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venerdì 22 novembre 2019
 
Cinema
 

Cuori puri: se Romeo e Giulietta oggi vivono tra parrocchia e campi Rom

25/05/2017  Intervista al regista Roberto De Paolis, autore del film presentato a Cannes che sta riscuotendo un ampio consenso di critica. “Lo spunto per scrivere la storia è stato la notizia di una ragazza che aveva finto di essere stata stuprata da un immigrato. Ho cercato di capire cosa ci fosse dietro".

Asciutto romanzo di formazione sentimentale, Cuori puri è stato presentato a Cannes nella sezione parallela Quinzaine des Réalisateurs e ora esce nei cinema italiani. “Occasione preziosa quella della Croisette, però conta il giudizio del pubblico”, dice Roberto De Paolis alla sua opera prima, 36 anni, fotografo, figlio di uno dei più bravi distributori italiani (fondatore prima della Bim e ora della nuova società Cinema). “Lo spunto per scrivere la storia è stato la notizia di una ragazza che aveva finto di essere stata stuprata da un immigrato. Ho cercato di capire cosa ci fosse dietro. Ma per arrivare a comprendere che cosa sia oggi la periferia ho dovuto fare due anni di ricerche visitando campi rom, centri di accoglienza, chiese e comunità cristiane che lottano in prima linea”.

Cannes è quanto di più lontano ci sia dagli stradoni, le catapecchie e i palazzoni di Tor Sapienza, dove è ambientata la vicenda…

“Non c’è dubbio. L’invito in questa sezione parallela del festival è stata una piacevole sorpresa, nonché la riprova che esiste uno spazio anche per quel cinema che ha voglia di raccontare verità scomode”.

Lei è cresciuto fin da bambino a pane e film, considerata l’attività di suo padre. Come mai ci ha messo tanto a debuttare nella regia?

“Potrei fare il solito discorso sulle difficoltà che bisogna superare in Italia per reperire i finanziamenti per un film. Oppure la lamentela per cui da noi non si dà credito ai giovani. Ad essere sincero, però, non fremevo per fare il mestiere del cinema. Ho fatto il mio percorso di studi. Poi mi sono imbattuto in questa storia, me ne sono innamorato. Dopo due anni di ricerche e di approfondimenti sul campo, mi son reso conto che questa realtà non viene raccontata. E nessuno, ormai, conosceva meglio di me i personaggi che ne sono protagonisti, le atmosfere, i luoghi, le sfumature. Così, ho sentito che dovevo farlo io”.  

Sullo schermo, lei è lui corrono a perdifiato nella desolata periferia. Agnese (Selene Caramazza) ha 17 anni e non se la passa poi male con la madre Marta, se non fosse che le ha sequestrato il cellulare. Perciò ne ha rubato uno. Stefano (Simone Liberati) ha pochi anni di più ma già un passato tormentato di microcriminalità: i genitori sull’orlo dell’indigenza e ora un precario lavoro da guardia giurata per sbarcare il lunario. Paradossale che sia proprio lui a inseguire l’ombrosa ragazza al primo furtarello. L’agguanta ma come staccarle gli occhi di dosso? Lei lo prega, si scusa. La mancata denuncia gli costa il posto: retrocesso a fare la guardia a un parcheggio, che confina con il campo rom. E’ dura, quelli gliene fanno di tutti i colori. Il colmo è quando Stefano vede dall’altra parte della rete Agnese che, con la mamma, porta pacchi dono e generi di sussistenza. Marta (la sempre convincente Barbora Bobulova) e la figlia sono assidue della parrocchia di don Luca (il massiccio Stefano Fresi), giovane prete che sa coinvolgere in progetti di solidarietà e accoglienza. Stefano non vorrebbe farsi trascinare nel giro della droga gestito nel quartiere dall’amico Lele (Edoardo Pesce). La situazione precipita quando i suoi vengono sfrattati. Intanto, Agnese si fa convincere dalla mamma, cattolica praticante, affinché lei e l’amica Bea aderiscano all’associazione “Cuori puri”: una promessa di illibatezza fino al matrimonio. La speranza di scansare le brutture della vita di periferia attraverso la verginità. Un po’ come Stefano vorrebbe preservare il quartiere tenendone lontani rom e immigrati. Lui e Agnese, diversi in tutto a partire dai valori di riferimento, scopriranno però quanto siano fragili.Basta una promessa a frenare il turbinio dei sentimenti? Può un reticolato separare bisogni ed esistenze? Agnese e Stefano si desiderano. Perché però l’amore possa diventare realtà dovranno lottare contro tutto, soprattutto contro loro stessi.

La storia di questa sorta di Romeo e Giulietta del terzo millennio, in cui le differenti casate vengono sostituite dai diversi mondi di riferimento, va letta anche in forma di metafora?

“Al centro del film c’è il tema della verginità. Da una parte, quella del corpo. Dall’altra, quella del territorio: metafora di tutte quelle barriere che si alzano a protezione di una presunta identità. La diversità può essere anche un rischio, se però se ne ha paura si finisce per lasciare spazio a violenze e fanatismi”.

I rom, come purtroppo confermano i tragici fatti di cronaca, sono malvisti e mal sopportati nelle periferie. Vittime di pregiudizi?

“Nella storia sono sullo sfondo, ma sono stato spesso nel loro campo di via Salviati, a Roma. Li ho trovati disponibili e accoglienti. Magari, cercano di spillarti qualche soldo… Il fatto è che per i ragazzi italiani senza lavoro, sbandati, rappresentano lo spauracchio. Stefano teme di diventare come loro quando i suoi, sfrattati, vanno a vivere in roulotte”.

Il film poggia molto sulla bravura dei protagonisti…

“Che Barbora Bobulova, Stefano Fresi ed Edoardo Pesce fossero una garanzia lo sapevamo. Per trovare gli interpreti principali, abbiamo fatto tanti provini. Abbiamo scelto Selene e Simone perché potevano calarsi nei panni dei personaggi mettendoci qualcosa di loro stessi”.   

Nella desolazione di questa vita di periferia, spicca la figura del giovane prete, don Luca: entusiasta ma non rigido, interprete di una Chiesa aperta all’accoglienza. Come ha costruito il personaggio?

“Non volevo cadere negli stereotipi di un cinema che racconta la Chiesa giudicando. Ho cercato di viverla: ho frequentato parrocchie, conosciuto giovani preti e le persone riunite attorno a loro. In particolare, mi sono ispirato alla figura di un certo don Fabio: son sue le belle parole pronunciate nel film dal sacerdote, che spiega ai ragazzi il Vangelo”.

Considerata l’odierna crisi di valori politici e sociali, crede che nei ragazzi ci sia una crescente voglia di spiritualità?

“Non saprei cosa rispondere. Dovrei conoscere anche le realtà di altre confessioni. Posso dire però che dei ragazzi della parrocchia di don Fabio mi ha colpito la voglia di fare comunità, di aiutarsi l’un l’altro. Un bisogno di condivisione a cui solo la Chiesa pare oggi dare risposta”.

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