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lunedì 23 maggio 2022
 
 

Mali, al Qaeda nella scuola cattolica

18/01/2013  Padre Alberto Rovelli, missionario dei Padri Bianchi, ha vissuto 20 anni tra Gao e Kidal: «Vittime della violenza islamista. Con l'intervento francese la gente continua ad avere paura»

«Da Gao si fanno vivi ogni tanto alcuni conoscenti. La gente si lamentava degli occupanti, che bastonavano le persone, tagliavano le mani... Il guardiano della missione mi ha chiamato per dire che la casa dei padri era stata saccheggiata, ma che lui, in quanto musulmano, era stato risparmiato. La chiesa è stata distrutta, tutti i cristiani fuggiti. La nostra scuola, che aveva 1.500 studenti, è diventata il quartiere generale degli jihadisti».

Padre Alberto Rovelli, missionario dei Padri Bianchi, conosce bene quel territorio che si estende tra Gao, Timbuctu e Kidal. Vi ha trascorso cinque dei vent’anni passati in Mali. Un Paese che sino a pochi anni fa era considerato uno dei più stabili e pacifici dell’Africa. E che nell’ultimo anno ha conosciuto un’escalation di violenza che ha portato, la scorsa settimana, all’intervento armato della Francia contro le postazioni di terroristi islamici che dal marzo del 2012 hanno messo le mani su una vasta regione del Nord. «Lì la popolazione è in gran parte musulmana - racconta padre Alberto - ma la convivenza con i cristiani era buona. Mai avuto problemi. Ora di cristiani non ne rimane neanche uno e gli stessi musulmani subiscono le violenze dei fondamentalisti».

Dopo il colpo di Stato, nel marzo del 2012, gruppi tuareg - molti dei quali ripiegati dalla Libia del post-Gheddafi - appartenenti al Movimento nazionale per la liberazione della Azawad (Mnla) hanno dapprima proclamato unilateralmente l’indipendenza di questa vasta regione. Poi, su questa prima ribellione si sono successivamente inseriti gruppi di terroristi islamici, appartenenti alla formazione Ansar el Din e al Movimento per l'unità e il jihad in Africa occidentale (Mujao) che oggi occupano circa un terzo del Paese, accanendosi non solo contro i cristiani (in gran parte funzionari provenienti dal sud), ma anche contro gli stessi musulmani maliani. In questi mesi sono arrivate continue notizie di esecuzioni sommarie, flagellazioni, violenze sulle donne e torture. Per non parlare delle distruzioni messe in atto nella città di Timbuctu, considerata patrimonio mondiale dell’Unesco, dove gli estremisti hanno abbattuto antichi e bellissimi mausolei, tombe e biblioteche, con il pretesto che non sono espressione dell'islam "puro".


«La gente ha molta paura. E non da oggi - continua padre Alberto -. L'intervento militare francese non fa che crescere la preoccupazione, anche perché in questo momento è difficile dire come andrà a finire». Intanto, molti continuano a fuggire. Si parla già di cinquantamila persone che hanno lasciato le loro case e che vanno ad aggiungersi ai profughi e agli sfollati dell’ultimo anno. La situazione umanitaria è critica. Anche perché l’intera regione del Sahel sta vivendo l’ennesima situazione di siccità e carestia. Secondo gli ultimi dati forniti dall'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell'Onu (Ocha) i civili costretti a trovare riparo nei Paesi vicini sono saliti a 150.000 circa: 54.100 si trovano in Mauritania, 50.000 in Niger, 38.800 in Burkina Faso e 1500 in Algeria. Il numero degli sfollati interni si attesta sui 230.000. Per rispondere all'emergenza il Programma alimentare mondiale ha calcolato di aver bisogno di aiuti per almeno 129 milioni di dollari.


«La Chiesa nella zona di Mopti sta cercando di aiutare gli sfollati – conferma da Bamako il segretario della Conferenza episcopale del Mali, don Edmond Dembele -. Nei prossimi giorni ci sarà una riunione della Conferenza episcopale nel corso della quale verranno prese delle decisioni per coordinare al meglio gli sforzi umanitari della Chiesa». Anche l’arcivescovo di Bamako, monsignor Jean Zerbo, lancia un appello: «Dalle organizzazioni caritatevoli internazionali, a cominciare dalla Caritas, ci auguriamo un sostegno generoso per aiutarci a dare assistenza al numero crescente di sfollati e rifugiati, curare i feriti e chi combatte al fronte». E aggiunge: «Il bisogno di cibo, acqua potabile, kit igienici, medicinali anti-malarici e beni di prima necessità andrà crescendo nelle prossime settimane, anche perché siamo nella stagione fredda e umida, il che complica non poco l'intervento umanitario. Poi siamo in guerra e non sappiamo quanto durerà».

Padre Alberto Rovelli resta piuttosto scettico e preoccupato: «L'intervento francese - conclude - sa molto di un'ennesima ingerenza di tipo neo-colonialista. Personalmente non lo vedo molto di buon occhio. E penso che non riusciranno a sconfiggere i terroristi. Forse, però, anche noi, come Chiesa del Mali, avremmo dovuto fare molto di più in questi anni per mettere in guardia le autorità, far pressione sulle forze più moderate, denunciare le violazioni dei diritti umani e i molti traffici di cui tutti sapevano, ma pochi parlavano».

Una carneficina. È questo il risultato dell’intervento dell’esercito algerino per liberare i lavoratori (molti dei quali stranieri) di un sito per l’estrazione del gas a In Amenas, nel sud dell’Algeria al confine con la Libia. «L’esercito algerino è stato costretto ad aprire il fuoco sui terroristi che tentavano di fuggire con gli ostaggi». Così lo spiega un membro della cellula di crisi del ministero dell’Interno algerino, nel pomeriggio di ieri, giovedì 17 gennaio, due ore dopo l’annuncio di un assalto dal bilancio catastrofico: 34 ostaggi morti e 15 rapitori uccisi. «In segno di profonda solidarietà con voi, in questa prova che colpisce gli operai della base di In Amenas, desidero dirvi la mia profonda vicinanza e anche il sostegno della mia preghiera e di quella di tutti i membri della nostra diocesi. Vorrei poter dire alle loro famiglie che li accompagniamo in questa sofferenza con la nostra amicizia e la nostra preghiera».

Sono queste le parole che - a ridosso della tragedia - utilizza monsignor Claude Rault, vescovo di Laghouat-Ghardaia, la grande diocesi algerina del Sahara. «Molti hanno perso la vita. Alle loro famiglie e ai loro vicini vorrei esprimere la mia profonda vicinanza, specialmente alle loro spose e ai loro figli. Questa violenza non ha nome, è cieca, inaccettabile, ingiustificabile perché tocca degli innocenti».

E aggiunge: «Cosa fare di fronte a questa aggressione? Anzitutto condannarla con tutta la forza delle nostre convinzioni umane e religiose. Dio non vuole la violenza. Non può esserne sorgente e giustificazione. Non facciamo quindi ricadere sui nostri amici musulmani il peso di tali misfatti. Anche loro fanno parte delle vittime. E pregare il nostro Dio della Pace che venga a guarire le piaghe vive di chi è nel dolore e nella pena. Che accolga a sé le vittime e rimetta sul retto cammino chi pensa di onoralo commettendo tali orrori. A nome di tutta la comunità cattolica del Sahara algerino, siate certi della nostra profonda compassione e della nostra preghiera per le vittime e per venuta della Pace in tutta questa regione colpita dalla violenza».

 
 
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