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sabato 03 dicembre 2022
 
 

Parla un cecchino ucraino: «Il mio mestiere? Uccidere gli ufficiali»

24/03/2022  La testimonianza di uno sniper dell'esercito di Kjiv impegnato sul fronte Nord: «Per porre fine alla battaglia basta un colpo preciso contro chi guida la squadra nemica perché gli altri scappino terrorizzati. Se la popolazione non ci aiutasse saremmo finiti»

Casa bombardata ad Okhtyrka, nel nord dell'Ucraina, dov'è passato  lo sniper dell'esercito ucraino.
Casa bombardata ad Okhtyrka, nel nord dell'Ucraina, dov'è passato lo sniper dell'esercito ucraino.

 

(Abbiamo raccolto la testimonianza di questo ragazzo al fronte ucraino, per molti aspetti raccapricciante. Le motivazioni che lo spingono  a sparare non sono condivisibili, ma le sue parole sono un altro  spaccato di verità che ci aiuta a comprendere meglio a quale punto di brutalità conduca la guerra).

 

«Faccio  il cecchino perché ho voluto mettere a disposizione del mio Paese quello che so fare meglio:  mirare e sparare». E oggi i suoi bersagli sono i soldati russi che hanno invaso l’Ucraina dal Nord.  Maksym, 31 anni, nome di battaglia “L’italiano”, è uno sniper inquadrato nelle squadre speciali  dell’esercito regolare ucraino (a sinistra nella foto grande). Uno di quelli che sta in prima linea, o  dietro quelle nemiche. “Italiano”  perché ha trascorso parte della sua giovinezza nel nostro Paese, al seguito della madre. Poi, nel 2015, è  tornato in patria per arruolarsi nei reparti paramilitari del Pravyj Sektor, Il “Settore Destro”, le milizie ultra  nazionaliste di estrema destra che andavano a contrastare i secessionisti del Donbass. Per combattere i  russi, adesso, ha salutato la moglie e la figlia di due anni e mezzo.

Ci raggiunge al telefono di sera,  smessa la mimetica, da una cucinadi una modesta abitazione, diventata ricovero di fortuna per quella  notte. Domani sarà altrove, lui e la sua squadra. «Se la popolazione non ci aiutasse saremmo già  spacciati», spiega. «E invece tutti ci danno una mano: l’anziana signora che viveva qui da sola ci ha  lasciato la casa riscaldata e le vettovaglie in dispensa. E noi l’abbiamo accompagnata a 80 chilometri più  all’interno, in un posto più sicuro». Se può esserci ancora un posto sicuro in questo Paese. Siamo in una  città nella regione di Sumy, nel nord dell’Ucraina, a poche decine di chilometri dal confine con la Russia. Il  centro abitato è stato messo a ferro e fuoco nelle settimane precedenti dai russi. «I morti tra i civili sono  oltre 400, vittime di attacchi aerei notturni iniziati tre settimana fa. Abbiamo estratto i cadaveri dalle  macerie anche noi. Qui c’è solo devastazione, eppure non esistono obiettivi militari», dice. Nei  boschi circostanti fino a ieri si cacciavano solo i cinghiali e gli unici rumori erano gli spari dei cacciatori.  Ora le prede sono altre e l’artiglieria rimbomba fortissima».

La resistenza della popolazione, ci spiega il  tiratore scelto dell’esercito ucraino, si è tradotta fin da subito in azioni di sabotaggio: «I mezzi corazzati  russi spesso si sono persi nel nulla, perché gli abitanti della zona hanno tolto tutte le insegne stradali. Poi  la neve ha iniziato a sciogliersi e i carri armati si sono impantanati. Altri restano a secco di gasolio,  come ieri, quando ne abbiamo catturati un paio e l’equipaggio è fuggito abbandonando il mezzo sulla  strada». Pausa. Finisce di pulire il suo Zbroyar, un fucile di precisione che colpisce un bersaglio a un  chilometro di distanza. Il tempo per accendersi una sigaretta e prosegue: «Il mio lavoro? Eliminare gli  ufficiali nemici. Poi anche raccogliere informazioni sullo spostamento delle colonne militari, e magari dare  le coordinate per correggere il tiro dell’artiglieria».

Gli chiedo quanti russi ha ucciso. Silenzio. «Preferisco non rispondere. È il mio lavoro, punto. Se io non metto a segno il tiro, il nemico ammazza me e mette a  rischio la vita dei miei compagni. Per porre fine alla battaglia basta un colpo preciso contro chi guida la  squadra nemica perché gli altri scappino terrorizzati». È la logica primordiale e basica della guerra e lui sa  metterla in pratica al meglio, cresciuto com’è a pane e fucili, con i galloni in giro per casa: nonno  ufficiale dell’esercito sovietico, zii da parte del padre ufficiali dell’esercito ucraino. Il padre nel 2014 si era  arruolato come autista nei reparti speciali. Lavora in coppia il sergente cecchino: lui spara e il compagno  osserva al cannocchiale. L’uso dei visori termici gli ha causato un danno all’occhio destro, così ha  imparato a tirare anche mirando con il sinistro. «Quasi ogni giorno mi dico: oggi magari sarà l’ultimo», ammette.

Ma come si vince la paura di morire, Maksym? «La paura non si vince. La si utilizza come forza  per sopravvivere, altrimenti iniziano a tremarti le mani ed è finita». Solo pochi giorni fa la fortuna gli  ha fatto credito ancora una volta: una bomba sparata da un mortaio Hurricane gli è caduta a pochi passi,  infilandosi nel fango senza esplodere. «Non sarebbe rimasto nulla di me», commenta secco, prima di farsi  una sonora risata.

Torna serissimo, però, quando gli chiedo di Putin e dei russi: «Aveva  programmato l’invasione da tempo. Ma i suoi soldati non pensavano di trovarsi davanti a un esercito pronto ad affrontarli. E non si aspettavano nemmeno che la gente imbracciasse i fucili e si mettesse a fabbricare  molotov con le bottiglie di vodka. Pensavano di essere accolti con baci e abbracci». Ora deve chiudere.  Alle tre del mattino suona la sveglia e alle quattro ricomincia il “lavoro”. Sull’esito della guerra non ha  nessun dubbio: «l’abbiamo già vinta». Sulla data della fine, invece, l’ultimo azzardo: «Quando uscirà questa intervista, magari, sarà già conclusa». Bersaglio mancato, purtroppo.

 

 
 
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