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sabato 17 aprile 2021
 
 

Il Governo che si rimanda a settembre

28/06/2013  A parte un provvedimento che promette 200 mila posti di lavoro la Grande Coalizione di Enrico Letta finora ha prodotto solo rinvii e posticipi. Può servire al Paese stremato un premier temporeggiatore? Che succederà in autunno? Meglio staccare la spina?

In politica, si dice, i tempi sono tutto. Materia su cui gioca abbondantemente anche l’attuale premier Enrico Letta, chiamato a incidere su uno dei momenti più difficili della storia della Repubblica e ad affrontare una crisi che pare non finire mai. Il provvedimento sui giovani e sul lavoro è senza dubbio un provvedimento virtuoso.
I posti di lavoro annunciati grazie alle misure per rilanciare l’occupazione sono 200 mila e speriamo che le stime si rivelino esatte. Ma sul piano delle riforme non c’è molto altro se non una continua sequela di rinvii. La Grande Coalizione dei Rimandi non è riuscita a scongiurare l’aumento dell’Iva di un punto. Ha semplicemente rinviato il problema a ottobre. Anche l’abolizione dell’Imu per la prima casa, principale scommessa del Pdl, è stato rinviato a settembre.
E persino la “grana degli F35, i cacciabombardieri che perfino l’Olanda e il Canada stanno rifiutandosi di acquistare, è rinviata all’autunno. Per il resto non c’è molto, a parte provvedimenti che si accaniscono su chi già paga le tasse, come il rialzo dei vari acconti Irpef, Irap e Ires previsti a novembre.

Una politica basata su provvedimenti temporanei, che sposta le decisioni più in là, non pare dare molte speranze di rilancio. I veti reciproci di una coalizione di forze contrapposte finisce per annullare ogni tentativo di riforma.
Resta sul campo un governo dal respiro corto, che potremmo definire balneare come certe compagini ministeriali della Prima Repubblica che tiravano semplicemente a campare, privo di qualunque slancio, pieno di decreti che in realtà sono posticipi.
A meno che qualcuno abbia detto segretamente al premier che in autunno, come per incanto, arriverà la ripresa economica, le famiglie italiane riceveranno tutte un’inattesa eredità e ricominceranno a spendere, la produzione aumenterà, il Pil sboccerà come una primula e i grandi speculatori si dimenticheranno del nostro debito pubblico.
La promessa di 200 mila posti di lavoro è già qualcosa ma non è esattamente quel “New Deal” necessario all’Italia per uscire dalle paludi in cui si trova. E Letta finora assomiglia molto più a Valerio Massimo il Temporeggiatore, che a un Roosvelt italiano.

 
 
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