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martedì 18 gennaio 2022
 
 

Il dirigente: «un problema da arginare»

14/06/2013 

Messaggi sgradevoli su Facebook, foto che circolano su internet senza autorizzazione, stalking attraverso sms e altri programmi di messaggistica. Una preoccupante sfaccettatura del bullismo è quella dal volto tecnologico. Molti ragazzi sono presi di mira già intorno ai 12-13 anni, quando avere il cellulare in tasca diventa un'arma per colpire i più deboli, terrorizzarli, ricattarli.

Il fenomeno non coinvolge soltanto le grandi città. Anche a Cremona, 72mila abitanti, qualche caso c'è stato, ma l'intervento di genitori e responsabili scolastici ha evitato conseguenze spiacevoli. Fra i dati che emergono, uno è chiaro: non c'è distinzione tra maschi e femmine, insulti e minacce coinvolgono entrambi i generi.

Scuola media “Antonio Campi”, vicino al centro cittadino. Due ragazze fotografano alcune compagne di scuola negli spogliatoi e minacciano di pubblicare le fotografie su internet. Genitori e docenti si accorgono del problema e fermano la diffusione delle immagini, mai apparse sul web. La scuola procede alla sospensione e al riorientamento delle studentesse. Ma è difficile riuscire a penetrare in questo mondo quando i ragazzi si trincerano nel silenzio. Accanto a loro, i genitori si dicono «disarmati di fronte alla nuova comunicazione mediatica dei giovani, non solo in relazione ai social network, ma anche per l'utilizzo che viene fatto di cellulari e tablet».

Altro caso, questa volta alle superiori: due studentesse dell'istituto professionale “Einaudi” si scambiano insulti su Facebook a sfondo razzista. Dal web al diverbio in classe, il passo è breve e scatta immediatamente l'intervento del personale docente e della presidenza. 

Secondo il preside di entrambi gli istituti, Carmine Filareto, non bastano denunce alla Polizia Postale o chiusure d’ufficio dei blog studenteschi per violazioni di privacy o diffusione di frasi oltraggiose. «Servono altri metodi per arginare il problema» e il dilagante fascino del web che sempre più spesso conduce a utilizzi impropri, come il fenomeno dello "spotted", spesso già a partire dai giovanissimi. «Davanti alle nuove modalità di comunicazione tra i giovani non si possono chiudere gli occhi o impedirne l’utilizzo - spiega il dirigente scolastico -. Occorre un approccio che contempli anche la possibilità di fornire strumenti di conoscenza ai genitori». Per questo ha organizzato un convegno ad hoc, alla presenza di esperti che hanno fornito una sorta di guida per le famiglie.

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