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martedì 19 ottobre 2021
 
il ricordo
 

Il "mio" don Antonio Riboldi

10/12/2017  La lotta alla camorra, l'impegno in carcere, il Vangelo. Un vescovo dalla parte dei poveri e dei peccatori.

Lo avevo conosciuto da ragazzina. Giornalista alle prime armi ero andata alla presentazione del libro che aveva scritto con Domenico Del Rio, Il vescovo e la piovra. Era il 1990 e il libro era bellissimo. Avvincente e chiaro. Mi incuriosiva che quella presentazione fosse fatta con Giulio Andreotti, di cui certo, sul tema mafia, non si diceva un gran bene. Lo avevo fermato alla fine della presentazione. Monsignor Antonio Riboldi andava di fretta ma aveva scambiato con me un paio di battute e un numero di telefono. Lo avevo poi chiamato più volte e non si era mai sottratto alle domande e agli incontri. Anche quando, da emerito di Acerra, gli avevo chiesto lumi sulla Campania, lui lombardo di nascita e “meridionale” per scelta, sulla terra dei fuochi, sulla camorra, sull’impegno della Chiesa contro la mafia. Era schietto, monsignor Riboldi. Senza paura di dire le cose vere. Senza paura di seguire, senza sconti, il Vangelo. Anche Rosy Bindi, presidente della Commissione antimafia, ha ricordato proprio questo tratto del vescovo: «Monsignor Antonio Riboldi», ha detto alla notizia della morte di monsignor Riboldi, «è stato un testimone appassionato e instancabile del Vangelo. Pastore attento e partecipe delle vicende del suo popolo, ha sempre dato voce e forza alle ragioni dei più deboli. La sua azione nelle terre infestate dalla camorra resta un esempio luminoso di impegno cristiano per la giustizia e la verità».

Mi aveva aggiunto alla mailing liste degli amici cui mandava le sue omelie domenicali: la parola del Vangelo sempre tradotta in prassi quotidiana. «Conosciamo tutti, per esperienza diretta, come attorno a noi ci sia un vero assalto per ‘comprarci’, in ogni campo: mass media letteralmente intasati dalla pubblicità, che riesce anche ad imbrattare ogni muro possibile delle nostre città, insinuandosi nei nostri gusti fino a farci schiavi di ogni moda passeggera», aveva scritto qualche tempo fa in uno di quei commenti. «Veniamo ‘comprati’ dalla politica, che con le eterne, e mai realizzate, promesse da campagna elettorale ci deruba della insostituibile libertà di scegliere rappresentanti che davvero abbiano a cuore il bene comune. Basta dare uno sguardo al clientelismo, assistenzialismo, mai morti, e alla corruzione dilagante in ogni ambito della società. Oggi Gesù viene in aiuto della nostra debolezza o superficialità, indicandoci la strada per ridiventare liberi, veri ‘figli di Dio’, non merce per questo mondo». Era questo il suo modo di predicare, di rendere attuale in ogni momento la Parola del Vangelo.

Uno stile che ha portato anche nelle carceri italiane, soprattutto durante gli anni di piombo. Come padre Adolfo Bachelet, come don Luigi Di Liegro, come padre Camillo De Piaz e tanti altri, monsignor Riboldi si è speso perché non fosse mai calpestato il valore della vita umana. «Dare pane e acqua in carcere ci sta, può far parte della pena», non si stancava di ripetere. «Ma il bicchiere e il piatto in cui si danno devono essere puliti perché questo attiene alla dignità umana che non può mai essere calpestata». E lui si era sempre battuto perché quel piatto e quel bicchiere fossero puliti. Molti chilometri, su e giù per l’Italia, li aveva fatti con una suora tenace che lo ha sicuramente preceduto in Paradiso: suor Teresilla. La religiosa, delle serve di Maria riparatrici, di Riboldi amava ripetere per sé una frase che il vescovo aveva scritto tanti anni prima e che ancora continuava a ricordare: «Nei bagni pubblici ci sono quei grandi asciugamani. Ecco, vorrei essere come un grande asciugamano in cui possa asciugarsi la faccia il povero, il peccatore, la prostituta, il carcerato. Perché possa ritrovarsela un po’ più pulita. E poi, quando questo straccio non servirà più a nulla, lo si butta puri via. Lo raccoglierà, finalmente, Dio».

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