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lunedì 06 dicembre 2021
 
 

Il frate che predica ai Papi

20/07/2014  Il 22 luglio compie 80 anni. Padre Raniero Cantalamessa è “predicatore della Casa pontificia”. In esclusiva a Credere racconta la sua esperienza con gli ultimi tre Pontefici e il suo impegno per la Parola di Dio.

Padre Raniero Cantalamessa è nato a il 22 luglio 1934 a Colli del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno. Qui mentre predica davanti a papa Benedetto XVI.
Padre Raniero Cantalamessa è nato a il 22 luglio 1934 a Colli del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno. Qui mentre predica davanti a papa Benedetto XVI.

Per limitarci agli ultimi mesi, l’elenco dei suoi viaggi comprende Indonesia, Canada, Francia (tre volte), Stati Uniti, Malta e Germania, senza contare tutti i viaggi in Italia. E nei prossimi mesi sarà a Londra, Tolosa, Paray le Monial, Monaco, Emirati Arabi, Spoleto, L’Aquila, San Benedetto del Tronto, Assisi, Latina, Venezia, Milano, Ascoli Piceno, Basilicata, Foligno, Bari, Roma…

Non stiamo parlando di un manager trentenne, ma di un sacerdote che tra pochi giorni, esattamente il 22 luglio, compirà ottant’anni, un francescano chiamato ovunque a portare la parola di Dio: padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia e volto noto della televisione. Un innamorato del Signore e della Chiesa che, quando gli si chiede quali sono le prime parole che gli salgono dal cuore guardando alla sua vita, risponde deciso: «Parlando con  Dio, nella preghiera, la prima parola è uno smisurato grazie; parlando con gli uomini è difficile racchiudere tutto in una o  in poche parole. Dovrei dire che sono felice della vita che ho scelto. Meglio, che  Dio ha scelto per me. Sant’Agostino diceva che noi creature umane siamo come vasi di cristallo che si feriscono soltanto a toccarsi tra di loro; in tanti anni, ho incontrato nella mia vita moltissime persone e sono certo che io non ho fatto eccezione, perciò sento il bisogno, dopo la parola “grazie”, di pronunciare un’altra parola: perdono!».

- Predicatore, teologo, professore, personaggio televisivo. In quali di queste definizioni si riconosce di più?
«Non ho dubbi: predicatore! È stato questo il ministero che ha occupato l’ultima e più bella parte della mia vita. Devo però aggiungere che non rinnego nessuna delle altre mie attività. Diventando predicatore, ho smesso di fare il professore, ma non il teologo; ho cercato di imitare i Padri della Chiesa che facevano teologia dal pulpito più che dalla cattedra. Quanto al servizio televisivo, esso non è stato che un aspetto e un momento – per la maggioranza della gente in Italia, l’unico conosciuto e ancora ricordato – del mio servizio alla parola di  Dio».

Padre Raniero Cantalamessa è un francescano Cappuccino. Foto Corbis.
Padre Raniero Cantalamessa è un francescano Cappuccino. Foto Corbis.

- Quale ricordo conserva degli anni di lavoro in televisione? Come si accorda la predicazione con questo strumento?
«Un ricordo molto bello. Anzitutto per l’amicizia e l’affiatamento che si era stabilito tra me e la squadra della Rai con cui lavoravo, poi per lo stimolo che mi ha dato a leggere il Vangelo da angolature sempre diverse e scoprire sempre meglio la sua inesauribile rilevanza per la vita umana. C’è un’affinità di fondo tra il messaggio evangelico e il mezzo televisivo. Non possiamo dire, almeno in questo caso, che “il mezzo è il messaggio”; possiamo però dire che il mezzo aiuta il messaggio a raggiungere il cuore della gente. Gesù moltiplicava i pani e i pesci, in modo da sfamare con essi migliaia di persone; la televisione moltiplica le parole, e non per mille, ma per milioni. Mi sono sforzato di mettere a servizio della buona novella tutto quello che determina la straordinaria presa del mezzo televisivo sull’uomo d’oggi: brevità, essenzialità, aderenza alla vita, parola e immagine fuse insieme. È uno sforzo che si può fare senza tradire il Vangelo, anzi imitandolo. Anche il linguaggio di Gesù infatti è concretissimo, tutto intessuto di parabole, immagini, aforismi e brevi storie. Il Vangelo è in se stesso “televisivo”; se fosse vissuto oggi, Gesù sarebbe stato il predicatore televisivo ideale!».

- Che cosa vuol dire per lei essere da più di trent’anni predicatore della Casa pontificia e aver predicato a ben tre Papi?

«Molti mi chiedono come mai ho durato così a lungo nell’ufficio di predicatore pontificio. Scherzando (ma non del tutto), rispondo che gli ultimi tre Papi si sono resi conto che quello era il posto dove padre Cantalamessa poteva fare meno danni alla Chiesa. Si sa che è più difficile e meritorio ascoltare che predicare, perciò è il Papa che bisogna ammirare per l’umiltà di lasciare ogni altro lavoro e andare ogni venerdì mattina, in Avvento e in Quaresima, ad ascoltare la predica di un semplice sacerdote della Chiesa. A volte lo dicevo anche a papa Giovanni Paolo II (non mi sono ancora abituato a chiamarlo “santo”), quando, dopo la predica, mi ringraziava».

- Che cosa ha rappresentato per la sua vita e per la sua esperienza spirituale l’incontro con il rinnovamento carismatico?

«È stato il modo particolare che Dio ha scelto per farmi sperimentare “la novella Pentecoste” auspicata da papa Giovanni XXIII. Ha dato una svolta alla mia vita. Tuttora sono convinto che si tratta di “una corrente di grazia destinata a tutta la Chiesa” (è la definizione del cardinale Suenens, ripetuta da papa Francesco nell’incontro allo stadio Olimpico del 1° giugno scorso), destinata a perdersi in essa come una scarica elettrica nella “massa”. Più vado avanti negli anni, più constato che le realtà maggiormente vive e innovative nella Chiesa del dopo Concilio sono nate da un’esperienza forte dello Spirito Santo, anche se fatta in modi e contesti diversi. Ma non è una vera novità; san Paolo non si stanca di ripetere che la vita cristiana è fatta per essere vissuta “nello Spirito”».

Il 18 luglio 2013 padre Raniero Cantalamessa è stato confermato da papa Francesco nell’ ufficio di Predicatore della Casa Pontificia.
Il 18 luglio 2013 padre Raniero Cantalamessa è stato confermato da papa Francesco nell’ ufficio di Predicatore della Casa Pontificia.

- È possibile dare una definizione sintetica, magari attraverso un’immagine, dei pontificati di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e ora di Francesco?
«Lasciando da parte Giovanni Paolo II – una personalità troppo poliedrica per essere racchiusa in una sola parola o in una immagine – direi che Benedetto XVI, per il suo acume teologico e per il suo modo di scrivere lucido e ben articolato, mi fa pensare all’apostolo Paolo; papa Francesco, con il suo stile diretto, le sue immagini e le sue frasi icastiche, mi fa pensare a Gesù. La verità è che ogni Papa serve la Chiesa con il carisma che il Signore gli ha dato e per il quale i cardinali lo hanno eletto. Nessuno è uguale al suo predecessore, e questo è un bene».

- Qual è la vera novità portata da papa Francesco?
«Agli eretici del suo tempo che si domandavano: “In fondo, che novità ha portato Gesù venendo nel mondo?”, sant’Ireneo, nel II secolo, rispondeva: “Ha portato ogni novità portando se stesso”. Facendo le debite proporzioni, bisogna dire lo stesso di papa Francesco: la sua novità è lui stesso, il suo modo di essere e di operare. E che novità!».

- Lei viaggia in tutto il mondo, in tutti i continenti: com’è vista la Chiesa di Roma oggi? Quale la realtà del dialogo ecumenico e interreligioso?

«Quando mi trovo in Paesi o ambienti cattolici, noto un grande interesse, a volte quasi una mitizzazione per tutto ciò che riguarda Roma, sentita come la capitale della loro patria spirituale. Le domande che pongono più spesso sono quelle che riguardano il Papa. Il fatto che per venticinque anni sono stato a contatto con Giovanni Paolo II sembra incredibile a molti che conservano la foto di una stretta di mano con lui come la cosa più preziosa della vita. Quanto ai cristiani di altre denominazioni, avverto un’attenzione nuova verso Roma e il cattolicesimo in genere, soprattutto in quelli che sono attraversati dalla stessa corrente di grazia di cui parlavo prima. Sono convinto che sia in atto tra i cristiani un movimento “tettonico” contrario a quello che ha portato i continenti ad allontanarsi gli uni dagli altri. Il mondo cristiano tende a ricomporre la propria unità, non contro qualcuno, ma per il bene dell’umanità intera, e lo Spirito lo spinge con forza in questa direzione».

- Ha tenuto il conto del numero di prediche rivolte ai Pontefici? E ce n’è una che ricorda in modo particolare?
«Calcolando che le prediche previste sono otto e qualche volta nove l’anno, credo di aver tenuto in trentacinque anni circa 280 prediche. Ogni predica dura mezz’ora e così ho la bella responsabilità di aver sottratto ai tre ultimi Papi ben 140 ore del loro prezioso tempo. Se c’è qualche predica che ricordo in particolare? Per l’eco negativa che suscitò nei media, quella del Venerdì Santo del 2010 per una malintesa frase sugli ebrei; per l’eco positiva – e non solo nei media – quella del Venerdì Santo di quest’anno su Giuda e l’idolatria del denaro».

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