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lunedì 08 marzo 2021
 
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«Le parole che non vi ho detto. Il mio Natale senza genitori, morti di Covid»

02/01/2021  La struggente testimonianza di Beatrice Covassi, che ha perso nel giro di poche settimane il padre e la madre. «Quei giorni terribili aggrappati a una telefonata, pieni di angoscia e rimpianti. Non ho potuto nemmeno piangerli e onorarli con un funerale»

Beatrice Covassi.
Beatrice Covassi.

«Sono state feste diverse per oltre 60 mila famiglie italiane che piangono i propri cari e un Natale diverso anche per noi, il primo senza i miei genitori morti entrambi di Covid». Beatrice Covassi, già ambasciatrice e  portavoce della Commissione europea in Italia, oggi consigliera presso la delegazione dell’Unione a Londra, cerca di trattenere le lacrime mentre ripercorre quei giorni crudeli. Marco Vittorio Covassi e sua moglie Matilde Pretto erano sposati  da 55 anni. Il morbo li ha portati via nella crudele primavera 2020 a cinque settimane di distanza l'uno dall'altra. Sono morti entrambi in ospedale, senza un ultimo abbraccio, la tenerezza e lo sguardo dei figli. Di quei giorni Beatrice ricorda ancora l’angoscia per  l'interminabile attesa di poter avere qualche notizia dei suoi genitori, in quei pochi minuti di telefonata quotidiana, sempre dopo molti tentativi frustrati di prendere la linea. «A quelle notizie ci aggrappavamo come affamati», spiega, ripercorrendo nella memoria il dolore e la solitudine che ha provato. Un dolore nel dolore per l’impossibilità di essergli vicini in quel momento. «Suo padre non risponde alle cure», «cerca di togliersi il casco dell'ossigeno», «tutti i parametri di sua madre sono incompatibili con la vita»,   erano queste le frasi secche, perentorie dei sanitari in ascolto, che non davano scampo alla speranza. «E’ questo  ciò resta di quei giorni terribili e a sovrastare tutto il sentimento di impotenza, il dolore per non potergli dire "guarda che sono qui! ti sono sempre accanto e questa prova la affrontiamo insieme". ll dolore nel dolore di non poter accompagnare le persone che si amano neppure con uno sguardo, una mano posata, una presenza silenziosa».

I pensieri accavallano, il ricordo continua. «Tutti dobbiamo morire e può anche capitare che si muoia da soli, ma essere obbligati a morire in solitudine è crudele e disumano, per chi muore e per chi resta. Non aver potuto salutare i propri cari significa non avere chiusura, non poter provare a dare un senso più umano all'accaduto. Le parole non dette, gli abbracci non dati pesano come macigni, così come a volte il senso di colpa per non essere riusciti a fare di più, l'impressione di averli abbandonati. A mio padre non abbiamo potuto fare neppure il funerale. Non mi hanno lasciato vedere la bara, neanche da lontano: non era previsto nei protocolli di siurezza, non era concesso. Così mi sono ritrovata solo con un'urna tra le mani col suo nome».

Una pandemia, prosegue la funzionaria europea, non è solo la somma di tanti dolori individuali, è anche una prova di comunità, un lutto collettivo, un evento che segna le generazioni. Non accompagnare e rendere omaggio ai propri defunti significa perderne la memoria, impoverire tutti. Per questo il Covid è una tragedia nlla tragedia. La tragedia della generazione che il Covid-19 ha in larga parte spazzato via è quella che ha costruito l'Italia e l'Europa del dopoguerra, che ci ha dato un futuro. «Cura, presenza, umanità, onore e memoria ai nostri morti. questo Natale fatto dai  tanti posti vuoti alle nostre tavole deve essere un momento forte, personale e collettivo, per riflettere sul senso della morte e il valore della vita. Torniamo a mettere le persone al centro, cerchiamo modi diversi di affrontare questo dolore, rendiamo più umani i nostri protocolli pur nel rispetto delle norme di sicurezza. Il modo in cui trattiamo i nostri anziani, la malattia, la morte è la misura della nostra umanità e il testimone più prezioso che passeremo ai nostri figli», è l’augurio di speranza della diplomatica europea a ciascuno di noi, per questo nuovo anno che sta per cominciare.

 

 

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