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martedì 25 gennaio 2022
 
Cinema
 

Vendite di neonati, un dramma anche in famiglie italiane

06/09/2017  Il secondo film italiano in concorso alla mostra del Cinema di Venezia - Una famiglia, di Sebastiano Riso - ha il merito di affrontare un tema assai delicato come quello del mercimonio di neonati. Non in Asia o in qualche Paese del terzo mondo, ma proprio qui, in Italia. Un problema sommerso in questo Paese, ispirato a storie vere

Che il livello medio delle opere in concorso al Lido sia quest’anno più che buono non si discute. Altrettanto vero è che le delusioni son venute proprio dai nomi più altisonanti. Prima George Clooney col suo Suburbicon, poi l’attesissimo Darren Aronofsky (già vincitore del Leone d’oro con The Wrestler e candidato all’Oscar per Il cigno nero) col suo Mother! Una boiata pazzesca, avrebbe detto Fantozzi (voto 3). Una storia grandguignolesca e presuntuosa che fa il verso a Rosemary’s Baby, il capolavoro di Roman Polanski. Un imperdonabile spreco di cast (Javier Bardem, Jennifer Lawrence, Ed Harris, Michelle Pfeiffer), di denaro e della pazienza dello spettatore.

A fronte di simili operazione sbagliate, la critica avrebbe potuto accogliere con maggior benevolenza Una famiglia di Sebastiano Riso, secondo film italiano in concorso. Magari non completamente riuscito ma coraggioso nell’affrontare un tema assai delicato come quello del mercimonio di neonati. Non in Asia o in qualche Paese del terzo mondo: qui, in Italia.

Io e gli sceneggiatori ci siamo ispirati a storie vere”, spiega Riso alla sua seconda regìa. “A partire dalle indagini e dalle intercettazioni telefoniche realizzate dalla polizia. Non ci sono dati definitivi ma si sa di 56 casi registrati in Campania nell’ultimo decennio tra maternità surrogate, vendite di bambini, donne che vanno a partorire all’estero senza segni di gravidanza e poi tornano col neonato. Analoghe inchieste ci sono in Sicilia e in Veneto. Loschi traffici che ruotano attorno a medici corrotti e a funzionari dell’anagrafe compiacenti. Noi non volevamo però raccontare una vicenda di soldi, perché ne girano tanti in questo mercimonio, bensì una storia di coppia”.

L’obiettivo s’insinua nel misero squallore di una vita di periferia appena decente. Siamo a Roma in un appartamento modesto dominato dalla sopraelevata di San Lorenzo. Lui, Vincent (Patrick Bruel) è un cinquantenne parigino taciturno e fascinoso, trapiantato da anni. Maria (Micaela Ramazzotti) ha quindici anni di meno, è bella e fragile, abbarbicata a quel marito che è tutto il suo mondo. Rituali quotidiani interrotti da incursioni di losche figure (l’amica mezzana, il ginecologo). La meccanica insistenza di Vincent nell’avere rapporti con la moglie affinché resti incinta. Lo smarrimento di lei. Pian piano affiora la terribile verità: i due hanno già avuto bambini, venduti clandestinamente appena nati. Maria però adesso ne vorrebbe tenere uno per sé, per fare con Vincent finalmente una famiglia. Prima la disobbedienza, poi la ribellione. Quel malato rapporto di coppia, fondato su un amore ossessivo e la complicità criminale, s’incrina. Vincent, con determinazione fredda, decide che è ora dell’ultimo affare, acchiappare i soldi e poi tessere la ragnatela attorno a una nuova fragile donna. Maria invece, pur nel suo essere naif, comincia a rendersi conto di ciò che ha fatto. A sentire il bisogno di un riscatto.

“Nel film non raccontiamo né spieghiamo perché questa coppia sia così”, sottolinea Riso. “Forse lei sarà stata sola al mondo, ingenua, irretita giovane da quell’uomo più maturo e fascinoso. Certo lui si è stabilito in Italia perché ha capito che qui, a differenza della Francia dove ad esempio anche i single possono adottare, esiste una domanda clandestina di bambini. Fino a quel momento però Maria non è solo vittima e Vincent non è solo carnefice. E’ dopo la rottura di questo equilibrio malato che ognuno dimostrerà ciò che realmente è”.

La regìa ha il merito di non indugiare su aspetti scabrosi. Vincent diventa violento, quando capisce che Maria fa di tutto per non restare ancora incinta. In quel momento, però, la cinepresa con un lungo piano-sequenza esce dalla finestra dell’appartamento, si alza e vaga nel panorama indifferente al dramma che si sta compiendo. Fino a rientrare nella stanza dove ormai Maria giace in lacrime. Una scelta visiva ardita ma delicata nei confronti del personaggio e dello spettatore. Certi critici hanno invece scovato l’analogia con un piano-sequenza di Antonioni in Professione reporter, accusando così Riso di presunzione e di vuota ambizione estetica. Francamente, la giustificazione di quella scena l’abbiamo colta. Mentre ci pare che a scambiare forma per sostanza siano certi cinefili.

“Credo nella libertà d’opinione, ma non è giusto che si metta in dubbio l’onestà del mio coinvolgimento nel film”, protesta il trentaquattrenne regista catanese. “Racconto una storia per denunciare un dramma sommerso in questo Paese. Ma io e il mio direttore della fotografia, Piero Basso, abbiamo spesso deciso sul set dove e come inquadrare i personaggi proprio per non usarli, per restare al servizio della storia”.

Altro passaggio controverso del film è quando una coppia di omosessuali, attori di teatro colti e abbienti (interpretati da Ennio Fantastichini e Fortunato Cerlino), offre molto denaro a Vincent e al medico corrotto per il neonato di Maria. Salvo poi, in un drammatico confronto, tirarsi indietro alla notizia che il bimbo ha un’affezione cardiaca. Deve essere operato. Il pianto disperato del bimbo fa da sfondo alla turpe trattativa. La scena sembra aver urtato la sensibilità della comunità gay e di certi benpensanti, mentre a noi colpisce la posizione sincera presa dal regista, egli stesso omosessuale. Tanti desiderano un bambino ad ogni costo solo per una forma egoistica d’amore.

Un male però che affligge anche le coppie eterosessuali”, puntualizza Riso. “Quanti bambini non sani vengono abortiti o rifiutati? L’amore per il bimbo viene confuso con l’amore del bimbo, del mettere il suo bene prima di ogni cosa. Purtroppo, gli omosessuali sono considerati polli da spennare nel turpe mercato clandestino dei bambini. Ho amici in Francia e a New York: noto che dove esiste una legislazione diversa, che autorizza anche i single o gli omosessuali, l’adozione dà ottimi risultati. Dico solo che si dovrebbe valutare con attenzione la sincera capacità genitoriale di chi si propone, per il bene del bambino. Non discriminare sulla base delle tendenze sessuali”.

Temi delicati, controversi. Ma che vanno affrontati a viso aperto, con onestà. Come si propone di fare Riso col suo film. “Forse ai critici ha dato fastidio il fatto che Una famiglia non sia un film rassicurante. Per nessuno”, chiosa il regista. “La cinepresa che cala nella quotidianità ci mostra come la banalità del male possa anche celarsi dietro la porta di casa del vicino. Sta a noi non far finta di nulla. E spero che il rumore attorno al film risvegli il dibattito sulla difficoltà delle adozioni e sul ruolo subordinato ancora di troppe donne, in Italia”.

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