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mercoledì 19 gennaio 2022
 
Mario Draghi
 

Il Governatore devoto a Sant’Ignazio

23/01/2015  Ritratto del governatore della Bce Mario Draghi: dalle scuole dai gesuiti alla passione per il basket. Un “italiano anomalo”. Nel senso migliore del termine.

Alla voce Mario Draghi, governatore della Bce, 68 anni, in un ipotetico dizionario si troverebbero le seguenti voci correlate: gesuiti, basket, Mit, Bankitalia, Bce. Un’ultima voce la aggiungiamo noi, anti-italiano, e spiegheremo perché.
L’uomo che sta provando a fare uscire l’Europa dalla deflazione (acquistando ogni mese 60 miliardi di titoli di Stato per immettere moneta sui mercati e rilanciare inflazione e crescita) ha studiato al liceo Massimo di Roma, scuola dei Gesuiti. Chi a quei tempi lo ha avuto compagno di banco lo descrive “educato e spiritoso” (Giancarlo Magalli) e “sempre in ordine” (Luca Cordero di Montezemolo). Chi ha lottato sottocanestro con lui nella squadra di pallacanestro in cui militava lo definisce “perfezionista, competitivo, un team player” (Luca Annunziata, all’epoca pivot e poi Ceo della società di trading elettrica Acquirente Unico Spa). Un leader, insomma. Dotato di “visione periferica” a 180 gradi.

La capacità di “discernere gli spiriti” e “non prendere mai decisioni in base a propensioni disordinate”, come prescrivono gli Esercizi di Sant’Ignazio, sono serviti parecchio a Mario Draghi. Fin dalla sua prima vita, quella di grand commis di Stato, che arriva subito dopo gli studi (laurea alla Sapienza di Roma, PhD al Mit di Boston, alla scuola di due Nobel come Franco Modigliani e Paul Samuelson) . Da direttore generale del Tesoro, negli anni 90, è lui ad avviare la fase delle grandi privatizzazioni. Pezzi di aziende di Stato immesse sul mercato e capitali per ripianare il debito pubblico, che allora viaggiava a tassi di default. SuperMario – il soprannome arriverà anni dopo dal mondo anglosassone - si attira critiche e reprimende. Nel 1992 davanti agli investitori internazionali tiene una prolusione (il convegno si svolge su un panfilo, il Britannia, già di proprietà della regina Elisabetta II) per illustrare i vantaggi dell’operazione. Apriti cielo. Accuse di ingerenza, commistione di ruoli. Per qualcuno quel giorno finisce la sua carriera politica, e la possibile ascesa a Palazzo Chigi. Lui non se ne cale, tira dritto. Le privatizzazioni si fanno, il debito tiene, l’Italia entrerà nell’euro. Si fa anche il cosiddetto testo unico sulla Finanza, su cui Draghi mette firma e cervello. Cosa dice? Per esempio che non si può “scalare” una società se non si fa un’Opa, una Offerta pubblica di acquisto. Se cioè non si mettono i soldi sul tavolo. Per la finanza italiana, abituata al gioco delle scatole cinesi e ai patti sottobanco, è una svolta. Una boccata di aria fresca.

La seconda vita di Draghi è alla voce Banche. Nel 2002 diventa Vice Presidente e Managing Director di Goldman Sachs, quarta banca d’affari al mondo. Sede a Londra. Pare che in quegli anni non ami la limousine dell’ufficio e prenda i mezzi pubblici per attraversare la City e recarsi al lavoro. Ma tanta spartanità non gli evita le critiche: da dirigente pubblico a banchiere d’affari per qualcuno è troppo. Soprattutto quando Draghi succede ad Antonio Fazio alla guida di Bankitalia. Dopo gli scandali su Antonveneta serve un uomo di caratura e immagine internazionale alta. Il nome di Draghi arriva naturale. Qualcuno grida ancora al conflitto di interessi. Un paradosso per un Paese che con il conflitto di interessi ha convissuto a pranzo e cena per due decenni.

Draghi tira dritto anche qui. Resta alla guida dell’istituto di via Nazionale circa sei anni, fino al 2011. Si dice che nel suo ufficio abbia tolto un quadro di san Sebastiano trafitto (voluto e e amato dal suo predecessore) rimpiazzandolo con più sobri quadri astratti. Sono anni in cui è l'Italia a essere trafitta e c’è poco da sorridere. E' il periodo della grande crisi Lehman, del rischio default, di una politica che sbanda sotto i colpi delle critiche tedesche, di un debito che si allarga, di un’economia che stenta. Per il mondo della finanza internazionale, piaccia o meno a qualcuno, Draghi è una garanzia. Assicurazione di competenza, rigore, serietà. Da qui, il passaggio alla Bce. Avere un italiano a Francoforte mentre l’Italia appare quasi commissariata dalla Germania della Merkel pare quasi un controsenso. Ma dice qualcosa di questo Paese, capace di esportare cervelli ed eccellenze nei luoghi migliori molto più che di fare squadra.

Ecco l’ultimo tassello, alla voce Draghi: anti-italiano. L’Italia non ha l’Ena (Ecole Nationale d’Administration), la scuola di alta burocrazia che in Francia forgia i funzionari e i manager di Stato. Non ha una scuola perché fatica a fare coro. Ma ha solisti come Mario Draghi. Gente con formazione e visione internazionale. Che parla il giusto (basta una frase sola di un banchiere centrale per aprire voragini) e agisce in silenzio. Per i “critici a oltranza” Draghi potrà pur apparire un caleidoscopio di contraddizioni (dirigente pubblico ma artefice delle privatizzazioni; banchiere d’affari ma anche Governatore), ma sono di quelle che fanno bene al Paese perché significano la capacità di mettere il proprio destino (e la propria carriera) al servizio di quello pubblico. Un italiano che non tiene famiglia perché gli basta l’Italia. Se non un anti-italiano, di certo  un italiano anomalo.

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