milioni di spettatori e le critiche sono state tutte benevole.

Ai tempi del successo ebbi ospiti alla serata dei Telegatti sia Larry Hagman che Linda Gray, una fulgida Sue Ellen (un bel po’ di bimbe nate in quel periodo vennero, ahimè, chiamate proprio Sue Ellen): furono incontri interessanti, ma girare con loro per le vie del quadrilatero della Moda di Milano fu praticamente impossibile.

Larry-J.R. venne nel mio ufficio mentre stavo fumando una sigaretta, si sedette e materializzò un ventilatore tascabile che mi puntò contro senza parlare. Ma il gesto fu anche troppo eloquente. Del resto era stato l’unico a chiedere di fargli trovare ogni giorno un mazzo di fiori profumati. L’accontentammo, naturalmente, e quando ci rivedemmo qualche anno dopo il ventilatore non riapparve. Avevo smesso di fumare.

Vedendo il nuovo Dallas ho pensato che c’è qualcosa che lega gli Ewing ai Berlusconi. J.R., il capofamiglia Ewing, regalò a Silvio il primo grande successo, oggi il figlio di J.R., John Ross III (l’attore Josh Henderson), assomiglia parecchio a Pier Silvio, il vicepresidente di Mediaset nonché primo figlio maschio del tycon della TV. Sarà un caso? Le vie della TV vanno un po’ dove le porta l’audience.

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