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giovedì 21 novembre 2019
 
Ocean Viking
 

Il medico italiano di Msf: «A bordo abbiamo 356 persone picchiate, torturate e seviziate»

14/08/2019  Il dottor Luca Pigozzi è membro del team di soccorso della nave di Msf-Sos Mediterranee. Racconta le terribili condizioni in cui hanno trovato i naufraghi nelle quattro operazioni di salvataggio. Passano i giorni, ma nessun Paese europeo risponde all’appello di dare un porto sicuro a questi disperati. E l’Italia continua a negare l’accesso ai porti.

Una delle quattro operazioni di soccorso realizzate dalla Ocean Viking. Un altro degli interventi di salvataggio nella foto di copertina.
Una delle quattro operazioni di soccorso realizzate dalla Ocean Viking. Un altro degli interventi di salvataggio nella foto di copertina.

«Le persone a bordo, inclusi i minori, hanno raccontato di essere state torturate con elettroshock, picchiate con bastoni e fucili o ustionate con plastica fusa. Mi dicono di sentire ancora il dolore delle ferite e delle cicatrici che hanno subito in Libia». A parlare è il dottor Luca Pigozzi, medico di Medici senza frontiere (Msf) a bordo della Ocean Viking, la nave approntata insieme a Sos Mediterranee. Da quasi una settimana l’imbarcazione attende di portare in un porto sicuro i 356 naufraghi che ha salvato in quattro successive operazioni di soccorso. Fra questi 103 sono minori, molti sono sotto i 5 anni e la maggior parte (92) viaggiano da soli, gli altri 11 sono con la mamma o con l’intera famiglia. Il più piccolo ha appena un anno.

 

«Siamo riusciti a portarli tutti in salvo, ma se non li avessimo trovati poteva facilmente diventare l’ennesimo tragico naufragio», aggiunge Pigozzi.

Il dottore riferisce della situazione a bordo della Ocean Viking: «Quello che abbiamo riscontrato nelle visite mediche è che sono stati esposti al calore e sono rimasti senz’acqua potabile per circa due o tre giorni giorni. Molti, al momento del salvataggio, erano molto deboli, qualcuno aveva difficoltà a camminare e non riusciva a mantenere l'equilibrio. Abbiamo chiesto ai naufraghi in migliori condizioni di aiutare coloro che stavano peggio, assicurandosi che bevessero, per reidratarsi. Ora le condizioni fisiche dei più provati sono migliorate».

 

Le visite mediche, però, hanno permesso di rilevare anche ciò che questi migranti avevano passato in Libia (da dove tutti provengono): «Abbiamo visto i lividi sui loro corpi, i segni attorno alle caviglie e ai polsi, che sono chiaramente indicazioni delle manette con le quali erano stati imprigionati». «È molto triste», aggiunge Pigozzi, «queste cicatrici non sono solo sui loro corpi, ma anche sulle loro anime».

Msf e Sos Mediterranee hanno chiesto da giorni che le autorità maltesi e italiane assumano il coordinamento e aiutino a individuare un porto sicuro dove sbarcare i 356 naufraghi. Malta e Italia sono infatti i centri di coordinamento più vicini in grado di fornire assistenza.

 

La Ocean Viking ha anche specificato che, nonostante il fatto che le autorità libiche fossero state contattate durante tutte le quattro operazioni di soccorso avvenute tra venerdì 9 e lunedì 12 agosto, non hanno risposto a nessuno degli alert della nave delle Ong: «Tutti i soccorsi che abbiamo condotto sono stati possibili solo grazie all’attenta osservazione del mare che ci circondava. Le autorità marittime non hanno condiviso con noi alcuna informazione», dice Nick Romaniuk, coordinatore dei soccorsi di Sos Mediterranee a bordo della Ocean Viking. «Solo una volta siamo riusciti a stabilire un contatto radio con uno dei tre aerei dell’Unione Europea che monitoravano la presenza di barconi in difficoltà».

L’unico contatto avuto con la Libia, spiegano ancora i responsabili della Ocean Viking, è stato per chiedere, da parte delle autorità, di riportare i migranti nel Paese nord africano. «Ma non possiamo ricondurre i sopravvissuti in Libia», ribadisce Jay Berger, capo progetto di MSF sulla Ocean Viking. «Sarebbe una violazione del diritto internazionale e Msf e Sos Mediterranee non vi riporteranno le persone in nessuna circostanza. Oltre a questo, le autorità libiche non sono state in grado di identificare alcun altro porto di sbarco che risponda ai requisiti del diritto internazionale».

 

«Nessuno», continuano le due organizzazioni non governative, «dovrebbe essere costretto a scegliere tra rischiare la propria vita in mare o restare intrappolati in un ciclo di abusi in Libia. Questa non può essere un’alternativa. Le circostanze in cui abbiamo trovato questo barcone e la risposta delle autorità – siano libiche, italiane o europee – mostrano quanto la situazione in mare oggi sia confusa e quanto gli Stati non stiano dando la priorità al loro dovere di salvare vite umane. Fino a quando l’Europa fallirà nel trovare soluzioni umane e sostenibili, le persone saranno costrette a intraprendere questo viaggio mortale. Non possiamo stare a guardare mentre le persone annegano in mare».

«Tra i sopravvissuti ci sono persone che portano i segni strazianti delle violenze fisiche e psicologiche subite durante il loro viaggio attraverso la Libia: detenzioni arbitrarie, estorsioni, lavori forzati in condizioni di schiavitù o torture durante il viaggio. La cruda realtà è che c’è un conflitto in corso in Libia, dove molti migranti e rifugiati vulnerabili sono intrappolati in centri di detenzione sulla linea del fronte», conclude Jay Berger, capo progetto di Msf sulla Ocean Viking. «Chiediamo ora un porto sicuro dove sbarcare tempestivamente queste persone vulnerabili, in rispetto del diritto internazionale. Hanno sofferto abbastanza».

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Finalmente un porto sicuro per la Ocean Viking: Malta
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