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venerdì 22 novembre 2019
 
 

Il dialetto non rende inoffensivo l’insulto

26/10/2011  La traduzione letterale di alcune espressioni dialettali ha, a volte, un effetto peggiore delle intenzioni di chi le pronuncia. E la Cassazione non perdona

Gli insulti sono insulti, non importa in quale lingua li esprimi, e come tali devono essere trattati in sede giudiziaria. E non si scampa dall’accusa neppure di fronte a colorite espressioni dialettali. Questa la vicenda su cui è dovuta intervenire la Cassazione: un politico locale, nel corso di un’intervista a un giornale locale, si lascia scappare un "re dei cojon", epiteto rivolto all’avversario di turno che il giornalista decide di riportare fedelmente nel suo articolo. La denuncia per diffamazione che ne segue investe sia il politico che il giornalista e il direttore della testata. I giudici di merito propendono per la condanna e ai soggetti incriminati non resta che rivolgersi in Cassazione: il ricorso, però, viene respinto mettendo di fatto al bando l’offesa anche se pronunciata in dialetto.  La Cassazione, a questo proposito, optando per la compensazione delle spese del giudizio, rileva che "l’uso della frase offensiva sposta l’attenzione del lettore dalla contesa tra i due partiti all’incapacità personale dell’esponente di uno di essi di cogliere la necessità di percorsi politici comuni".

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