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martedì 04 ottobre 2022
 
LA TESTIMONIANZA
 

«Il mio Libano alle urne, un Paese disperato e alla fame in cerca di riscatto»

14/05/2022  Domenica 15 maggio si svolgono le elezioni politiche. Un appuntamento chiave dato che il Paese dei cedri è a un punto di rottura, con un'inflazione mensile che veleggia attorno al 200%, i conti sull'orlo del fallimento, una crisi sociale e politica che dura dal 2019. Parla monsignor Mounir Khairallah, vescovo cattolico maronita di Batroun

Monsignor Mounir Khairallah, 69 anni, vescovo maronita di Batroun (Libano). In alto e in copertina: manifestazioni a Beirut. Foto Reuters.
Monsignor Mounir Khairallah, 69 anni, vescovo maronita di Batroun (Libano). In alto e in copertina: manifestazioni a Beirut. Foto Reuters.

«Siamo poveri e arrabbiati. Tuttavia continuiamo a sperare. Il Libano ha vissuto altri momenti drammatici, anche peggiori di questo. Risorgerà, per quanto nessuno sappia con certezza quando». Monsignor Mounir Khairallah, 69 anni, sacerdote cattolico maronita, dal gennaio 2012  è vescovo di Batroun. Domenica 15 maggio il Paese dei cedri va alle urne. Sono 1.043 i candidati che si presentano, fra cui 155 donne; quasi quattro milioni gli elettori libanesi chiamati a rinnovare i 128 membri del Parlamento, equamente divisi fra musulmani e cristiani. 

«Conforta il fatto che oltre il 10 per cento di chi scende in campo è donna e che le nuove generazionio sono molto rappresentate», osserva monsignor Khairallah. «La vera incognita è rappresentata dall'astensionismo. Dal 2019 le proteste di piazza agitano il Paese. Si manifesta contro la crisi economica, il carovita e, soprattutto, la corruzione dilagante accompagnata da una mancanza di progetto da parte della classe politica. Il Covid non è riuscito a spegnere del tutto la rabbia sociale. L'eplosione del 4 agosto 2020 al porto di Beirut (il tragico incidente ha devastato la città, causando almeno 218 morti) l'ha nuovamente allimentata. Il Paese è alla fame. Negli ultimi tempi accusa tassi di inflazione mensile che superano il 200 per cento. Qualche esempio? Se nell'ottobre 2019 lo stipendio medio (1.500.000 di lire libanesi) equivaleva a circa 1.000 euro, oggi ne vale 50». 

 

Monsignor Mounir Khairallah con alle spalle la città di Beirut.
Monsignor Mounir Khairallah con alle spalle la città di Beirut.

«Un rifornimento di carburante, diciamo un pieno medio di 20 litri di benzina, costava tre anni fa 12.000 lire libanesi; oggi ne costa 510.000», continua il vescovo. «Nell'autunno 2019, per un chilo di zucchero bastavano 300 lire; ora ce ne vogliono 50.000. Anche il caffè s'è impennato, passando da 22 a 250.000 lire al chilo. Per tacere del latte: non si trova più, soprattutto quello in polvere, per i neonati. La crisi economica, già in atto, è stata acuita dalla pandemia che ha paralizzato mezzo mondo. La guerra in Ucraina ha aggravato tutto. Anche noi patiamo le conseguienze nell'approviggionamento di gas e di grano. Un altro esempio? Lo Stato non riesce più a garantire l'erogazione della corrente elettrica. Viene prodotta da generatori in mano a privati che applicano canoni mensili compresi tra 3 e 5 milioni di lire libanesi». 

«A fronte di questa situazione esasperante la classe politica si dimostra inadeguata, litigiosa. corrotta», incalza monsignor Mounir Khairallah. «In questi anni hanno rubato lo Stato. Hanno svuotato la Banca centrale. Hanno fatto uscire dal Paese qualcosa come 80 miliardi di dollari. Da noi, oggi, non si vive; si sopravvvive. Si tira avanti con gli aiuti internazionali, e, in particolar modo, con le rimesse dei libanesi all'estero.  Anche lo scenario geopolitico mondiale non ci aiuta. I Paesi del Golfo, musulmani sunniti, hanno chiuso i rubinetti perché ci accusano di essere ostaggio degli sciiti di Hezbollah e dell'Iran. Gli Usa non hanno una strategia univoca, chiara. L'Europa non c'è accanto come vorremmo e come dovrebbe. Intanto continuiamo a ospitare un milione e mezzo di profughi siriani, vittime di un conflitto che nessuno si ricorda più...». 

«Già, la memoria», scuote la testa monsignor Khairallah. «Non ci dimentica la Chiesa cattolica che non cessa di aiutarci direttamente (tramite le Caritas) o attraverso le Oganizzazioni non governative d'ispirazione cristiana. Non ci dimentica papa Francesco che avrebbe voluto essere fisicamente qui con noi il 12 e il 13 giugno: la visita, a causa dei suoi dolori al ginocchio è rinviata, ma la sua attenzione e la sua preghiera non vengono meno. Non dimenticateci voi. Vedremo se e quali risultati porteranno le elezioni politiche del 15 maggio. Una cosa è certa: la stragrande maggioranza di noi vuole mettere la parola fine a 47 anni di guerra più o meno strisciante. È dal 1975 che qui si combatte con le armi o con l'odio. Le nostre 18 diverse confessioni religiose (12 cristiane, 5 musulmane e quella ebraica) devono tornare ad essere una ricchezza, non un inciampo. Eravamo un apprezzato laboratorio di dialogo e di convivialità: "un Paese messaggio" ci defini san Giovanni Paolo II, un "Paese modello" di libertà e di pluralismo aggiunse Benedetto XVI, un Paese da difendere nella sua originale testimonianza al mondo, continua a ripetere Francesco. Ci rimetteremo in piedi. Ce la faremo». 

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