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giovedì 12 settembre 2024
 
 

Il matrimonio può attendere... I perché di una crisi

27/02/2019  L’Italia al penultimo posto in tutta Europa per il numero di matrimoni. Dopo, in classifica, c’è solo la Slovenia. Meglio di noi molti Paesi del Nord. I motivi di questa fuga.

Sulla stampa non ha avuto il rilievo che invece avrebbe meritato uno studio di Eurostat (l’equivalente europeo del nostro Istat) sull’andamento dei matrimoni nei Paesi dell’Unione Europea. Ma passarlo sotto silenzio non è stata certamente una “bella pensata”, perché in realtà i dati che emergono dallo studio sono decisamente preoccupanti, come vedremo, e dovrebbero indurre a profonde riflessioni tutto il mondo politico e culturale italiano.

Eurostat infatti pone l’Italia al penultimo posto in tutta Europa per il numero di matrimoni ogni mille abitanti: solo 3,2. Peggio di noi c’è solo la Slovenia, con 3,1, mentre la media europea è 4,3, ma vi sono Paesi come la Lituania e la Romania che superano i 7 matrimoni per mille residenti. Anche nazioni del centro-nord Europa, come la Danimarca, la Svezia, l’Austria e la Germania,  che si tenderebbe a ritenere estremamente secolarizzate e con costumi diciamo così più “liberali” dei nostri (ad esempio, hanno introdotto già da moltissimo tempo forme di unione diverse dal matrimonio) viaggiano tra i 5 e i 5,5 matrimoni.

Anche considerando – per correttezza metodologica – che il dato è rapportato agli abitanti, e quindi più la popolazione di un Paese è anziana (e noi siamo di gran lunga il Paese più anziano in Europa, insieme alla Germania!) inevitabilmente più basso risulta il tasso dei matrimoni, ed aggiungendo pure che tra i matrimoni figurano ovviamente anche le “seconde nozze” di divorziati, per le quali gli italiani dimostrano una propensione molto minore degli altri cittadini europei, quello che emerge dall’Istat non può non interrogarci. Perché in Italia c’è questa “fuga dal matrimonio”?

La prima e più immediata spiegazione conduce a ragioni di tipo “economico”: il nostro sistema fiscale, i servizi sociali, le opportunità lavorative, l’accesso all’abitazione non sono certamente familyfriendly, cioè a favore della famiglia, bensì al contrario sembrano far di tutto per penalizzarla. Basti pensare, per rimanere alla stretta attualità, alla scala di equivalenza utilizzata per il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, che privilegia sfacciatamente i single, e costituisce un insulto per chi una famiglia ce l’ha o intende costituirla. Peraltro, la mancanza di serie ed efficaci politiche familiari in Italia è cronica ormai da decenni, ed è responsabilità di tutti i governi (e i parlamenti) che si sono succeduti.

Queste ragioni, certamente valide, vanno però viste in un contesto più ampio. Accanto al dato dei matrimoni, infatti, bisogna considerare i dati relativi almeno ad altri due fenomeni. La natalità (o per meglio dire la denatalità), che vede l’Italia con il tasso di fecondità più basso d’Europa e un numero di nati in caduta libera (lo scorso anno sono stati circa 449.000, nel 1964 erano più di un milione); e i dati sulla permanenza in famiglia dei nostri giovani, che dimostrano come da decenni essi facciano moltissima fatica a staccarsi dalle mura domestiche, a rendersi autonomi, a impostare un progetto di vita indipendente. Qualche veloce riferimento statistico, non potendo in questa sede  dilungarci: alla fine degli anni Novanta, nel nostro Paese vivevano con i genitori il 68% degli uomini e il 46% delle donne in età venticinque-ventinove anni; le stesse proporzioni in Francia erano del 18% e 9%, nel Regno Unito del 13% e 6%, in Danimarca addirittura del 5% e 3%. Nel 2016, i giovani dai 18 ai 34 anni che vivevano in famiglia con almeno un genitore erano il 63,5%,  Come si vede, pur restando valide le ragioni citate sopra, si tratta di un fenomeno che ha radici lontane, e che non ha eguali in Europa.

Tutto questo ci spinge a concludere che nel nostro Paese la crisi dei matrimoni (e in parallelo la crisi delle nascite) è figlia di una crisi più ampia: quella delle giovani generazioni, per le quali da molti anni il processo di transizione all’età adulta è lungo e travagliato, irto di ostacoli e difficoltà, quando invece dovrebbe essere favorito e incentivato. Nella società più gerontocratica d’Europa (la nostra!), i giovani sono stati “depotenziati”, espropriati di alcune importanti prerogative, e perciò gradualmente deresponsabilizzati.

Le conseguenze di questa situazione, frutto sia di precise scelte (o non scelte) politiche, sia di una diffusa cultura troppo protettiva e accondiscendente, conducono sostanzialmente a quella che possiamo chiamare la generazione del rinvio, ad una autentica sindrome del ritardo che tende a far rimandare, a procrastinare tutte le scelte più importanti e significative della propria esistenze, tra cui in primis il matrimonio e il dare vita ad una famiglia stabile e feconda.

Che fare? Il discorso sarebbe lungo, e non può essere affrontato compiutamente in questa sede. Come ha scritto con mirabile sinteticità il demografo Massimo Livi Bacci, «La sindrome del ritardo significa anche poche possibilità di farsi strada nelle scale gerarchiche, nella politica, nel lavoro, nella società. Si usa dire che occorre investire sui giovani, ma più che investire, occorre “potenziare” i giovani, metterli in condizione, cioè, di contare e di decidere», Senza dimenticare, sul versante ecclesiale, quanto ha scritto papa Francesco al numero 40 di Amoris laetitia: «Abbiamo bisogno di trovare le parole, le motivazioni e le testimonianze che ci aiutino a toccare le fibre più intime dei giovani, là dove sono più capaci di generosità, di impegno, di amore e anche di eroismo, per invitarli ad accettare con entusiasmo e coraggio la sfida del matrimonio».

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