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mercoledì 29 giugno 2022
 
Il nuovo don della TV
 
Credere

«Il mio don Massimo, prete fragile che si dona agli altri»

28/04/2022  In questi giorni l’attore debutta nei panni dell’erede di don Matteo nella celebre fiction. «È un uomo in ricerca che si interroga sul male e che nel corso delle puntate crescerà nella sua fede»

E così, Raoul Bova si è fatto prete. Per fiction, naturalmente. L’attore è diventato il “nuovo” protagonista di Don Matteo: da questa settimana lo vedremo celebrare Messa nella nota serie di Rai Uno, nei panni di don Massimo, ereditando il ruolo di protagonista da Terence Hill. «Quando me l’hanno proposto ho accettato d’istinto, seguendo il cuore e nient’altro: sentivo che quel personaggio si sposava molto bene con la ricerca professionale, ma anche personale, che stavo portando avanti in quel momento», racconta Bova. «Solo dopo che ho accettato mi sono reso conto della sfida, grandissima, con cui mi sarei dovuto misurare (ride)».

Per certi versi, dunque, il personaggio di don Massimo è stato provvidenziale?

«A volte, da attore, capita di volersi calare nei panni di qualcun altro proprio per provare a porsi certe domande. Da lì in poi, se ti abbandoni al personaggio, spesso è lui a condurti alle risposte. Ho affrontato la parte di don Massimo proprio in questo modo: non l’ho preparato troppo mentalmente, l’ho lasciato vivere».

E ha trovato le risposte che cercava?

  

«Sì, ma per rispondere in modo esaustivo alla sua domanda dovrei scendere nel mio privato e onestamente non me la sento. Però, sì: anche se sono sempre stato credente, avevo bisogno di Don Matteo, della serenità che si respirava su quel set e della ricerca che conduce il mio personaggio. Don Massimo mi ha regalato molti spunti su cui riflettere».

Che tipo di prete è don Massimo?

«È un uomo alla ricerca di se stesso e del mondo, che si interroga sul senso del male, su cosa voglia davvero dire perdonare perché a volte, anche se sei un ministro di Dio, non è facile abbandonare il risentimento verso chi commette certi crimini. Abbiamo voluto mettere l’accento proprio sulla umanità di don Massimo. Lo vediamo infatti prestante, che gira per la città in sella alla sua moto, ma in realtà alcune situazioni lo spiazzano. Di puntata in puntata lo vedremo crescere nella sua umanità e crescere nella fede molto più di quanto non fosse all’inizio».

È un modo per sfatare l’idea, o meglio la pretesa, che i sacerdoti siano uomini risolti e con tutte le risposte pronte?

  

«I preti fanno un percorso, come tutti: nessuno nasce santo e non c’è seminario che possa trasformarti in un consacrato senza macchia e senza paura. Tra l’altro, attraverso don Massimo, abbiamo anche voluto un po’ sfatare il mito del prete missionario in luoghi lontani. Intendiamoci: la missione è un servizio fondamentale, complesso e onorevole, ma non è più difficile o più decisivo del lavoro di un parroco, anzi… Mi spiego meglio: chi parte per una missione sa a quali problemi andrà incontro e le cose che mancheranno. L’incognita è come risolverli e spesso è un dilemma grandissimo.

Chi però resta e si mette al servizio della parrocchia, vive in una società dove ormai non è più chiaro quale sia il problema. Le persone sembrano felici, risolte, invece nulla è a posto. Di fatto i parroci sfidano l’ignoto. Abbiamo inoltre un bisogno vitale di bravi sacerdoti, che mettano in piedi delle strutture a cui guardare, perché altrimenti le nuove generazioni saranno perse, senza punti di riferimento, e finiranno per fare del male a se stessi e agli altri».

Alla radio Rtl 102.5 ha letto un monologo sull’inutilità dei preti, che era destinato a Sanremo ma poi, per ragioni di tempo, non è stato letto. Qual è il passaggio che le è piaciuto di più?

«Una parte di quel monologo entrerà nella serie Don Matteo: sarà uno dei passaggi della lettera che don Matteo lascia a don Massimo. Il mio personaggio infatti non è subito benvoluto e deve fare i conti con la diffidenza di tutti. A un certo punto, quindi, si chiede cosa ci stia a fare lì. Con questa lettera don Matteo spiega come il prete non è la persona amata da tutti, che va a benedire le case o elargisce santini e miracoli. Il sacerdote è l’ultimo degli ultimi: è uno strumento al servizio delle persone (in questo senso inutile) che aiuta il prossimo senza volere nulla in cambio. Personalmente ho poi amato molto il passaggio dove dice che il prete si fa carico anche di chi ha insozzato la tonaca: l’ho trovata una riflessione molto realistica e allo stesso tempo profonda».

Sul set è stato affiancato per alcuni giorni da un prete “vero”, don Carlo Bolčina, parroco a Gorizia, che le ha fatto da consulente per entrare nel personaggio: c’è un consiglio in particolare che ha

  

«Mi ha aiutato molto: si è sobbarcato tutta la mia ansia da prestazione… Il suo più grande insegnamento è che lui ascoltava molto e, quando rispondeva, attingeva sempre alle proprie fragilità. Partiva da lì. Sempre. Era uomo e prete allo stesso tempo».

Lei è sempre stato credente?

«Sì, fin da bambino anche se, ovviamente, ho attraversato e attraverso dei momenti di deserto, dove mi sento perso o persino lontano dalla Chiesa. Negli anni però ho capito una cosa: nella vita esistono i momenti di buio ma la luce non arriva solo se tu, in quei momenti, chiudi gli occhi. Se invece tieni aperti il cuore, gli occhi e le orecchie, la luce arriva e ti riporta sul cammino. La vita ha un senso, sempre: bisogna solo scoprirlo. Per riuscirci, però, bisogna alzarsi dal divano e uscire, parlare, incontrare le persone, guardare chi sta male, magari facendo anche volontariato…».

Che spazio ha la preghiera nella sua giornata?

  

«È fondamentale, soprattutto negli ultimi anni è diventata ancora più importante. È un momento di profondo dialogo con Dio, dove ti isoli e ti rendi conto del tuo rapporto con il Signore, con te stesso e con il mondo. Con la pandemia prima e, poi, con la guerra, è ancora più urgente pregare per chi non c’è più, per chi è malato ma anche per chi sta bene e fa il bene, affinché continui a farlo».

Cosa pensa della scelta del Papa di consacrare la Russia e il mondo alla Madonna?

«È fondamentale, soprattutto negli ultimi anni è diventata ancora più importante. È un momento di profondo dialogo con Dio, dove ti isoli e ti rendi conto del tuo rapporto con il Signore, con te stesso e con il mondo. Con la pandemia prima e, poi, con la guerra, è ancora più urgente pregare per chi non c’è più, per chi è malato ma anche per chi sta bene e fa il bene, affinché continui a farlo».

La fiction più amata dagli italiani

  

Va in onda da 22 anni e ancora tiene incollati allo schermo milioni di italiani. Don Matteo è tra le serie più longeve e di successo della televisione: ha debuttato su Rai Uno nel gennaio del 2000 e quest’anno è giunta alla 13ª stagione. È realizzata dalla Lux Vide, la casa di produzione fondata da Ettore Bernabei e ora diretta dal figlio Luca, in collaborazione con Rai Fiction. Ambientato prima a Gubbio e poi a Spoleto, è un telefilm poliziesco in cui il protagonista – fino ad oggi don Matteo, interpretato da Terence Hill – risolve delitti e misteri grazie alla sua sensibilità per l’animo umano. Lo affiancano simpatici personaggi come i carabinieri impersonati da Nino Frassica, Flavio Insinna e Maria Chiara Giannetta e la perpetua Nathalie Guetta.

 
 
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