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mercoledì 14 aprile 2021
 
 

Il Disgraced di Jacopo Gassman: ma l'alta società progressista americana è tollerante come dice?

22/03/2018  Identità in crisi nell’upper class newyorkese nello spettacolo al Teatro Filodrammatici di Milano.

Autore di origini pakistane, nato negli Stati Uniti in una colta famiglia mussulmana di idee liberali, Ayad Akhtar scrive il pluripremiato Disgraced  (Joseph Jefferson Award, Premio Pulitzer per il Teatro, Obie Award) diretto ora in Italia da un talentuoso regista, figlio e fratello d’arte, che ha intrapreso una sua solida e incisiva via di lavoro nella regia, Jacopo Gassmann.

Proprio Gassmann per primo traduce e porta in Italia questa vicenda di  Amir, avvocato pakistano, cresciuto negli Stati Uniti - con chiari riferimenti autobiografici all’autore - che, a New York, nella ricca Manhattan, è desideroso di emergere professionalmente nel suo nuovo paese e di sentirsi umanamente e socialmente accettato.

Infatti il quesito fondamentale proposto nella pièce  è se l’origine etnica e culturale di un individuo possa condizionarne l’affermazione in una società colta e progressista come quella americana.

Nello svolgersi dell’avvincente  trama si cerca una risposta, mentre si intrecciano  diversi nuclei narrativi che vedono coinvolto il protagonista, fino a portarlo alla sua rovina, disgraced, appunto “caduto in disgrazia”, in un clima da moderna tragedia greca. Durante una cena fra amici, attraverso una serie di dialoghi, resi incalzanti e serrati dall’attenta regia di Gassmann, Amir (Hossein Taheri), affermato avvocato che lavora in uno studio con colleghi ebrei ed è in attesa di diventare socio, si scopre accantonato, a causa della diffidenza verso la sua origine mussulmana. Inoltre, per quanto riguarda la famiglia, scopre il tradimento della moglie Emily (Lisa Galantini), pittrice americana, appassionata dell’arte e della cultura islamica, che ha ceduto ad Isaac, un gallerista d’arte ebreo, sposato con Jory (Saba Anglana), afroamericana, nominata proprio lei nuova socia nello studio legale al posto di Amir. Tutto pare così ritorcersi contro di lui e la sua iniziale apparente felicità: quella che sembrava una commedia borghese di intrattenimento si trasforma in un thriller psicologico.

Ma cosa sente realmente Amir verso la religione e la cultura islamica a cui appartiene? Si ritiene un apostata  per paura della diffidenza e delle ritorsioni, specie in seguito ai drammatici fatti dell’11 settembre; tuttavia rimane molto vicino alle sue tradizioni e alle sue origini, orgoglioso del coraggio dei mussulmani che pubblicamente si professano tali, così si occupa del nipote Abe (Marouane Zotti)  nella difesa del suo iman, accusato di terrorismo: Amir, a causa di alcune sue dichiarazioni pubbliche, pur non avendo accettato di difenderlo, viene ugualmente isolato e poi licenziato dai soci ebrei dello studio legale.

Gassmann affida i ruoli ad attori di etnie realmente differenti, così da rendere più realistica la pièce, come Hossein Taheri, dal volto arabo molto espressivo, e inserisce tra una scena e l’altra martellanti intermezzi musicali per accrescere la tensione e immagini simboliche che scorrono sulla bianca scenografia.
Inoltre rinchiude in una sola ambientazione, una stanza dall’arredamento elegante e con una fredda luce a neon, i personaggi pronti a scagliarsi gli uni contro gli altri: infatti non vengono messi in scena fatti, ma solo, attraverso la potenza delle parole, rivivono situazioni e tensioni, come la rivalità  tra ebrei e musulmani di cui si fanno portatori Amir e Isaac in un drammatico confronto. Amir rivela le sue fragilità, in particolare la difficoltà di sentirsi un mussulmano in un momento così  drammatico, mostra infatti un sentimento contradditorio verso la sua religione e le sue origini, soffre nel rinunciare alla sua identità culturale; d’istinto cita passi del Corano e si attiene a regole e usanze radicate dentro di lui, ma viene  attratto dal lussuoso mondo a cui ora appartiene, come appare anche dagli oggetti di scena e dai costumi tipici dell’upper class, spinto dalla necessità di allinearsi al pensiero americano dominante.

Però, quando si sente tradito da tutti, reagisce in modo inaspettato e la scena più drammatica, secondo la tradizione classica, viene rappresentata non in proscenio, ma dietro una finestra oscurata. 

Rispetto agli altri personaggi, arroganti e reticenti, tuttavia  il suo sentirsi spezzato in due lo avvicina alla comprensione del pubblico, perché le sue idee, anche le meno condivisibili, pongono interrogativi e non trovano risposte.

DOVE E QUANDO

DISGRACED, di Ayad Akhtar. Traduzione e regia di Jacopo Gassmann. Scene di Nicolas Bovey. Costumi di Daniela De Blasio. Luci di Gianni Staropoli. Con Hossein Taheri, Francesco Villano, Lisa Galantini, Saba Anglana, Marouane Zotti. Produzione Fondazione Luzzati/Teatro della Tosse e Teatro di Roma Teatro Nazionale. Al Teatro Filodrammatici di Milano fino al 25 marzo 2018. Info: Teatro Filodrammatici, Via Filodrammatici 1, Milano, tel. 0236727550, e-mail: biglietteria@teatrofilodrammatici.eu www.teatrofilodrammatici.eu.

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