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martedì 03 agosto 2021
 
 

Il filosofo Silvano Petrosino: «Dio ci chiama a creare con lui»

31/05/2013 

Quando si parla di libertà in riferimento alla fede biblica la reazione istintiva è quella di pensare subito a una serie di divieti in campo morale: «Non fare questo, non fare quell’altro». Ma la sfida lanciata dalla Bibbia va oltre questa visione precettistica e capovolge la prospettiva. Per l’uomo, unica creatura chiamata da Dio a contribuire alla creazione, infatti, il problema non è «Che cosa devo fare? Che cosa mi è proibito fare?», ma esattamente l’opposto: «Cosa posso fare per offrire il mio contributo alla creazione?».  È su questo capovolgimento che si è concentrata la riflessione del filosofo Silvano Petrosino nella sua lectio al teatro comunale di Vicenza per l’anteprima del Festival Biblico di quest’anno.

– Professore, qual è l’idea di libertà umana proposta dall’Antico e dal Nuovo Testamento?

«A differenza di ciò che si pensa di solito, nella Bibbia il concetto di libertà non è riferito subito alla morale, alla scelta cioè tra il bene e il male, ma a un valore che fa riferimento all’atto stesso della creazione. La parola “creatura” nella Bibbia è sinonimo di libertà. Creato vuol dire liberato. Questo concetto si rivela in modo sorprendente in relazione all’uomo perché vuol dire che esso non è un burattino nelle mani di un despota o della natura ma è libero nel senso che è capace, con le sue forze e la sua intelligenza, di contribuire alla creazione. Questo è il punto essenziale. Il discorso biblico sulla libertà si caratterizza nel dire all’uomo: "Coraggio, tu sei un co-creatore". Da qui il duplice invito che Dio rivolge alla creatura umana affinché coltivi e custodisca il giardino».

– Nell’Eden c’è spazio per tutti o solo per chi crea grandi cose come i pittori o i musicisti?

«Il giardino biblico coincide con una vocazione spirituale: l’uomo, ogni uomo, è posto al suo interno affinché possa dimostrare ciò di cui è capace. Ognuno di noi tutte le volte che fa del bene partecipa alla creazione, anche se si trattasse di preparare un buon piatto di pastasciutta. Il bene è collaborare alla creazione, la quale è perfetta ma non è compiuta».

– Cosa significa?

«Non è compiuta perché attende la risposta di ogni singolo uomo. Dal punto di vista filosofico, infatti, l’uomo non è creatore in sé stesso ma, in quanto creato, è reso libero e chiamato a creare cose nuove. Un esempio? Dio non è “capace” di dipingere la Gioconda perché non lo vuole fare e perché la Gioconda appartiene solo a Leonardo. Ma affinché Leonardo dipinga quel capolavoro deve essere creato capace di realizzarlo. Un papà che vede il figlio che sta tirando il rigore in campo non dice: “Lo tiro io, così faccio gol”, perché il rigore è del figlio. Così agisce Dio nei confronti dell’uomo. Questo è un punto fondamentale perché affranca il tema della libertà dalla dimensione morale, dalla cappa ossessiva del divieto, e fa emergere l’aspetto positivo».

– Nel capitolo 2 della Genesi dopo un esordio positivo, con l’invito a «coltivare e custodire», si precipita nel clima cupo del peccato originale. Questo che conseguenze ha sulla libertà?

«Il disegno originario non ha funzionato perché c’è stato il peccato da parte dell’uomo. E la conseguenza del peccato è la paura. L’uomo, reso libero, diventa schiavo della paura che è l’effetto del peccato originale. Quindi,l’uomo diventa schiavo del peccato. Attenzione:l’uomo non è schiavo rispetto a Dio ma è schiavo della sua stessa paura. Questo è il grande insegnamento di Gesù (Gv 8,31-36)che ai Giudei che gli dicono di essere liberi risponde invece che non lo sono perché schiavi del peccato. Gesù parla di una schiavitù ontologica, rispetto a sé stessi, non in riferimento a un despota esterno:è il tuo peccato, afferma, che ti rende schiavo».

 


– Da liberi, dunque, a prigionieri della paura. Come se ne esce, professore?

«Noi abbiamo continuamente bisogno di essere liberati dalla paura. E questa è un’esperienza quotidiana. Ogni volta,ad esempio, che incontriamo una persona che ci vuole bene e ci ama facciamo esperienza di qualcuno che ci libera dalla paura. Si dice, ed è vero, che chi trova un amico trova un tesoro perché si incontra una persona che ti aiuta a superare la paura. In senso assoluto, questo essere liberati dalla paura è esattamente ciò che è e ciò che fa Cristo, colui che chiama Dio padre. La buona notizia del cristianesimo è che il giudice coincide con il salvatore,il giudice è padre, colui che ti salva.Da qui l’invito a non avere paura».

– La libertà così delineata nel testo biblico sembra strizzare l’occhio all’ideologia liberale che esalta l’autonomia soggettiva. È così o c’è differenza tra le due concezioni?

«L’ideologia liberale è astratta, pone la libertà come un dato ovvio e scontato. Essa censura l’idea che l’uomo è invece sempre una libertà da liberare. Ha una concezione del soggetto poco realistica: un individuo che non ha limiti, peccati, paure, senza inconscio insomma. Se l’uomo è un tutto pieno, perfetto, gli ostacoli, secondo quest’ideologia, possono solo provenire dall’esterno: lo Stato, gli altri. Il liberalismo dice: “Lasciateci fare, non dateci vincoli e vedrete che andrà tutto bene”. Il concetto biblico di libertà è diverso perché molto più realistico ma anche complicato, afferma che l’uomo è sì creato libero, ma attende sempre di essere liberato dalla paura».

– Come mai parte del mondo cattolico declina il tema della libertà in termini moralistici come se fosse solo una questione di divieti?

«È una scappatoia rispetto alla responsabilità, quasi un’ammissione che non siamo mai all’altezza della vocazione a cui siamo chiamati: essere uomini. C’era un comico, qualche anno fa, che ripeteva questo tormentone: “Dimmi quello che devo fare e io lo faccio”. Dio non ti può dire come devi dipingere la Gioconda. A volte l’uomo di fronte all’abisso del positivo – l’invito di Dio a contribuire alla creazione – si ritrae. Questa è la vera nozione di peccato. Il peccato, più che il male compiuto, è il bene non fatto.
Se Leonardo non avesse dipinto la Gioconda non avremmo detto: “Che peccato!”, nel senso di occasione mancata. È come se una parte del mondo cattolico scegliesse la via breve: “Dimmi quello che devo fare e lo faccio”. Ma questo è venir meno alla vocazione a cui Dio ci chiama, è un tradimento  dell’ordine della creazione. È come se l’uomo al “coltiva e custodisci il giardino e sii libero” di Dio rispondesse “non ce la faccio”, riducendo questo invito grandioso all’obbedienza di una legge esterna. La libertà diviene così negativa e assume la forma del no».

 
 
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