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Il lavoro buono?" Esiste, rende: creiamolo insieme"

27/10/2017  Seconda giornata di lavori a Cagliari. L'economista Leonardo Becchetti spiega le buone pratiche per assicurare occupazione e creare reddito dando fiato all'ambiente e dignità ai lavoratori.

«I lavoro non è stato creato dopo la caduta come punizione, come cosa cattiva. Dio ha dato all’uomo la cura del creato, quindi un lavoro con il quale l’uomo partecipa dell’attività creatrice di Dio». Il Cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, dialoga con padre Francesco Occhetta, membro del comitato organizzatore delle Settimane. La seconda giornata di Cagliari si apre scandagliando il rapporto tra lavoro e ambiente, tra lavoro e sfruttamento, tra lavoro e profitto. «Sono nato in una città di mineraria», ha spiegato il cardinale, «e ho visto che estrarre manganese tocca le nostre montagne e il nostro ambiente. L’uomo ha bisogno di metalli e di materie prime e dobbiamo trovare un modo per usare le risorse senza compromettere l’ambiente. Dobbiamo ricordare che la terra cura i nostri bisogni e noi dobbiamo curare il benessere dell’ambiente».

Una cura che è uno dei punti su cui si sono confrontati i cercatori di LavOro nel progetto che li ha portati a esplorare i territori alla scoperta di buone pratiche. Dall’esperienza di Labora, diocesi di Chiavari al bistrot panecotto a Matera, alle tante imprese responsabili e innovative – ne sono state censite 402 – che creano lavoro. «Perché il lavoro si crea, non si trova o non si aspetta che qualcuno ce lo dia», ha spiegato l’economista Leonardo Becchetti presentando il progetto e dando la parola ai tavoli di  lavoro. «Queste imprese sono un polmone per il Paese. E le parole chiave che possono servirci anche dopo Cagliari sono partecipare, informare, disseminare, valutarne l’impatto, innovare».

Le tipologie vanno dai consorzi virtuosi che massimizzano il positivo che deriva dalla cooperazione alle cooperative culturali che valorizzano i beni artistici locali, agli innovatori enogastronomici che hanno a cuore la biodiversità e il «genius loci del territorio», alle botteghe formative come «frontiere dell’alternanza scuola-lavoro». E ancora, aggiunge Becchetti, «le buone pratiche sono quei leader del manifatturiero in fuga verso la qualità, gli oratori come laboratori di competenza, gli orti urbani, l’economia delal legalità, la rigenerazione dei borghi…»

Il segreto di queste imprese è che «hanno un vantaggio competitivo, come le aziende classiche, ma, in più, hanno attenzione ai beni relazionali e alla cosiddetta generatività esterna della propria attività, cioè alla promozione del territorio». Naturalmente sono aziende che, innanzitutto «devono stare sul mercato. Devono avere un successo virtuoso, che significa una buona idea imprenditoriale, un vantaggio competitivo, una qualità e dignità del lavoro che contribuisce al vantaggio competitivo motivando e fidelizzando i dipendenti». Evitando, insiste ancora l’economista, «sia il fallimento virtuoso, con una qualità e dignità del lavoro non supportata da una buona idea imprenditoriale, sia il successo vizioso, con una impresa più o meno irresponsabile, a bassa dignità di lavoro, che non contribuisce al bene comune, ma ha economicamente successo».

Tra le priorità indicate da Becchetti anche l’urgenza di rimuovere gli ostacoli per chi può creare lavoro e buon lavoro. Ridurre i costi della burocrazia e stimolare la «fuga verso la qualità», rendere più agevole l’accesso al credito e ridurre i tempi della giustizia civile, cambiare l’iva per cambiare i rapporti tra lavoro e consumo introducendo un’iva differenziata che premi le filiere positive, per fare qualche esempio. E ancora introdurre correttivi per l’assegnazione degli appalti. «Già adesso si è passati all’offerta economica più vantaggiosa abbandonando il criterio del massimo ribasso, ma non basta», ha spiegato Becchetti aggiungendo che «il massimo ribasso sia negli appalti che nel prezzo finale di un prodotto spesso si accompagna a minore qualità e a sfruttamento del lavoro».

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Considerare il lavoratore «una riga di costo del bilancio» è mortificarne la dignità
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